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A Beautiful Day in the Neighborhood, Knives Out e le altre anteprime del Toronto Film Festival

Diverte Jojo Rabbit di Taika Waititi, commuove il nuovo film di Wayne Wang Coming Home Again.

A Beautiful Day in the Neighborhood, Knives Out e le altre anteprime del Toronto Film Festival

Il Toronto Film Festival 2019 è entrato nel vivo grazie a un weekend pieno di anteprime mondiali. Ecco quelle più importanti presentate nei giorni centrali della rassegna canadese.

Dopo Copia originale Marielle Heller ha realizzato un altro commovente dipinto su psiche umana con A Beautiful Day in the Neighborhood, che vede protagonisti Matthew Rhys e Tom Hanks nei panni dell’icona della televisione per bambini americana Fred Rogers. La trama prende come spunto l’intervista che il giornalista di Esquire Lloyd Vogel - nella realtà si trattò di Tom Junod - realizzò con Rogers attraverso una serie di incontri che sfociarono in una profonda amicizia. Lavorando con i due attori protagonisti in stato di grazia la Heller ha costruito una piccola, edificante e insieme dolorosa parabola su cosa significa perdono, qualcosa cioè che beneficia molto più del rancore più o meno represso. Ragione o torto sono concetti che vengono troppo spesso adoperati per mantenere viva la rabbia, quando l’ascolto e la compassione anche per chi ci ha ferito sarebbero molto più liberatorii. A Beautiful Day in the Neighborhood sfrutta la sceneggiatura calibratissima e un’idea di messa in scena molto sottile per diventare un film composto e insieme vibrante nel presentare l’umanità dei due protagonisti, esseri umani non perfetti ma disposti a mettersi in gioco giorno dopo giorno per diventare persone migliori. Una “lezione” etica e civile di cui c’è probabilmente bisogno. Anche se non ce ne rendiamo più conto.

La poetica sulfurea di Taika Waititi esplora con Jojo Rabbit gli anni del nazismo e della guerra attraverso gli occhi di un bambino che crede ciecamente nell’ideologia propagginata, tanto da avere lo stesso Adolf Hitler come amico immaginario. La scoperta di una ragazza ebrea nascosta da sua madre in casa loro lo porterà a discutere le sue convinzioni infantili. Jojo Rabbit possiede momenti spassosi nella prima parte, dove la parodia e la satira sono più libere di giocare con la storia e l’orrore di quel periodo. Quando invece il cineasta deve costruire in maniera più approfondita i rapporti tra i due giovani protagonisti il film alterna anche momenti più seri, senza però rinunciare a una visione goliardica degli eventi e delle situazioni. Waititi però non riesce mai a rendere il suo lungometraggio veramente grottesco, che sarebbe stata la cifra stilistica in grado di restituire il dramma dietro la commedia. Jojo Rabbit è un progetto indubbiamente spassoso da vedere, ottimamente interpretato da attori come Scarlett Johansson, Sam Rockwell, Rebel Wilson, Stephen Merchant e una Thomasine McKenzie che si conferma una giovante da tenere assolutamente d’occhio dopo la bella prova in Leave No Trace di Debra Granik. L’impressione è però che il progetto alla fine lavori più in superficie quando avrebbe dovuto entrare maggiormente nel cuore dello spettatore.

Knives Out rappresenta il gustosissimo ritorno di Rian Johnson al cinema che preferisce, quello in cui può giocare con il genere e con il suo indubbio gusto cinefilo. In questo caso il referente principale è il più classico dei “whodunit”, con tanto di grande scrittore che muore misteriosamente, figli  avidi sospettati dell’assassinio e investigatore privato che indaga con il suo aplomb del tutto britannico. Fin dalla prima inquadratura Johnson proietta lo spettatore in un universo filmico dove Sherlock Holmes, Hercule Poirot o Miss Marple si troverebbero completamente a proprio agio. Insieme alla storia di detection Knives Out strizza evidentemente l’occhio anche alla commedia di costume, prendendo ad esempio in giro in maniera esplicita la società americana guarda con superficialità e retorica agli immigrati e la loro condizione. Il riferimento tutto contemporaneo a una messa in scena volutamente old-style aggiunge un sapore ancor più speziato a un lungometraggio brioso e interpretato con la dovuta ironia da un cast di all-star, su cui spicca uno spiritoso Daniel Craig.

Una delle produzioni più attese è stata senza dubbio Just Mercy (titolo italiano Il diritto di opporsi), nuovo film del regista di Short Term 12  Destin Daniel Cretton. Interpretato da Michael B. Jordan, Jamie Foxx e Brie Larson nei ruoli principali, il lungometraggio racconta della vera battaglia civile e legale intrapresa dall’avvocato Bryan Stevenson per assicurate al condannato a morte Walter McMillian (afroamericano) un processo equo, ritenendolo innocente dell’assassinio per cui è stato imprigionato. Siamo nell’Alabama del 1987, stato in cui il razzismo e le ingiustizie sociali all’epoca (e non solo) sono all’ordine del giorno, soprattutto tra le forze dell’ordine. Pensato  e realizzato per essere un progetto diretto al grande pubblico, Just Mercy possiede la forza della confezione e del messaggio, pur risultando piuttosto accademico nello sviluppo di trama e personaggi. La scelta di Cretton di mettere la macchina da presa al servizio degli attori paga a livello emotivo grazie al carisma di Michael B. Jordan e alla forza espressiva di Jamie Foxx - convince invece molto meno la Larson - ma quando si tratta di andare davvero in profondità o tentare di proporre al pubblico qualcosa di originale, ecco che il film mostra i suoi limiti. Da sottolineare la presenza di un maiuscolo Tim Blake Nelson, che lascia davvero il segno nelle poche scene in cui compare nel suo ormai consolidato “tipo fisso”.

Dopo il successo del delirante Mandy Nicolas Cage continua sulla strada dell’horror con Color Out of Space, diretto da Richard Stanley (L’isola perduta). Tratto da un racconto di H.P. Lovecraft, il film si muove su binari narrativi molto più consolidati rispetto al precedente, e ciò aiuta non poco a un migliore sviluppo di storia e personaggi. Il crescendo narrativo in Color Out of Space porta l’opera di Stanley a una seconda parte visivamente. potente, con effetti gore in grado di scuotere lo spettatore come in qualche modo facevano gli horror di Stuart Gordon negli anni ‘80, in particolar modo From Beyond, non a caso anch’esso tratto da Lovecraft. Il film di Stanley intrattiene, inquieta (non poco) e alla fine lascia quel senso di incertezza che tale genere dovrebbe fare quando realizzato al suo meglio. E poi ovviamente c’è Nicolas Cage, che inizia il film con misurata compostezza per diventare poi...Nicolas Cage.

Diretto da Gabriela Cowperthwaite, The Friend racconta di malattia, amicizia e altre questioni più o meno personali che legano la vita di tre amici di lunga data. Quando Nicole (Dakota Johnson) scopre di essere malata di cancro, suo marito Matthew (Casey Affleck) e il loro miglior amico Dane (Jason Segel) si stringono intorno a lei e alle due figlie per consentire alla donna di affrontare il proprio destino nel migliore dei modi. Fin dall’inizio si capisce che il film non sa esattamente cosa raccontare, o meglio sceglie di mettere in scena divagazioni riguardanti la vita dei tre personaggi che non si amalgamano al meglio con la trama principale. Quando poi la malattia diventa terminale - non è spoiler, il film lo chiarisce fin dall’inizio - l’idea di mettere in scena con la maggior verità possibile il lungo calvario che tutti devono affrontare è coraggiosa ma non organizzata col giusto ritmo del racconto, regalando allo spettatore alcuni momenti che onestamente sfociano nel macabro. Degli attori soltanto Affleck risulta totalmente credibile nei panni di un marito distante, troppo preso dal proprio lavoro, umano nel fronteggiare la perdita e le atre difficoltà che il matrimonio e la famiglia gli pongono di fronte. Ma la classe dell’attore non basta per resuscitare del tutto le sorti di un film confuso nella linea narrativa da seguire ed esageratamente melodrammatico in alcune scene. Peccato, perché il materiale per un dramma familiare in grado di incidere veramente c’era eccome.

Un tema molto simile a The Friend viene affrontato anche da Wayne Wang in Coming Home Again, ma con risultati enormemente più alti. Un figlio che non ha ancora esattamente trovato la propria strada nella vita decide di tornare a casa a San Francisco per prendersi cura della madre malata terminale. Attraverso una scacchiera temporale perfettamente calibrata Wang costruisce pian piano un rapporto emozionale tra i due protagonisti che è semplice e complesso allo stesso tempo. Due persone che si amano e che imparano ad aprirsi l’un l’altra prima attraverso i gesti, poi anche tirando fuori ciò che prima non era stato detto. Un dramma intimista e potente che non diventa mai un melodramma, grazie a una regia pudica, precisa, capace di esaltare la prova convincente di Justin Chow e quella vibrante di Jackie Chung. A distanza di più di vent’anni da film magnifici quali Smoke e La mia adorabile nemica, Wayne Wang si conferma autore capace di tirar fuori emozioni vere, palpabili dai personaggi più comuni. Uno dei migliori film visti fino ad ora al Toronto Film Festival.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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