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A Hero: in concorso a Cannes Asghar Farhadi racconta la complessità del reale con chiarezza esemplare

Quello diretto dal regista iraniano, che sembra essersi messo alle spalle l'incidente di percorso del precedente Tutti lo sanno, è uno dei film migliori tra quelli candidati alla Palma d'oro visti fino a questo momento.

A Hero: in concorso a Cannes Asghar Farhadi racconta la complessità del reale con chiarezza esemplare

Facciamo finta che l'imbarazzante Tutti lo sanno sia stato un incidente di percorso. Anzi. Facciamo finta che proprio non ci sia stato.
A Hero ci restituisce il vero Asghar Farhadi, quello capace di un cinema scritto e diretto con raffinata semplicità e di raccontare storie esemplari, universali, di grande complessità umana.
A voler essere precisi, siamo dalle parti di Il cliente, più che di Il passato o Una separazione: perché in A Hero si parla di questioni di vita, certo, e di rapporti, ma soprattutto di morale, di etica: di come è giusto comportarsi, insomma; e in un modo che costringe a fare i conti con la complessità delle cose e che pone di fronte a interrogativi che troppo spesso ignoriamo. Per comodità.

L'eroe del titolo è un uomo in carcere per via di un debito che non ha potuto saldare. La fidanzata ha trovato in strada una borsa con diciassette monete d'oro, e vorrebbe venderle per aiutarlo: lui però all'ultimo si tira indietro, dice non sarebbe giusto, e si adopera per ritrovare chi ha smarrito quel piccolo tesoro. Così facendo diventa simbolo di onestà e buona coscienza, attira su di sé l'attenzione dei media: forse c'è chi gli vuole dare un lavoro, e forse può trovare il modo di iniziare a ripagare il suo debito.
In maniera lenta ma inesorabile, però, Farhadi ci ricorda che la vita (o il cinema, che per lui è un po' la stessa cosa) non è una favola. E inizia complicare le cose, e seminare dei dubbi. Davvero Rahim, il suo protagonista, un uomo buono e sfortunato come la sua costante aria da cane bastonato sembra voler far credere? Perché allora quelle tante, piccole, apparentemente insignificanti bugie nella sua storia? Davvero quell'uomo severo e inflessibile cui deve dei soldi è così cattivo? Davvero chi agisce intorno a Rahim è animato solo dall'ammirazione e dalle buone intenzioni?

Non ci sono risposte semplici a questi interrogativi.
Perché le cose raccontate di Farhadi, semplici, lo sono solo in apparenza, e spingono a fare i conti con uno spettro molto ampio di sentimenti e di comportamenti umani, tanto che cercare di individuare buoni e cattivi, in un film come questo, è un'operazione vana e soprattutto inutile.
Rahim, e il suo creditore, e altri personaggi, sono esseri umani, e in quanto tali figure complesse e sfumate, capaci di diventare persone diverse in base alla situazione in cui sono calati, nel contesto di un mondo oramai talmente ostile - lo sappiamo bene tutti - che sembra implicitamente invitare a barare per potersela cavare un po'.
E anche se la molla che li spinge ha a che fare col denaro, quel denaro è solo l'espressione materiale di qualcosa che ha a che vedere col senso dell'onore, con la dignità propria e quella della propria famiglia, delle persone amate.
Cartina tornasole di tutto questo è il rapporto di protagonista e antogonista coi rispettivi figli: il creditore, più di ogni altra cose, non perdona a Rahim di avergli fatto sacrificare la dote per la figlia in età da marito; Rahim troverà limite e argine alla sua voglia di non tornare in prigione, e al suo arrabattarsi in mille modi perché questo non accada, di fronte alla prospettiva di sfruttare pubblicamente e pateticamente il figlio piccolo, affetto da una grave balbuzie.

A voler essere pignoli, può essere che Farhadi a volte tiri le cose leggermente per le lunghe, e che forse A Hero avrebbe potuto essere appena un poco più asciutto. Ma si tratta di dettagli, in un film scritto e diretto da un autore che ha ben chiaro cosa dire e come dirlo, e che non si compiace mai di sé stesso, a dispetto delle sfumature e della stratificazione della storia, rispecchiata nelle immagini da un gioco costante di sguardi a distanza, e di livelli fatti da porte, vetrate, angoli e finestre. Un autore che non ha paura della complessità, né di metterla in scena con limpidezza esemplare. 

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