Interviste Cinema

Una vacca e un Candido: In viaggio con Jacqueline

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Incontro con Mohamed Hamidi e Fatsah Bouyahmed

Una vacca e un Candido: In viaggio con Jacqueline

Non più solamente un’espressione colorita di sorpresa o ammirazione, La Vache in Francia da qualche tempo è anche il titolo originale di un piccolo film che ha superato il milione di spettatori. In arrivo in Italia col titolo In viaggio con Jacqueline, è la storia di un allevatore e contadino dell’entroterra algerino che sbarca a Marsiglia e risale la Francia a piedi per far concorrere la sua adorata vacca, per l’appunto Jacqueline, al concorso annuale per bovini del Salone dell’agricoltura di Parigi. Occasione di incontri di ogni tipo, lungo le strade bianche di un Paese che lo adotta subito come simbolo di bonaria testardaggine.

Abbiamo incontrato a Parigi il regista Mohamed Hamidi, al secondo film come regista, franco algerino come il protagonista Fatsah Bouyahmed.

Da cosa è partito per ideare questo film? Dalla vacca del classico con Fernandel La vacca e il prigioniero, della fine degli anni ’50?

M.H. La prima idea era fare un road movie in giro per la Francia, un paese molto interessante e vario che ho girato in lungo e in largo quando ero studente, come animatore nelle colonie estive e in tournée con degli artisti. Volevo raccontarla con un’epopea, poi la vacca è arrivata discutendo, volendo fare un film originale, a piedi, che si prendesse il giusto tempo di parlare con le persone, ed effettivamente anche con riferimento a Fernandel.

Il suo personaggio è amato da tutti, un Candido che si aggira per una dolce Francia che ricorda altre epoche.

F.B. È un personaggio semplice, ma non semplicistico, va all’essenziale e soprattutto parla con il cuore e non si può che rispondergli con il cuore.

M.H. Indossiamo sempre una maschera, specie nelle grandi città, come Parigi o Roma. Abbiamo un ruolo e una postura, ma quando abbiamo la pazienza di parlare con le persone, magari perché siamo in vacanza, ci rendiamo conto come ci sono tante persone piacevoli, e finiamo per stupirci piacevolmente. Non abbiamo il tempo, mentre il protagonista del film ce l’ha e incontra delle persone all’inizio sorprese, con la loro corazza del quotidiano, come il cognato interpretato da Jamel Debbouze e il nobile decaduto Lambert Wilson. Ma piano piano diventano più umani.

Il suo primo film era un altro road movie, Né quelque part, in cui un francese si addentrava in Algeria alla ricerca delle radici dei propri genitori, qui è il contrario, dal Nordafrica si va in viaggio per la Francia. È importante per lei mettere in comunicazione queste due culture, che sono anche le sue?

M.H. Sono due mondi che conosco e che raramente comunicano; la maggior parte dei francesi che conosco non conosce l’Algeria e viceversa. Pensate che il mio cosceneggiatore, che ha 70 anni e ha viaggiato in tutto il mondo, l’unico posto in cui non è mai stato è proprio l’Algeria, così vicina storicamente, ma così lontana: gli algerini parlano sempre dei francesi e il contrario. Come francese, ma di origine algerina, trovavo fosse interessante nei miei primi due film raccontare una corrispondenza fra questi due paesi, nei due sensi.

Ci sono tre protagonisti che rappresentano tre fisicità e stili comici completamente diversi. Fatsah Bouyahmed e il suo candore, il nervoso Jamel Debbouze e il nobile depresso Lambert Wilson.

M.H. Nella commedia è fondamentale avere dei contrasti, fisici, di comportamento o di umore. Volevamo che il protagonista si confrontasse con qualcuno che aiutasse a creare della comicità, per il resto ci ha pensato il talento degli attori.

F.B. È come con la commedia dell’arte, ognuno suona il proprio strumento musicale.

E con la mucca, o le mucche, come è andata?

M.H. Ce n’erano varie, in realtà. Una in Marocco, dove abbiamo girato le scene algerine, e trovarla è stata la cosa più difficile e due in Francia. È stato un gran lavoro di preparazione.

Il casting della vacca.

M.H. Assolutamente, dovevano somigliarsi. Poi abbiamo dovuto scegliere la razza, e avevo in testa una vacca marrone, perché nel Maghreb sono così. Non avrei potuto fare un film con una bianca con macchie nere, non avrebbe funzionato. Ne abbiamo viste un sacco, facendo dei veri provini, eravamo incerti fra due razze, quindi ne abbiamo scelta e una e siamo partiti con i casting. È stato molto interessante e ci siamo aiutati con un addestratore che ci ha dato i giusti consigli. Per esempio alla fine eravamo in dubbio fra due vacche, una delle quali più bella di quella che abbiamo poi usato, ma ci ha detto di non far recitare quella perché sarebbe stato molto complicato. In effetti l’abbiamo portata come sostituta, ma le due volte che l’abbiamo usata è stato l’inferno.

Come è stato recitare con la vacca?

F.B. Mi hanno insegnato ad ascoltare l’animale, il suo ritmo di respirazione, il calore, rassicurarla come fosse un bambino e se è tranquilla tutta va per il meglio. Poi si abituata alla mia presenza.

Si parlava de La vacca e il prigioniero con Fernandel, quanto l’ha ispirata?

M.H. Era più un ricordo d’infanzia che un riferimento cinematografico, qualcosa che in Francia è entrato nella cultura popolare, ma per la parte comica i miei riferimenti sono soprattutto la commedia italiana degli anni ’50 e ‘60, nei personaggi e nei dialoghi. I soliti ignoti, Lo scopone scientifico, sono i film che mi fanno più ridere, che mi hanno più segnato e di cui amo l’universalità.




  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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