Interviste Cinema

William Friedkin e Dario Argento accendono la Festa del cinema di Roma

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Sul palco due grandi registi e ottimi amici parlano del cinema e della vita entusiasmando la giovane platea.

William Friedkin e Dario Argento accendono la Festa del cinema di Roma

E’ stato sicuramente contento il pubblico, per lo più giovane, che stasera ha affollato l'incontro moderato dal direttore Antonio Monda con Dario Argento e il premio Oscar William Friedkin. Perché, come sa chi ha già avuto occasione di vederli insieme, il loro è sempre il ritrovarsi di due vecchi amici, che si vogliono bene e si stimano da sempre, nonostante caratterialmente non potrebbero essere più diversi. Dopo il red carpet su cui hanno scherzato come ragazzini, questi due signori del cinema sul palco della sala Petrassi, stimolati dal direttore Antonio Monda ma presto autonomi nella conversazione, hanno raccontato cosa amano l'uno dell'altro e molto di più. E' stato Friedkin, che ama da sempre il cinema italiano, a scegliere di omaggiare l'amico Dario scegliendo delle clip di Profondo Rosso, ricambiato da Argento con una lunga clip dell'Esorcista. Quanto segue è solo un piccolo estratto della serata (le foto sono di Masslmiliano Zoppo).

Friedkin sul cinema di Dario Argento e cosa ha imparato da lui

Il mio film preferito di Dario ? E' un po' come se mi chiedessi di scegliere quale preferisco tra i ritratti di Rembrandt o le opere di Michelangelo. E' impossibile scegliere un film, la sua opera deve essere analizzata nel complesso. Ammiro il suo lavoro come un fantastico esempio di arte moderna. Quello che ho imparato da lui è che quel che fa è unico perché lo fa in base alla sua ispirazione, scrive anche sceneggiature ma non gli interessa tanto quello, quanto ciò che cattura la macchina da presa, gli attori, i colori, i setting, sono come il lavoro di un pittore impressionista. Anche loro avranno avuto dei bozzetti e un'idea precisa in testa ma poi hanno lasciato correre la loro immaginazione e io ho imparato questo da lui, a lasciar correre l'immaginazione. La sequenza di Profondo rosso che avete visto: Inizia come una sequenza normale, ma il suo uso della musica e di angolazioni particolari ti fanno sentire la paura e non sai quando arriverà il momento terribile in cui questa si concretizzerà e quando arriva è scioccante. Questo film mi fa lo stesso effetto di una pittura di Goya e di Caravaggio. Altri registi usano un sacco di effetti visuali per fare paura, lui usa solo una macchina da presa curiosa e una colonna sonora in contrasto con l’immagine. I registi che mi hanno ispirato di più sono italiani: Leone e Dario ma anche Fellini, Rossellini, Bertolucci, Rosi, Scola. Ma la cosa unica di Dario è che prende la paura e la morte e le rende spettacolari, è un trucco magico nel cinema e non molti ne sono capaci. I film horror sono un genere fantastico per l’arte ma non molti lo prendono sul serio così come Vermeer e Van Gogh non vendevano quadri, tanti critici non capiscono l’arte dell’horror.

Argento sul cinema di William Friedkin e cosa ha imparato da lui

Friedkin è un gigante ed esprime la sua energia nei suoi film, ha fatto tanti capolavori, a partire dal Braccio violento della legge fino a L'esorcista che è un capolavoro enorme, ha fatto dei film che nessuno per quanto ci abbia provato è più riuscito a eguagliare. Io avrei voluto avere la sua energia, lui ha fatto davvero di tutto, cinema, televisione, opere liriche, e l'ha fatto sempre al meglio, mi piacerebbe seguire le sue orme e imitarlo in questo.

Le cose che fanno paura a Dario Argento

Molte cose mi spaventano nel mondo di oggi. Non saprei dirne una sola. Poi ci sono le mie altre paure, più profonde, che vengono dall’inconscio, dalla sessualità, e questo spiega perché i miei film sono diffusi nel mondo, è qualcosa che nasce da dentro e dunque è di tutti e per tutti.

I car chases di William Friedkin

Intanto vorrei dire che la cosa che spaventa di più me è il traffico romano! In vita mia ho fatto 3 o 4 scene di inseguimento, è una cosa che risale al cinema muto ed è la forma più pura di cinema, senza parole e senza sonoro perché anche se lo togli sarà ugualmente efficace. Le mie sequenze di inseguimento non sono nemmeno paragonabili a quelle che si vedono nel cinema di Buster Keaton, che è un maestro del cinema puro (se non lo conoscete siete pregati di uscire, grazie!). Io le ho viste solo dopo aver girato 3 inseguimenti, per mia fortuna, perché non avrei mai avuto il coraggio di farlo dopo aver visto i suoi. Lui rischiava la vita, poteva anche essere ucciso. Ci sono due cose essenziali e peculiari del cinema che non si possono fare in un libro o con la pittura: gli inseguimenti e la creazione della suspense e della paura che quest'uomo, Argento, genera senza parole, col solo uso di musica e montaggio.

Argento: In realtà Friedkin ha girato i più grandi inseguimenti mai visti al cinema, nel Braccio violento, in Vivere e morire a Los Angeles, in Jade. All'epoca non c'era il digitale, era tutto vero e reale, oggi sono tutte cazzate fatte al computer, nessuno mai riuscirà a imitarlo.

Dario Argento sceneggiatore di C'era una volta il West

Eravamo giovanissimi e Sergio aveva il dono di riconoscere il talento negli altri, in me e Bernardo Bertolucci vide qualcosa e siccome doveva fare un film con una protagonista femminile, la Cardinale, era molto preoccupato per questa cosa perché non era il suo campo, forse era anche un po’ misogino, così cercò due giovani del periodo che fossero in contatto con l’argomento, ci chiamò e facemmo questo film che è uno dei suoi più belli.

Dirigere l'opera lirica secondo Friedkin e Argento

E’ una grande sfida, io ho diretto 15 opere dal 1998, quasi una all'anno e la cosa più eccitante è andare in altri paesi e conoscere altre culture, capire cosa ha ispirato Giuseppe Verdi o Alban Berg o Richard Strauss a scrivere queste opere. E’ un’avventura ed è anche istruttivo, non hai ovviamente una macchina da presa e il pubblico può guardare dove vuole ma puoi sottolineare dei gruppi con la luce e la composizione, puoi condurre lo spettatore a guardare dove è importante che guardi, come nel cinema col primo piano. Mi piace lavorare con grandi cantanti che spesso sono anche bravi attori. Ma lì non sei importante come nel cinema, dove se dici a un attore di saltare lui lo fa e basta e quello che dici su un set è quello che il pubblico vede. Prima vengono il compositore e il libretto, poi il direttore d’orchestra, i cantanti, il coro e l’orchestra e poi il regista e questo mi piace perché è un processo di grande collaborazione che io amo molto. L'opera è un'arte collettiva. Anche il cinema ma lì c'è un dittatore, il regista.

Dario Argento: Il regista però dà il suo carattere all’opera, puoi far muovere i cantanti in modo diverso rispetto a come sono abituati, ed è bellissimo far recitare i cantanti, nel Macbeth ad esempio ho fatto recitare tre ragazze nude, inizialmente erano perplesse poi hanno capito. Il mio allestimento di un'opera sarà senz'altro diverso da quello di un altro, per questo secondo me il regista dà la sua impronta personale anche in questo campo.

Il casual Friedkin e il formale Hitch

Avevo fatto solo documentari fino ad allora, tra cui uno su un condannato a morte che gli aveva salvato la vita e mi ero convinto che il cinema avesse un enorme potere. Poi andai a Hollywood e mi resi conto che contava solo riempire le sale. Lavoravo con un produttore che mi chiese di fare proprio l’ultimo episodio della serie Alfred Hitchock Hour con John Gavin, Off Season, e un giorno Hitchcock venne sul set per leggere la sua introduzione all'episodio e il dirigente dello studio venne e me lo presentò. Io non ero vestito come oggi, avevo una maglietta e dei jeans, Hitchock venne e mi porse la mano in questo modo, come se dovessi baciargliela, io gliela strinsi e lui la lasciò molle. Mentre gli dicevo che era un grande onore incontrarlo e che gli ero molto grato, lui mi interruppe e disse “signor Friedkin, in genere i nostri registi portano la cravatta". Lì per lì pensai scherzasse ma non riuscì a ribattere perché se n'era già andato. 4 anni dopo alla Directors Guild of America avevo vinto il premio per Il braccio violento della legge. Ero sul palco con questo enorme trofeo mentre aspettavo di fare foto e rilasciare interviste, quando mi accorsi che proprio sotto di me c'era seduto Hitchcock con la famiglia e tutto il suo entourage. Scesi tre scalini, andai al suo tavolo col mio smocking affittato e un papillon con l'elastico, glielo feci scattare sotto il naso e dissi “che ne pensi dells cravatta ora Hitch?”. Mi guardò stupito, perché non se ne ricordava. Ma io me ne ricordavo. Da 4 anni.

William Friedkin su L'esorcista

Tutto quello che avete visto accadde nel caso reale su cui è basato il film. Su quel ragazzino che aveva 14 anni la tv americana sta per fare un documentario, è ancora vivo e lavora nell'aeronautica spaziale, non si ricorda niente d quel che gli successe. Io ho fatto questo film come credente, non l’ho fatto da cinico ma credendo nell’insegnamento di Gesù e nel potere di Cristo, so che non è popolare dirlo ma io credo e ho visto i diari non solo dei preti ma anche dei medici, delle infermiere e dei pazienti dell’ospedale dove era curato. All'epoca non si sapeva niente di questo, nemmeno Blatty lo sapeva, ma ora se cercate su Google trovate un articolo di 4 pagine del Washington Post che afferma che era un caso di possessione e di esorcismo. Io ho parlato con la zia del ragazzo che mi ha detto cose che non erano nel libro, ci credevo e ci credo ancora: solo 3 casi negli Stati Uniti nel secolo scorso sono stati autenticati come possessione demoniaca e questo era uno di quelli. Perché il film ha resistito così a lungo e ha avuto tanto successo non lo so, posso dirvi “grazie a Dio”, perché esiste anche un dio del cinema che ti fa scegliere gli attori giusti (in gran parte esordienti in quel caso), il miglior direttore della fotografia eccetera, ma non ho mai pensato a quel film come a un horror. Nella vita ci sono tanti misteri, il mistero dell'amore e quello della fede e per me è un film sul mistero della fede. Non sarei mai riuscito a farlo come horror, anche se molti lo considerano tale e va bene così. Ci ho provato qualche anno dopo e ho miseramente fallito (con L'albero del male, ndr). Per questo rispetto gli horror, anche se in genere non mi spaventano. Ma mi fanno paura Psycho, 4 mosche di velluto grigio, L’uccello dalle piume di cristallo, Profondo rosso, Suspiria, Tenebre e Phenomena, anche quelli che Dario non ama. Lui è un maestro nel genere e io non riuscirei a fare un film dell’orrore neanche se ne andasse della mia vita.




  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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