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2° giornata: tra il total black (humor) di Landis e i 1000 colori delle Winx

Splende il sole, sul Festival di Roma: l'Auditorium brulica di addetti ai lavori, spettatori. E di giovanissime. Perché sul red carpet ieri occupato, oggi pomeriggio sono state protagoniste le Winx.


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Seconda giornata sospesa tra il total black (humor) di Landis e i 1000 colori delle Winx


Splende il sole, sul Festival di Roma: l'Auditorium brulica di addetti ai lavori, spettatori. E di giovanissime. Perché sul red carpet ieri occupato, oggi pomeriggio sono state protagoniste le Winx, le celebri streghette create da Ignio Straffi, con il secondo film che le vede protagoniste: Winx Club in 3D – Magica avventura, il primo lungometraggio interamente in 3D prodotto nel nostro paese.
Ma i colori e i brillantini delle beniamine di tante ragazzine non hanno contagiato il resto del programma odierno, che vedeva protagonisti da un lato John Landis e la sua commedia nerissima Burke & Hare, dall'altro il cupo Animal Kingdom di David Michôd.

Quello di accaparrarsi il film che segna il ritorno di Landis alla regia cinematografica dopo un'assenza che durava dal 1998, è stato senza dubbio uno dei colpi migliori messi a segno dal Festival di Roma di quest'anno. Anche se va segnalato come la presenza del regista americano sia merito anche di un collega che non è solo amico di Landis ma anche di Coming Soon come Alberto Farina, che è stato motore dell'operazione.
Ispirato a fatti realmente accaduti - ma ampiamente rielaborati – Burke & Hare racconta di due amici che, nella Edimburgo del XIX secolo, devono trovare il modo di sbarcare il lunario. Il fatto è che il bene più ricercato nella città scozzese, a quei tempi, erano cadaveri che venivano usati dalle prestigiose scuole di medicina locali per le lezioni di anatomia: ed ecco che, scoperto in fretta che diventare ladri di cadaveri era troppo faticoso, i nostri eroi decidono di produrre in prima persona i corpi, facendo fuori chi gli capitava a tiro. Infarcendo questo intreccio di loschi figuri, avvenenti attricette, qualche elemento romantico e un po' di politica, John Landis dimostra che in tanti anni di assenza dal grande schermo la sua mano non è affatto arrugginita.
Utilizzando a piene mani quello humor nero e macabro che la vicenda portava naturalmente con sé, e lavorando con la consueta leggera intelligenza sulla stratificazione dei meccanismi del potere, dell’economia e della politica, Burke & Hare riesce ad essere un film di grande godibilità: divertente e scorretto senza mai essere sciocco o di cattivo gusto, e ben interpretato da un cast di ottimi attori. Ma, soprattutto, a riproporre intatta quella vena caustica ed anarchica, sottilmente sovversiva che caratterizza buona parte del suo cinema e, su tutti, i capolavori Animal House e The Blues Brothers. Non a caso, il primo citato esplicitamente nel finale che racconta il cosa sarà dei vari personaggi; il secondo, in maniera più sottile, nella strutturazione di una coppia di protagonisti che si muovono in maniera trasversale e personale attraverso un mondo che li vorrebbe addomesticare e conformare.

La capacità di Landis di avere misura e senso del limite avrebbe fatto comodo a David Michôd, giovane australiano che dopo essersi fatto abbondantemente le ossa come sceneggiatore e regista di corti, esordisce nella regia di un lungo con il cupissimo Animal Kingdom.
Un diciassettenne, dopo la morte della madre per overdose, finisce a vivere con la nonna e gli zii da sui era stato sempre tenuto lontano: perché tutti criminali senza scrupoli, rapinatori di banche o spacciatori. È questo è il mondo animale in cui J, il protagonista, si trova improvvisamente calato: un mondo che dapprima lo affascina, ma che poi, quando il sangue comincia a scorrere, le vendette incrociate tra la banda e la polizia (corrotta) a farsi frequenti e rischiosissime, lo spaventa e lo mette con le spalle al muro. E a dover scegliere se fuggire, tradire o tentare di diventare lui il maschio alfa del branco, pur di salvarsi la vita.
Quello di Michôd è un film che, se da un lato mira a raccontare la realtà antropologica di un mondo malato ed endamicamente corrotto e malvagio, dall’altro tenta di catturare lo spirito della grande epica criminale cinematografica: se il primo intento può dirsi riuscito, ma non originale per premesse e sviluppo, sul fronte dell’affresco epico Animal Kingdom ha il fiato un po’ corto. Forse perché zavorrato dalla voglia di dire troppo, di mettere costantemente carne al fuoco, dal tentativo di dare spazio e attenzione ad una una pluralità di soggetti, col risultato di penalizzali un po’ tutti. Anche nello stile l’australiano dimostra qualche incertezza, cercando di alternare un realismo scosesiano a tocchi più arty che mal si amalgamano gli uni con gli altri.
Di Animal Kingdom, che avrebbe giovato di maggiore concisione, rimane soprattutto il personaggio della matrona di questa famiglia folle e pericolosa, interpretata da una bravissima Jacki Weaver: una donna di stampo shakespeariano, il personaggio in grado di suscitare non solo i maggiori interessi ma anche gli interrogativi morali e antropologici più grandi nel film.

E parlando di interrogativi, parliamo anche del film che, nella serata di ieri, ha inaugurato la sezione Extra, l’indipendente americano The Freebie, scritto, diretto e interpretato da un’altra esordiente : Katie Aselton.
In questo caso protagonista è una giovane coppia sposata, felice e innamorata ma con un problema non da poco: la loro vita sessuale è decisamente carente. Per far fronte alla questione, i due decidono di tentare una strada procante e insolita: concedersi una notte libera, da single, da trascorrere con altri per cercare di trarre nuovi entusiasmi tra le lenzuola coniugali. Ma la scelta dei due, coerente con lo spirito libertario e leggero che li contraddistingue, porta con se dei grossi rischi che forse hanno sottovalutato.
Tipico esempio di commedia mumblecore – corrente ultraindipendente, ultraminimalista e logorroica del cinema indie a stelle e strisce – The Freebie è un film che cerca di sollevare reazioni dirette ed emotive nel suo pubblico, cercando di farlo partecipe delle decisioni, dei rischi, delle reazioni dei suoi protagonisti: cercando di sollevare interrogativi, appunto. Ma quello della Aselton è un film che sembra voler denunciare, anche, la sottovalutazione di sentimenti umanissimi legati all’amore come l’anelito all’esclusività e il diritto alla gelosia da parte di chi fa di una certa libertà di atti e pensiero un manifesto di vita.
Quali che siano le posizioni di partenza di chi guarda riguardo alla gestione della coppia e alla tolleranza del tradimento, le questioni del film sono anche interessanti, così come non priva d’interesse è la realizzazione: ma a penalizzare The Freebie, che pure non è né pruriginoso né moralista, è proprio una carenza nella capacità di coinvolgimento, per via dell’assenza di elementi narrativi o formali che lo sollevino e lo distinguano in maniera più netta da molti prodotti analoghi provenienti dagli Stati Uniti.




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