Valeria Golino al Bif&st: ricordi sparsi, racconti, qualche rimpianto

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Valeria Golino al Bif&st: ricordi sparsi, racconti, qualche rimpianto

C’è chi si è messo in fila davanti all'ingresso del Teatro Petruzzelli alle sei del mattino per seguire la masterclass di Valeria Golino e per vedere Il colore nascosto delle cose, il film di Silvio Soldini nel quale l'attrice interpreta una non vedente e fa innamorare Adriano Giannini. Valeria è la seconda donna della decima edizione del Bif&st 2019 a ricevere il Federico Fellini Platinum Award for Cinematic Excellence. Con la prima, e cioè Paola Cortellesi, ha in comune la forza di carattere e insieme la dolcezza, e se la protagonista di Come un gatto in tagenziale alla recitazione ha affiancato la scrittura, la Susanna di Rain Man è passata addirittura dall'altra parte della macchina da presa, dirigendo due film sopraffini come Miele ed Euforia. Della sua esperienza di regista la Golino parla durante un'ora e mezza di chiacchierata con Enrico Magrelli, che per non scontentare noi giornalisti le chiede del film che accompagnerà a Cannes, che si intitola Portrait de la jeune fille en feu, è diretto da Céline Sciamma ed è in concorso. Seduta su una comoda poltroncina e con un look total black, Valeria Golino racconta poi del suo esordio al cinema, della Coppa Volpi vinta a Venezia grazie a Storia d'amore di Citto Maselli e di una collega americana di nome Julia Roberts che le soffiò la parte di Vivian in Pretty Woman.

Portrait de la jeune fille en feu 
Il film di Cèline Sciamma, una giovane regista francese con una grandissima personalità, è arrivato nell'anno immediatamente successivo a Euforia, che è stato un'esperienza totalizzante, talmente totalizzante da farmi scegliere, subito dopo e nemmeno tanto coscientemente, solo piccole parti, impegni che mi richiedessero poco tempo e che non prendessero troppa anima e fatica. In Portrait de la jeune fille en feu interpreto il mio primo ruolo da vecchia, non perché faccio la madre, cosa che mi è già capitata, ma per il tipo di malinconia che si porta dietro il personaggio. Quando ho letto la sceneggiatura, pur essendo entusiasta del film, non ho avuto voglia di farlo e ho detto no, ma Céline è tornata alla carica perché non riusciva a pensare a nessun'altro, a me invece venivano in mente almeno cinque o sei attrici che avrebbero interpretato il ruolo meglio di me.

Il ruolo in Portrait de la jeune fille en feu
Sono una contessa italiana che vive in Francia in un castello remoto della Normandia e che ha perso una figlia, una ragazza in età di matrimonio che forse si è suicidata. Ha un'altra figlia che vorrebbe far sposare al più presto perché la sua è una famiglia di nobili decaduti, così chiede a una giovane pittrice di fare un ritratto della ragazza da inviare al futuro marito. Quando le due ragazze si incontrano, succede un putiferio.

Il passaggio alla regia
La voglia di passare alla regia l'avevo da tanto tempo, perché sono una cinefila ancora prima che un'attrice e mi piace l'estetica del cinema, però non ne parlavo. Mi sono decisa a 45 anni, sono quindi una giovane regista di mezza età, ho aspettato anche perché ho sempre lavorato tanto come attrice, poi sono stati gli altri, persone vicine a me come Riccardo Scamarcio e Viola Prestieri, a capire il mio desiderio di passare dietro alla macchina da presa e a spingermi a realizzare questo sogno. Comunque sapevo cosa fare, sentivo di dover obbedire a un'urgenza e aderire a una storia sia intellettualmente che sentimentalmente.

Niente idee
Quando sei tu l'autore di un film, ti spaventi quando le idee non ci sono. Adesso non ho un'idea nemmeno a pagarla oro, però faccio finta, prendo note, leggo libri, ma non c'è nulla che abbia catturato la mia attenzione. E la cosa mi angoscia.

L'esordio con Scherzo del destino in agguato dietro l'angolo come un brigante da strada
Avevo sedici anni e mezzo, abitavo in Grecia con mia mamma, mio fratello e mia nonna. Ero andata in Italia a Pasqua per vedere mio papà che viveva a Napoli, facevo da due anni la modella pur andando a scuola e così ho unito l'incontro con mio padre a un servizio fotografico a Roma, dove abitavano zio Enzo e zia Mimma. Ricordo che avevo pranzato con loro prima di andare all'aeroporto per tornare ad Atene e che, quando uscii di casa, mia zia mi chiamò dal balcone, dicendo: "Sali, sali!". Le aveva telefonato Lina Wertmüller, che era una sua amica, e che le aveva detto: "Sto per fare film e mi serve una ragazzina che faccia la figlia Ugo Tognazzi". Mia zia le aveva risposto: "C'è mia nipote che è appena uscita di casa, è mezza greca ed è bellissima, la devi vedere, fa la modellina". Così sono risalita, sono andata a casa di Lina e sono stata presa. Sul set mi urlava addosso parole che non vi dico, era cattivissima, mi faceva paura. Dopo quell'esperienza ho pensato: non vado più all'università, faccio l'attrice.

Con gli attori
Cerco di essere per i miei attori quello che vorrei che un regista fosse per me in quanto attrice. Voglio farli sentire liberi e protetti, liberi di non vergognarsi a essere anche al loro peggio, e proteggerli da loro stessi, dal ruolo e da me. Cerco di guardare i miei attori con tenerezza e rispettando il mistero che si crea nel momento in cui si gira, quando nasce una tensione creativa che ti permette di dire cose che non diresti mai nella vita reale. 

Stupirsi ancora
Nel mio lavoro mi capita ancora di stupirmi, e quando mi stupisco è vivificante, è bello. Un'altra cosa straordinaria del nostro mestiere è la contaminazione, le idee di un altro possono diventare le mie idee qualche anno dopo. Io comunque, per carattere, sono una persona che tende ancora a sorprendersi, forse è inopportuno a 50 anni. Diciamo che sto invecchiando sorprendendomi, al contrario di tante persone alle quali basta essere soddisfate di loro stesse. Per me la soddisfazione è un sentimento pericoloso.

Rivedersi
I miei film li rivedo appena sono pronti, quando li presento a un festival, poi smetto e li evito. A volte, rivedendo un mio film subito dopo averlo girato, mi sembra di aver fatto un bellissimo lavoro e sono segretamente soddisfatta di me, anche se non lo do a vedere. Poi, a distanza di tempo, se rivedo quello stesso film, resto delusa, e mi dico: "Pensavo di essere più brava".

La Coppa Volpi vinta per Storia d'amore di Citto Maselli
Avevo 19 anni quando sono andata a Venezia con Storia d'amore, non avevo nessuna aspettativa, non avevo paura, ero semplicemente contenta di essere là, ma di sicuro non mi aspettavo di vincere. Ricordo che Felice, il deus ex machina del Bif&st che conosco 33 anni, mi disse, dopo aver visto il film e mentre camminavamo per il Lido: "Hai fatto una cosa stupenda, sarebbe quasi da premio per la migliore interpretazione femminile, ma non lo vincerai, lo daranno a Sabine Azéma, tu sei un pulcino appena uscito dall'uovo. Andai via e tre giorni dopo mi chiamarono, non avevo un vestito adatto, me ne feci prestare uno da mia madre. 

Le donne oggi
Il ruolo delle donne nel cinema è cambiato negli anni. Quando ho cominciato a recitare, le regista erano due: Lina Wertmüller e Liliana Cavani, mentre adesso siamo 15? 20? Non tante di più, considerato che sono passati 30 anni. 30 anni fa, però, un'attrice della mia età avrebbe lavorato di meno. Le attrici cinquantenni di oggi lavorano esattamente come quelle di 38-40 anni di un tempo. C'è un cambiamento culturale in atto, ma ogni cambiamento comporta degli errori, e ogni tanto leggo cose che mi mettono a disagio come donna, noto per esempio un bigottismo che per forza di cose sta prendendo piede e che trovo legittimo solo in quanto reazione ad anni ed anni di abusi di potere da parte degli uomini. Detto questo è inconcepibile che le donne, a parità di ruoli, guadagnino meno degli uomini.

L'America
L'esperienza americana mi ha lasciato tante cose, mi è servita, sono stata là per 12 anni, ho fatto 17, 18 film, alcuni belli, altri molto meno belli, però ho incontrato tante persone interessanti e mi sono divertita. Sono stata a Los Angeles dai 23 ai 35 anni, che è un momento fantastico della vita. Col senno di poi, credo che avrei dovuto fare di più.

Rivalità, ovvero Julia Roberts
Julia vinceva sempre lei, l’ho conosciuta in varie occasioni, era una ragazza straordinaria, un animale da cinema, e ogni volta che ci incontravamo a un provino, mi rendevo conto di essere solo una povera ragazza con l'accento straniero che si ostinava a voler fare ruoli da americana. Partivo già con un handicap. Avevo contro attrici come Uma Thurman e Demi Moore, ho fatto quello che ho potuto.  



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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