Interviste Cinema

Una vergine in cerca di libertà - Incontro con Alba Rohrwacher

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L'attrice ci parla del suo ruolo in Vergine giurata, in concorso alla Berlinale 2015.

Una vergine in cerca di libertà - Incontro con Alba Rohrwacher

Non sono passati che cinque mesi dalla Colpa Volpi a Venezia per il ruolo di una madre ossessionata in Hungry Hearts. Ora Alba Rohrwacher conferma di essere una delle interpreti più coraggiose del nostro cinema in Vergine giurata, opera prima di Laura Bispuri.

Nel film è Hana, una ragazza albanese che per rifiutare il suo destino di moglie e serva imposto dalle regole ataviche delle montagne del nord del paese giura la sua verginità a vita, appellandosi a un’antica tradizione che prevede la sua accettazione sociale come uomo. Diventerà quindi Mark. Dopo molti anni, però, avrà voglia di lasciare quella realtà fuori dal tempo, per inseguire la libertà in Italia, dove vive la sorella.

Un ruolo in cui la Rohrwacher si spoglia delle sua femminilità, affidandosi pienamente a una giovane regista esordiente. Ne abbiamo parlato con lei durante un’incontro a Berlino, proprio durante la proiezione del film per la stampa di tutto il mondo.

"Laura mi ha fatto leggere la sceneggiatura appena finita, tre anni e mezzo fa e ho letto anche il libro di Elvira Dones da cui è liberamente tratto. Mi sembrava un’avventura entusiasmante e le ho quindi detto sì con piacere. Poi più passava il tempo più mi ponevo dei dubbi, non tanto su di lei come regista, quanto rispetto alla mia ambizione di raccontare un personaggio tanto lontano di cui mi spaventava soprattutto il parlare una lingua così diversa da quelle che conosco. Poi è subentrata l’importanza dello sguardo del regista e ci siamo detti che dovevamo affrontare quella che assomigliava a un'impresa, magari con inscoscienza."

Oltre alla lingua, anche il suo portamento, il mascolino che c’è in Mark, è importante e il suo cambiamento che la fa rendere conto che la sua libertà passa dal ritorno a essere Hana, a quella femminilità che aveva rinnegato.

Abbiamo fatto un grande lavoro sul corpo, fatto di piccoli gesti. Mi ricordo in particolare durante una prova costume che ho iniziato a camminare in un certo modo e quella camminata poi me la sono portata dietro. Con il tempo, lavorando, insieme a Laura, il personaggio lo abbiamo avuto lì, preciso e concreto, sapevamo come si sarebbe mosso, il suo sguardo. Da lì poi ho iniziato a studiare l’albanese, questa lingua impossibile.

Sono due mondi diversi quelli del film: l’Italia, ma anche queste incredibili leggi antiche delle montagne albanesi che fanno rabbrividire. Da donna, che effetto ti hanno fatto? Nel film c’è anche uno sguardo rispettoso nei confronti di quel mondo.

Il film non giudica una realtà molto dura, a molti sconosciuta. Arrivare lì è stato uno shock, in Albania abbiamo girato solo due settimane, ma sono andata con Laura Bispuri una settimana prima. È un mondo duro, quella parte montana al confine con il Kosovo è una zona davvero poverissima, non c’è niente, né istruzione né materie prime e pochissimo cibo. Una terra dura e respingente, ma anche, come tutte le situazioni estreme, affascinante, che mi ha dato tanto nel lavoro di costruzione del personaggio e mi sembra anche al film. Sono degli scenari molto belli da vedere.

È interessante il rapporto con la nipote italiana, quella più lontana da lei, ma con cui dopo un inizio difficile trova delle cose in comune.

Si guardano come in uno specchio con questa ragazzina. Hana/Mark nega la propria femminilità con il suo giuramento e in nome di una libertà finisce per imprigionarcisi. C’è della sofferenza dietro questa sua scelta. Arrivando in Italia cerca piano piano di riappropriarsi di quello che ha perduto. La ragazzina, libera, nata e cresciuta in Italia da genitori albanesi, spende tutta la sua vita nel nuoto sincronizzato, che imprigiona anche lei, seppure in modo diverso. Uno sport che diventa metafora della condizione di queste donne, sott'acqua in apnea faticano, poi quando emergono dall’acqua sono bellissime, tutte uguali e truccate; ma dietro a questo sorriso, che assomiglia a un ghigno, non c’è una sincera soddisfazione quanto il rispetto della forma. Il film, in maniera delicata, cerca di non giudicare l’Albania o l’Italia, ma di fare un discorso più generale sulla donna oggi.

Vergine giurata, dopo la presentazione in concorso al Festival di Berlino, uscirà nelle sale il prossimo marzo.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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