Interviste Cinema

Undici donne in lotta per la dignità: Michele Placido e le protagoniste raccontano 7 minuti alla Festa del Cinema

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La lotta contro la paura nel mondo del lavoro di oggi.

Undici donne in lotta per la dignità: Michele Placido e le protagoniste raccontano 7 minuti alla Festa del Cinema

Undici donne appassionate che difendono il proprio lavoro. L’incontro stampa delle protagoniste del nuovo film di Michele Placido, 7 minuti, nel corso della Festa del Cinema di Roma, ha ripercorso la dinamica emotiva del film stesso. Un gruppo di attrici sinceramente coinvolte nel progetto, nel racconto di un mondo del lavoro sempre più precario, con la paura del futuro che costantemente aleggia. Michele Placido, cappello ben calzato in testa, ha vegliato sulle sue attrici, coinvolgendole tutte e volendole accanto a lui sul palco della Sala Petrassi dell’Auditorium.

Sulla genesi del progetto ha coinvolto Stefano Massini, autore della pièce teatrale originale e della sceneggiatura. “Mi ha portato la storia mentre ero al Piccolo Teatro Strehler. Li per lì ero perplesso, poi ho capito che l’idea era buona e giusta per me. Non è stato facile trovare produttori disposti ad investire; i primi sono stati i francesi, poi gli svizzeri, a quel punto anche Rai Cinema l’ha sposato. Mi dicevano di lasciar perdere un film sul lavoro con undici donne, meglio una commedia. Non mi sono arreso, come neanche la produttrice Federica Vincenti. All’inizio pensavo di usare attrici prese dalla strada, poi mi sono reso conto che così non l’avrei mai girato. Stefano Massini ha proposto Fiorella Mannoia, poi è arrivata Ambra Angiolini, con cui avevo già lavorato. Tutte hanno aderito con grande entusiasmo e sono felice di portarlo alla Festa di Roma, più vicina al pubblico e perfetta per questo tipo di storie”.

Facendo un ulteriore passo indietro, Stefano Massini ha raccontato la genesi. “Lavoravo in Francia e un giorno ho letto in un riquadro di cronaca su Le Monde di un consiglio di fabbrica in cui una decina di operaie decisero all’unanimità di rifiutare la proposta di passare a una pausa pranzo di 8 minuti, da 15. Era una storia legata all’industria tessile dell’Alta Loira, io vengo da una realtà simile, fra Firenze e Prato. La prima suggestione forte era cinematografica, rimandava a La parola ai giurati. Iniziai a scrivere i testo, lo mandai a Ottavia Piccolo che accettò di farlo, poi Alessandro Gassman si innamorò della storia portandola in giro per l’Italia. La domanda è cosa sei disposto a fare pur di lavorare e vale per il lavoro tout court, non solo per il proletariato moderno. Non ci identifichiamo più col lavoro che facciamo, si è radicata una crisi fra noi e il nostro mestiere. Non a caso il lessico del mondo del lavoro viene tutto dal gergo militare. Il lavoro è una trincea, in cui però non si combatte più il nemico, ma ci si ammazza tra di noi”.

Lavorare con sole attrici ha avuto un sapore particolare per il regista, che ha confessato di preferire il lavoro con interpreti donne. “Sono convinto di avere un rapporto migliore con loro che con i maschi. Nel girarlo ho pensato a Sidney Lumet, cercando di usare la faccia dell’attore come paesaggio. La chiave è stata usare anche tre o quattro camere, indugiando su chi ascoltava, sul terrore e la paura sul volto, attraverso piccoli gesti. È il modo giusto per questo tipo di drammaturgia, un andamento da thriller psicologico.        

Sarebbe paradossale non dare la parola anche alle protagoniste, in un film così al femminile. Ottavia Piccolo anche in conferenza stampa ha assunto il ruolo di portavoce. “Ognuna di noi ha dato portato molto più del solito, sentendo come fosse una storia intensa e necessaria. Il mio personaggio chiede di parlarne, almeno; di discutere e non prendere subito una decisione affrettata sulla proposta della nuova proprietà. Viene accusata di essere doppiogiochista, specchio di una società che non si fida più di chi la rappresenta.”

“Le più anziane le battaglie per il lavoro le hanno fatte, chiedendo diritti nei consigli di fabbria”, aggiunge Fiorella Mannoia. “Le più giovani dicono che se perderanno il lavoro non ne troveranno un altro, in periodo di crisi, che è facile per loro parlare visto che sono alla fine del percorso lavorativo. Tutto è individuale, non c’è più un sentire comune, si sta camminando sul filo sottile di una nuova forma di schiavitù. Non si sa dove andremo a finire se non ci fermiamo. Sono tanti gli spunti di riflessione, ci siamo emozionate davvero. Nel film viene fuori la divisione fra italiane e straniere, uno spaccato della nostra realtà. Loro ci dicono che conosciamo solo adesso la paura, ora che perdiamo le comodità e le certezze”.

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