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Via dalla pazza folla: intervista in anteprima a Thomas Vintenberg

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Il regista ci ha raccontato a New York i segreti del suo nuovo, attesissimo film con Carey Mulligan e Matthias Schoenaerts

Via dalla pazza folla: intervista in anteprima a Thomas Vintenberg

Nella prestigiosa cornice del Walter Reade Theater, una delle sale della Lincoln Center Film Society, Thomas Vintenberg ha presentato il suo ultimo Via dalla pazza folla, adattamento del classico della letteratura britannica scritto da Thomas Hardy. Interpretato tra gli altri da Carey Mulligan, Matthias Schoenaerts e Michael Sheen, il film arriverà nelle sale italiane il prossimo 24 settembre. Ecco cosa il regista ci ha raccontato.

 

Anche se è passato cos ì tanto tempo dal momento del Dogma ’95, è rimasto qualcosa di quell’idea estetica nel suo cinema attuale?

Sì, alcune tracce. Ma non sono più un dettame stilistico così preciso, direi piuttosto un qualcosa che è rimasto nel mio gusto per l’immagine. Firmammo un documento comune perché credevamo che il cinema dovesse ritrovare la purezza visiva che un tempo gli apparteneva, poi Festen andò a Cannes ed ebbe un successo che non ci aspettavamo. Volevamo spogliare il cinema, metterlo a nudo. Cercavamo purezza. Ma da un giorno all'altro Dogma divenne una moda e perse quasi immediatamente la sua anima di ribellione. Tutti volevano fare film Dogma, e divenne presto qualcosa di stantio. Nello spirito penso di essergli rimasto sempre fedele, perché anche se con altri mezzo estetici ancora oggi continuo a cercare purezza nel cinema. Nel colore, nella bellezza delle immagini.

 

E’ vero che voleva cambiare il finale rispetto al testo originale?

Ammetto che soprattutto all’inizio avevo un po’ di problemi con il finale, secondo me Oak doveva salire sulla nave che lo avrebbe portato in America. La pensava così anche Matthias Schoenaerts. Trattandosi di un classico come Thomas Hardy non potevo stravolgere la storia, allora ho cercato di renderla vera, ho cercato di fare in modo che lui si guadagnasse il bacio finale. L'ho fatto attraverso il personaggio di Bathsheba. Alla fine è lei che comprendere il valore della devozione a un uomo, e in questo modo capisce anche la devozione che Oak ha sempre avuto per lei. Essere una donna indipendente non significa non amare, questo è ciò che ho capito girando la scena finale.

 

Perché ha deciso di realizzare un film in costume da un classico della letteratura britannica?

I motivi sono molti e diversi tra loro. E’ stata una grossa sfida per me anche lavorare per uno Studio a un film con attori britannici e soprattutto una sceneggiatura che non era mia. Un territorio nuovo, ciò che mi ha attratto e incoraggiato a provare. Quando ho letto il romanzo di Hardy me ne sono innamorato all’istante e sono saltato a bordo. Era la prima volta che giravo un copione non mio e in una produzione grande come questa. Ho apprezzato molto l'adattamento di David Nicholls, ha reso i tre personaggi principali molto più contemporanei, pur rispettando la trama e la natura delle loro psicologie. 

 

Si è confrontato con il precedente adattamento di John Schlesinger?

Ho deciso di non guardare il film, ne ho visti soltanto venti minuti. Perché è fatto da tre miei eroi: sono sempre stato innamorato di Julie Christie da che ricordi, John Schlesinger era un cineasta magnifico e Nicolas Roeg, che di quel film era direttore della fotografia, forse è stato un autore ancora più determinante per me. Ne ero intimidito, quindi ho finto che questa fosse una relazione esclusiva tra Thomas Hardy e Thomas Vintenberg. Ho chiuso gli occhi al passato anche perché questo è un libro che merita diverse interpretazioni, un testo che possiede uno spessore moderno, non soltanto per il personaggio femminile ma anche per quanto riguarda Oak, altrettanto rilevante per me. E poi è una storia toccante, mi sono arrivate al cuore emozioni che devi provare quando decidi di fare un film. E ho cercato di farlo allo stesso modo dei miei precedenti film, cercando onestà, purezza e autenticità nei personaggi.

 

Oak sembra essere una figura molto importante per lei nel film, forse ancor più della protagonista Bathsheba

Oak per me è un modello, è fonte d’ispirazione. Un uomo capace di ascoltare una donna, di vederla veramente. Penso sia una rarità, ed è stato reso ancora più vero dalla grande prova di Matthias Schoenaerts. La prima volta che l’ho incontrato a dire il vero è stato lui a fare il provino a me, facendomi tute le domande che ero intenzionato a rivolgergli. E’ stato un approccio sorprendente. Matthias non sa mentire come attore, è totalmente sincero, non poteva che essere lui.

 

Anche a livello estetico Via dalla pazza folla si presenta come qualcosa di differente rispetto a quanto fatto in precedenza. Ha cambiato stile di regia per questo film?

In realtà no, credo si tratti più che altro della maggiore influenza femminile che ho subito durante le riprese. In senso positivo intendo. La maggior parte del cast di Via dalla pazza folla è composto da donne. Non solo Carey Mulligan ma anche la costumista e il direttore della fotografia. Penso sia un fattore importantissimo, ha regalato al film una sensibilità che altre mie opere non hanno. È stata una collaborazione strettissima con tutti i reparti, una sinergia totale verso una visione unica. Ho cercato di combinare una dualità che dava energia, la bellezza dei colori del technicolor degli anni ’50 o di capolavori come Via col vento con una macchina da presa che invece cercava di andare sotto pelle agli attori, che scavasse nella loro carte. Ne abbiamo parlato moltissimo con tutto il cast. Abbiamo girato tutto il film in location e in pellicola. Essendo un film Fox Searchlight non aveva il budget di una grande produzione, ma per me è sempre troppo poco. Troppo poco tempo, troppo poco denaro. Abbiamo girato in cinquantatré giorni, con dei ritmi molto serrati.

 

Oltre a Carey Mulligan anche Matthias Schoenaerts e Michael Sheen regalano grandi prove d’attori

Per me il set deve essere gioia e saggezza insieme. Adoro collaborare con gli attori, è il posto in cui mi sento a casa. Lavorare con loro e pian piano superare le barriere che la razionalità costruisce. Tutto allora diventa più vivido ed emozionante. Sono un regista molto esigente, chiedo costantemente di più ai miei interpreti, ma credo di dare loro molto in cambio. E’ una simbiosi prima umana che intellettuale o professionale. Sono sempre onesto con loro, gli dico subito quando non mi piace il loro operato, e loro lo apprezzano.  Ogni attore ha una propria storia, un proprio bagaglio di film. Puoi spingerli fuori dalla loro zona di sicurezza oppure adoperarlo per spingerli ancora più dentro di esso. E’ uno dei miei strumenti più potenti come regista, e cerco sempre di spronarli a prendere decisioni fuori dai soliti schemi.

 

E cosa ci riserva per il futuro Thomas Vintenberg?

Ho appena finito di girare un altro film ambientato in una comune, ispirato alla mia infanzia in mezzo a una vera e propria comunità hippie. Hippie accademici per la precisione. Mi sono divertito moltissimo a farlo. Lo sto montando al momento. Poi mi prenderò una bella pausa. 



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