Valerio Mastandrea al Bif&st: "Bisogna essere prima persone felici e poi bravi attori"

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Valerio Mastandrea al Bif&st: "Bisogna essere prima persone felici e poi bravi attori"

Che si tratti di masterclass o lezioni di cinema, o semplicemente di incontri moderati da un giornalista amico del Bif&st, le chiacchierate delle tarde mattinate del Bari International Film Festival al Teatro Petruzzelli sono per il pubblico un'occasione per esprimere la propria ammirazione per registi e attori che seguono da sempre, e per i "talent" un modo un po’ diverso per raccontarsi, andando indietro negli anni e prendendosi il tempo per narrare aneddoti. La giornata conclusiva della manifestazione diretta da Felice Laudadio ha visto salire sul palco Valerio Mastandrea, destinatario del Federico Fellini Platinum Award for Cinematic Excellence. Amico del festival e del suo primo presidente Ettore Scola, che non ha mancato di ricordare, l'attore ha portato un po’ di romanità in terra di Puglia e, facendo appello alla sua proverbiale ironia, ha così commentato il riconoscimento: "Premi del genere mi suonano tanto come premi alla carriera, che stanno a significare che poi è finita". Dopodiché ha parlato per una buona ora e mezza, cominciando dal film che ha aperto la giornata: Non pensarci, di Gianni Zanasi.

Non pensarci e le "nardinate"
Ho scelto questo film perché da un po’ di tempo mi capita di dire che è quello a cui sono più legato. Con Gianni Zanasi ho condiviso, condivido e spero di condividere ancora una visione comune di ciò che facciamo, una visione giustamente "ridicola", in accordo con le storie che ci piace raccontare, storie di personaggi buffi, surreali, che si trovano a schivare i colpi della vita. Nardini, il protagonista del film, né io né Gianni lo abbiamo mai dimenticato, e quindi ci sentiamo spesso per scambiarci "nardinate". Ve ne racconto una. Ho avuto un figlio nel 2010 e ho invitato Gianni a vederlo in clinica e insieme siamo andati davanti alla nursery. Indicando mio figlio ho cominciato a dire: "Guarda che roba, mo' che faccio?"... insomma le classiche lamentele fuori luogo del neo-papà. A un certo punto sono stato chiamato dalla nonna di mio figlio, che mi è venuta incontro con mio figlio in braccio. Avevamo sbagliato neonato: era una femmina quella che vedevamo.

Gli inizi
Avevo 21 anni e andavo all'università, facevo un corso di lingue con indirizzo storico, studiare mi piaceva, poi sono arrivate le esperienze in televisione e ho lasciato automaticamente. Non so cosa ho lasciato. So che cosa ho trovato, anche se ho impiegato tempo a trovarlo. Ho iniziato a metà degli anni '90, non era come oggi che ci sono le serie tv americane, all'epoca nostra c'erano Distretto di Polizia, Ultimo e tanta tv generalista, forse non sarei andato a fare un provino per una serie americana. I tempi sono cambiati, le persone della mia generazione hanno avuto la fortuna di poter fare ancora un certo tipo di cinema.

Il cinema italiano è morto?
Vado poco al cinema e vedo poco cinema italiano. La cosa che ho notato in questi anni è che non sono mai mancati registi, storie, attori e attrici. Quella roba lì non è mai venuta meno e mai verrà meno nel nostro paese, perché ci sono tante persone sensibili e intelligenti che sanno usare il mestiere del cinema per fare cose interessanti.

Il cinema autoriferito
Ho partecipato alla rinascita ma anche alla demolizione del cinema italiano, perché c'è stato anche un cinema brutto, a cui, e lo dico con umiltà, ho partecipato pure io, c'è stato tanto cinema d'autore autoriferito, il famoso cinema per se stessi, che secondo me è una cosa sbagliata. Bisogna fare anche il cinema per gli altri, e immergersi nel mondo degli altri, forse si può parlare di sé in un’opera prima, ma poi basta.

Il jab
Io cerco di fuggire dalle sensazioni definitive, che possono essere gioia, soddisfazione, eccetera. Io sono ancora vivo all'interno dell'entusiasmo per il cinema proprio perché uso molto il jab, colpisco e mi allontano. Forse arriverà il giorno dell'emozione totale, e allora credo che sarà la fine.

Personaggi
Di gavetta ne ha fatta poca e non lo dico vantandomi, ne avrei fatta di più. Ho bruciato abbastanza le tappe, forse perché ero l'attore che mancava, quello che usava se stesso e non prescindeva mai da se stesso nell'affrontare i personaggi, ecco perché di biografie me ne hanno proposte poche. Non so se mi abbiano veramente imposto personaggi tutti uguali, diciamo che spesso il mercato chiede a un attore di essere la stessa cosa per due, tre anni, e io ho avuto vari momenti: sono stato il ragazzetto disagiato di periferia, il trentenne in cerca di identità e di sicurezze, negli ultimi quattro anni c'è la malattia che mi gira intorno, sono stato anche padre di ragazzi problematici ma in chiave comica. Quello che posso dire è che ho sempre capito quando avevo vestito per intero un personaggio e non lo dovevo rifare più.

Rimpianti
Non ho nessun rimpianto, né di film non fatti che avrei voluto fare né di film fatti che non avrei dovuto fare. Rifarei tutto quello che ho fatto. Però ci sono cose che mi è dispiaciuto perdermi. Per esempio Il branco di Marco Risi. Ero giovane, avevo 22 anni. Andai al provino e Marco non mi prese. "C'è qualcosa nel tuo sguardo che non mi convince" - si giustificò. Non ho mai capito cosa volesse dire. Ricordo che dormivo con le battute sotto il cuscino, pensando: così le imparo meglio.

La regia
Non so se mi sono portato dietro cose imparate sui set, diciamo che mi sono scoperto uno dei tanti, anzi uno che, per il modo particolare che ha di giocare, vuole che tutti giochino alla stessa maniera, tanto che Renato Carpentieri un giorno mi ha detto: "Oh, guarda che nun putimm recitare tutti comm'a te". Il fatto è che tutti i primi film hanno una carica, una preoccupazione e un'ambizione di riuscita talmente forti che si rischia di essere pesanti durante la lavorazione. Ho sempre cercato di dare agli attori il fuoco di una scena, non avrei mai voluto parlare mentre giravo, ma il set era uno stimolo continuo, però mi sono scoperto un regista stronzo come l'artri. Per me la regia non è stata un modo di far vedere quanto sono bravo, potevo essere più bravo da un punto di vista tecnico, però credo di aver detto delle cose che mi sembravano urgenti.

Valeria Golino
Valeria è una regista speciale. Vederla davanti al monitor è un'esperienza bellissima perché si emoziona e si incuriosisce come un bambino. Mi ha colpito con la sua voglia di cinema.

Ride
Nel film non mi sono ritagliato un ruolo perché mi dovevo concentrare su un mestiere che non conoscevo. Recitare in Ride sarebbe stato come mettere due occhiali uno sopra l'altro, alla fine vedi sfocato. E’ stato un film molto spontaneo. E’ venuto da solo. Non è casuale che lo abbia fatto dopo Non essere cattivo, dopo 24 anni che facevo l'attore, e non è casuale nemmeno che io abbia deciso di girarlo dopo essere diventato padre. Essere attori significa stare al centro dell'attenzione, ma quando nella vita l'attenzione te la prende qualcun altro, vuoi essere attore in una altra maniera, vuoi determinare le cose, e il regista è uno che determina le cose.

Essere riconosciuti
La prima volta in cui sono stato riconosciuto e fermato era uno della Lazio che mi voleva menare. Diceva: "Quello fa l'attore è della Roma, lo voglio uccidere”. All'inizio c’erano alcuni che non mi sopportavano perché vedevano in me loro stessi e pensavano: se è famoso lui, come posso non essere famoso io? Questo mestiere mi ha fatto trovare sicurezze. Quando a 13 anni camminavo e vedevo un gruppo di coetanei abbassavo la testa, ora mi guardano e mi riconoscono, ma io li saluto.

Essere riconosciuti 2
Ricordo che ero in motorino e stavo tornando da casa di una delle mie prime fidanzate, faceva freddo era notte, la strada era lunghissima, in giro c'ero solo io, tutto imbacuccato e senza casco. A un certo punto è passato un motorino uguale al mio che andava 150 all'ora, il guidatore mi ha guardato, ha frenato e mi ha detto: "Ma tu sei quell'attore là, bravo, me piace come lavori". E’ andato via ma poi è tornato: "C'ho un po’ d'erba, la voi fuma' con me?", "No, grazie", "Bravo, me la fumo io".

Vivere e recitare
Credo che il mio lavoro mi abbia aiutato a capire che vivere è un po’ più complicato che recitare e bisogna essere prima delle persone felici e poi dei bravi attori.

Netflix
Netflix esiste ed esisterà ancora, quindi dobbiamo farci i conti. Il mio sogno è che più ci sarà e più sale apriranno. La gente al cinema deve vivere un'esperienza diversa rispetto a quella che fa a casa, se questa cosa viene percepita dall'industria, potremo coesistere con questo nuovo colosso dell'intrattenimento.



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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