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Uno scienziato, ma che dico, una celebrità - Eddie Redmayne da Cambridge agli Oscar

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Intervista a uno dei favoriti per i prossimi Oscar.

Uno scienziato, ma che dico, una celebrità - Eddie Redmayne da Cambridge agli Oscar

Una vita da film è quella che ha vissuto Stephen Hawking. Quando mai si era sentito che uno scienziato, un fisico, che per di più comunica con una voce sintetica, diventasse una celebrità vera e propria. Eppure a lui è riuscito, i suoi studi sui buchi neri, sul big bang, sono diventati anche l’ispirazione ideale di una sitcom. Figuriamoci un film, oltretutto concentrato sulla sua vita personale, altrettanto eccezionale, e sulla storia d’amore di un giovane studente di Cambridge per la bella e dolce Jane.

Per adattarlo al cinema è stato scelto James Marsh, documentarista premio oscar per Man on Wire, che ha realizzato uno dei film che si faranno valere nell’imminente stagione dei premi. I due interpreti sono la cosa più lodata de La teoria del tutto : l’ammirevole Felicity Jones, ma soprattutto il protagonista assoluto, Eddie Redmayne. Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione del film al Torino Film Festival.

Come hai approcciato un ruolo che viene talvolta considerato un plus per ottenere riconoscimenti, parlo di interpretare una persona con disabilità, ma nasconde anche il rischio della credibilità?

Normalmente scegli i ruoli perché sono storie interessanti, perché hai voglia di raccontarle. In questo caso quando ho letto la storia di Steve e Jane mi è subito sembrata formidabile, ma interpretare una persona ancora viva e così iconica e brillante come Steve è una combinazione meravigliosa fra grande privilegio, ma anche responsabilità. Mi sentivo ogni giorno sul punto di rischiare il fallimento. Una cosa che volevo era decisamente impressionare Stephen, fare in modo che ne fosse felice. Per cui era un rischio continuo, quello del fallimento.

In una scena dice a un certo punto di non essere una rockstar, ma ora in realtà lo è. Lo hai conosciuto?

Sì, l’ho incontrato. Ho studiato all’Università di Cambridge e qualche volta mi è capitato di vederlo in giro per il campus - parlo di circa dieci anni fa – sempre circondato da un sacco di persone e si sentiva echeggiare la sua voce. È una grande celebrità internazionale, ma naturalmente è anche una mente straordinaria. La sua capacità di vivere la vita con passione e fino in fondo è per me assolutamente rimarchevole e ammirevole. È stato una fonte di grande ispirazione.

Ha un gran senso dell’umorismo, non è vero?

Sì, quando lo incontri ti rendi conto come sia genuinamente una delle persone più divertenti che ti capiterà di incontrare. Ha un umorismo incredibile; anche se ora è complicato per lui comunicare, ha dei tempi comici perfetti. Poi è una persona che quando sorride ti fa apparire il mondo come un gran bel posto.

Per quanto riguarda la preparazione alla parte fisica del film, nella prima parte lui si muove normalmente mentre poi verso la fine reciti quasi solamente con i tuoi occhi. Come è andata, avete girato in ordine cronologico?

Purtroppo no, ormai è molto difficile per ragioni economiche girare cronologicamente. Non abbiamo potuto farlo. Il film si svolge nel corso di venticinque anni e quindi ci siamo trovati nello stesso giorno a saltare avanti e indietro negli anni. È stato complicato, ma lo sapevo dall’inizio e ho cercato di informarmi al meglio sulla sclerosi laterale amiotrofica imparando nel dettaglio i particolari del declino fisico di Stephen. È stata per me la chiave per affrontare al meglio le differenti caratteristiche richieste dalla recitazione nel corso degli anni. È stato difficile, ma anche molto interessante.

Il film è una storia d’amore ma senza lieto fine, con una scena, secondo me la più intensa del film, in cui si lasciano.

La cosa che ho amato molto della storia, come hai detto, è proprio che non avesse un finale conciliante, un lieto fine hollywoodiano. Per me il film era un’investigazione dell’amore in tutte le sue forme: l’amore giovanile, quello appassionato, l’amore familiare, ma anche i confini dell’amore e le sue limitazioni. Quel momento è straordinariamente unico, con due persone che erano state legate in maniera simbiotica, tanto da non riuscire a immaginarsi non più insieme... lui ha trovato una nuova maniera, lei un’altra persona con cui stare. Per me è stata una situazione liberatoria, ma è una scena interessante perché chiunque vede il film la giudica in maniera differente. Alcuni si chiedono come osi lui lasciarla, altri come una forma di liberazione. È una scena complicata.

Il fatto che hai frequentato Cambridge ti ha aiutato in qualche modo? È un luogo quasi eterno, sempre uguale a se stesso.

È stato meraviglioso per me tornarci dieci anni dopo averla lasciata. C’è una grande scena a un ballo nel film. Io sono stato a un paio di questi eventi, fra cui una volta a St.John’s Cambridge, dove abbiamo girato. Quello che posso dirti è che i fuochi d’artificio cortesia della Working Title Film sono molto più straordinari di quelli che ho realmente visto nella realtà [ride].




  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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