War Horse - intervista esclusiva al protagonista Jeremy Irvine

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Arriva il 17 febbraio sui nostri schermi l'atteso nuovo film di Steven Spielberg War Horse. Protagonista del film nei panni di Albert Narracott è il giovane attore inglese Jeremy Irvine, classe 1990. Per Irvine, attualmente impegnato accanto a Ralph Fiennes ed Helena Bonham Carter nelle riprese di Great Expectations tratto dal classico di Dickens in cui interpreta Pip, questo in War Horse è il primo ruolo sul grande schermo e per l'occasione Jeremy ce ne parla in questa lunga intervista esclusiva.

D: Conoscevi il libro prima di girare il film?

R: Mia madre mi ha letto il libro quando avevo 10 o 11 anni. Ne ho ancora una copia molto rovinata, che conservo nella mia libreria; non lo avevo più letto, ma quando ho fatto l’audizione, c’erano alcune cose che ricordavo molto bene. Nella prima pagina ricordo un bellissimo brano sui primi ricordi di Joey nelle stalle buie, con i ratti che correvano sulle travi del tetto. Queste parole, non so perché, mi erano rimaste dentro, avevano avuto un grande effetto su di me da bambino. Sono stato felice di aver interpretato Albert.

D: Il libro è raccontato dal punto di vista di un cavallo. In che modo questo ti ha influenzato per il ruolo di Albert?

R: Il film non riguarda tanto gli esseri umani quanto l’effetto che l’incontro con il cavallo ha su di loro. Joey è amico e fratello di Albert. Il mio personaggio è in profonda sintonia con Joey, e gli trasmette tutti i suoi sentimenti e le sue emozioni, cosa che non riesce a fare con suo padre. Albert parla con il suo cavallo e investe tutto di sé nel rapporto con lui. Questo è lo spirito con cui mi sono avvicinato al personaggio.

D: Com'è il personaggio di Albert?

R: Albert è innocente, quasi ingenuo. Non ha mai visto altro che il villaggio in cui vive, perché all’epoca la gente non viaggiava, specialmente se abitava in luoghi sperduti come Dartmoor. Il suo mondo è circoscritto e non ha fatto altro che lavorare nella sua fattoria per tutta la vita. Il suo futuro è già deciso: erediterà la fattoria in cui lavorerà fino a quando non morirà. La sua innocenza e ingenuità sono elementi importanti nel film.
Penso che Albert possieda questo forte senso di ciò che è giusto o sbagliato, un’idea ingenua di bene e male. Poi va al fronte e tutto cambia. Lì la sua scala di valori non ha più senso.

D: Come hai ottenuto l’audizione per il film?

R: E’ stato strano perché avevo appena firmato un contratto con un nuovo agente che mi ha subito proposto il provino di War Horse. Spielberg ha visto la cassetta che gli ha inviato e gli è piaciuta, quindi le trattative sono andate avanti per qualche settimana. Nel frattempo ho pensato che avrei fatto bene ad imparare a cavalcare, quindi ho iniziato a prendere lezioni di equitazione. Alla fine ne è valsa la pena.

D: Cosa hanno voluto che facessi all’audizione?

R: Ho provato alcune scene in cui Albert parla con Joey. All’inizio ho fatto un monologo con lui. Poi ci sono state le riprese con i cavalli. Un’altra sessione ha avuto luogo nella fattoria per testare la mia confidenza con la campagna. Mi è andata bene perché sono cresciuto insieme ai cavalli, anche se non li avevo mai cavalcati, perché c’era una stalla proprio vicino alla mia casa, quando ero piccolo, quindi non ne avevo paura.

D: Parlaci del lavoro con Steven Spielberg.

R: La cosa fantastica di Steven è che concede un ampio margine di libertà e di sperimentazione. Tutto ciò che Spielberg fa è realistico. Oltre tutto è circondato dai talenti migliori dell’industria dello spettacolo. Non fa mai nulla a metà, fa sempre tutto nel modo migliore possibile.
Il direttore della fotografia Janusz Kaminski è un genio. Sul set non ci si rende conto di quanto sarà perfetto il risultato finale. E’ una troupe molto esperta, che collabora da anni, in piena sintonia. Come una grande famiglia.


D: Perché secondo te Albert stabilisce questo profondo legame con il cavallo?

R: Secondo me è un modo per fuggire dai problemi con i suoi genitori. Suo padre beve e Albert comincia a capire che forse sua madre non gli ha raccontato tutto di lui. Quando sei piccolo pensi che i tuoi genitori non possano farti del male ma quando cresci ti rendi conto che sono umani e che hanno problemi come tutti.
Molti ragazzi dell’età di Albert trovano una valvola di sfogo altrove, per evadere dalla propria famiglia. Nel caso di Albert, il suo sfogo è Joey. Oltre tutto è figlio unico, quindi Joey diventa per lui anche un fratello e il suo migliore amico.

D: In “War Horse” il tuo personaggio e il cavallo vengono separati per poi ritrovarsi.

R: All’epoca i cavalli erano considerati macchine che aiutavano a trasportare uomini e munizioni in guerra, perciò i soldati ne avevano bisogno a migliaia. Joey viene acquistato dall’esercito e portato al fronte. Albert vorrebbe unirsi a loro, ma è troppo giovane per poterlo fare. Quindi il pubblico inizia a seguire le vicende di Joey al fianco dei soldati inglesi e tedeschi. Con i tedeschi Joey deve trainare i cannoni e si capisce che la guerra è orrenda in entrambi i lati del fronte. Alla fine però Joey ed Albert si ritroveranno.

D: Parliamo dell’addestramento per il film.

R: Abbiamo trascorso mesi di intenso addestramento con gli stuntmen spagnoli. E’ bellissimo vederli cavalcare perché sembrano parte del cavallo. Io avevo imparato a cavalcare nella scuola di equitazione quindi per il film ho dovuto praticamente imparare di nuovo tutto da zero. E’ come quando sai guidare uno scooter ma vieni messo su un’auto della Formula Uno. Questi cavalli sono sensibilissimi. Non devi far altro che pensare cosa vuoi che facciano e loro lo fanno. Sono bellissimi: abbiamo cavalcato il vero Black Beauty e Seabiscuit. Quest’ultimo appare nel film fra i cavalli che interpretano Joey.
Inoltre ho svolto tante ricerche. Mi sono sempre interessato alla prima guerra mondiale, infatti a casa ho una collezione di oggetti militari. Ne sono sempre stato affascinato. Esistono i diari dei soldati, persino le registrazioni dei loro resoconti. Abbiamo ascoltato con le nostre orecchie le loro esperienze ed è molto importante, perché si tratta di persone vere che raccontano storie vere.
In fondo però che un attore affermi di comprendere ciò i soldati hanno vissuto secondo me è un’offesa nei loro confronti. Non ci si può immedesimare veramente. La nostra generazione non ha la minima idea. Ma mi ritengo soddisfatto di essere riuscito ad avere anche solo la minima percezione delle loro vicissitudini, l’1% della loro esperienza, per poterlo inserirlo nella mia performance.

D: Con quali cavalli hai fatto l’addestramento?

R: Ho imparato a cavalcare circa sei o sette cavalli diversi. Ma non mi hanno permesso di salire subito sui vari Joey. Prima ho imparato e quando pensavano che fossi pronto, allora mi hanno messo su Joey.

D: Come sei riuscito a maneggiare le armi?

R: Adoro tutto ciò che ha a che fare con le armi. E’ una cosa tipicamente maschile ma come ho detto ho una collezione di queste cose. Mi affascinano. Ieri ero sul set e non ho girato ma quando ho sentito che ci sarebbero state le mitragliatrici sono voluto andare a curiosare. Abbiamo avuto anche un bravissimo esperto di storia sul set, che ci ha insegnato ad usare le armi e ci ha spiegato tante cose.

D: Parlaci dei tuoi colleghi del film.

R: Sono stati tutti magnifici. Abbiamo trascorso insieme due mesi a lavorare, a cavalcare insieme, abbiamo passato momenti bellissimi e altri difficili. Il tempo poi è stato bello, con i grandi prati illuminati dal sole. E’ stata un’esperienza perfetta e tutti noi abbiamo rapidamente creato fra noi un legame molto stretto.

D: Quale aspetto del tuo ruolo ti ha colpito di più a livello emotivo?

R: Anche io sono cresciuto in un piccolo villaggio. Mi piace l’ingenuità di Albert, penso che tutti noi l’abbiamo sperimentata. E tutti noi ad un certo punto della vita abbiamo avuto il desiderio di fuggire dalla realtà, appassionandoci a qualcosa. Albert si appassiona a un cavallo, io ad esempio mi sono appassionato alla recitazione. Non volevo fare altro che frequentare le lezioni di teatro, fare le prove degli spettacoli, il resto non mi interessa. E anche se qualcuno non ha mai avuto un legame così forte con un animale, senza dubbio lo avrà avuto con un altro essere umano, un amico, una persona della propria famiglia. E’ la stessa cosa. E quando questa ragione di vita ti viene sottratta, ti rendi conto che non è facile andare avanti.

D: Qualcuno della tua famiglia ha partecipato alla Grande Guerra?

R: Due miei bisnonni sono andati alla Grande Guerra. Uno di loro aveva un cavallo di nome Elizabeth al quale era molto legato. Mia zia mi ha mandato un’e-mail l’altro giorno, in cui mi ha scritto: “Guarda, ho appena trovato questa ricevuta”. Documenta l’acquisto di Elizabeth da parte dell’esercito alla fine della guerra per la somma di 28 sterline, che equivale esattamente al prezzo pagato da Albert per comprare Joey dall’esercito. E’ una coincidenza straordinaria. Nessuno di quella generazione ha dimenticato. C’è sempre qualcuno che ha fatto la guerra o che conosce qualcuno che l’ha fatta.


D: Parlaci dell’umanità della storia e del grande fascino che esercita sul pubblico.


R: Si capisce subito che non è un tipico film di guerra. Non mostra soldati che corrono con i mitra, a caccia del nemico. E’ una storia basata sui personaggi e su tutte le persone che il cavallo Joey incontra nel corso del film, a cui cambia in qualche modo la vita; questi personaggi stabiliscono un legame emotivo sia con il cavallo, sia fra loro.
Penso che la storia funzioni bene per un pubblico di tutte le età a causa del rapporto fra il ragazzo e il suo cavallo. Il nostro rapporto con i cavalli risale a secoli fa, e penso che in qualche modo sia scritto nel nostro DNA. Ci siamo affidati ai cavalli per migliaia di anni e abbiamo sviluppato un rapporto quasi umano con loro. Molti parlano del rapporto che hanno con il proprio cane ma i cavalli sono decisamente ad un altro livello. Questo secondo me è il motivo per cui la storia è così suggestiva per il pubblico.

D: Parlaci delle location.

R: Dartmoor è uno dei miei luoghi preferiti al mondo. Ci vado sempre un vacanza, circa due volte all’anno. E’ un posto tranquillo, non particolarmente verde, ma può essere bellissimo d’estate. Ha una luce splendida.

D: Hai stabilito un legame particolare con qualche animale del film?

R: Generalmente non sono interessato agli animali, soprattutto non mi considero una persona amante dei cavalli. Ma poi ho iniziato a lavorare nel film e mi sono reso conto di quanto siano umani. Non sono come gli altri animali. Hanno delle qualità veramente umane e dopo qualche settimana che li conosci non puoi non innamorartene. Io ho impiegato solo una settimana.
I cavalli sono fantastici e ognuno di loro ha delle caratteristiche diverse, e il fatto che puoi cavalcarne uno non significa che puoi cavalcarne un altro. Ci vogliono due o tre giorni per imparare a cavalcare un cavallo specifico perché ognuno è diverso dall’altro e devono avere il tempo per fidarsi di te. Questo è un aspetto importante perché il cavallo sa chi lo sta montando. Se non hai mai cavalcato prima, lui lo sa. Bisogna avvicinare il cavallo con umanità, altrimenti non farà mai ciò che vuoi che faccia. E se non vuole fare qualcosa non c’è verso.



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