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Una risata che viene dal nord: Sidse Babett Knudsen, protagonista di 150 milligrammi, si racconta

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Talento in rampa di lancio del cinema europeo protagonista di 150 milligrammi.

Una risata che viene dal nord: Sidse Babett Knudsen, protagonista di 150 milligrammi,  si racconta

Una risata calorosa, una battuta sempre pronta ad accadere, Sidse Babett Knudsen sembra più una compagnona australiana che la rigorosa attrice danese vista in film come Dopo il matrimonio di Susanne Bier o il terzo film del Dogma, Mifune. La vera svolta internazionale per questa brava attrice è arrivata con il ruolo del primo ministro danese in Borgen, serie televisiva apprezzata in molti paesi europei, specie in Francia, dove una delle più grandi fan è Catherine Deneuve.

Proprio lei l’ha consigliata alla regista Emmanuelle Bercot, disperatamente alla ricerca di un’attrice capace di interpretare la storia vera di Irène Frachon, medico capace di lottare contro un colosso farmaceutico per il ritiro di un farmaco dai gravissimi effetti collaterali. Prima dell’uscita di 150 milligrammi, è arrivato il César come non protagonista per La corte, accanto a Fabrice Luchini, il ritorno in tv con la serie televisiva Westworld, successo della HBO, oltre a Inferno di Ron Howard.

La genesi del film ce lo ha raccontato a Parigi, nel corso dei Rendez-Vous di Unifrance.

“Emmanuelle e la produttrice mi sono venuti a trovare, raccontandomi che si trattava di una sorta di Erin Brockovich francese, raccontandomi la storia di Irène. L’ho incontrata a Parigi, è una donna pazzesca. Mi ha preso da parte dicendomi ‘tu non sai niente di questa storia, te la racconto io’. Ha un talento incredibile nell’usare le parole adatte alla persona che si trova di fronte. Mi ha subito conquistato, lei con la sua storia.”

Qual è stata la sfida maggiore?

Il francese, perché parla molto velocemente. È difficile interpretare una persona reale, hai molte responsabilità. L’ho vista in televisione rilasciare un’intervista ed era perfetta, quando serve sa essere uno schiacciasassi. Quando ha visto 150 milligrammi la prima volta mi ha mandato un messaggio dicendo che avevo restituito ogni emozione che aveva provato nella realtà, ringraziandomi. Poi abbiamo visto il film insieme ed è stato un pianto continuo per entrambe. A singhiozzi.

Irène Frachon è una persona molto nota in Francia, spesso apparsa in televisione, come mai non farne un documentario ma un film?

Ce lo siamo detti subito con Emmanuelle Bercot: per convincere la gente a pagare il biglietto per andare al cinema dovevamo fare qualcosa di diverso da un semplice documentario. Ci sono elementi di thriller, ma è universale la storia di una cittadina che si ribella contro un’ingiustizia. Quando ho letto la sceneggiatura mi sono detta che arrivava nel momento giusto. Oggi abbiamo bisogno di queste storie, per tutto quello che accade nel mondo. È importante ridare la responsabilità alla gente.


Westworld è una serie in cui tutto può accadere, nonostante quello che accade al suo personaggio. Ha firmato per la seconda serie, tornerà?

Dunque, vediamo cosa dovrei rispondere... niente, non posso davvero parlare di questo. Vedremo cosa succederà. Posso dire che mentre giravamo anche noi azzardavamo molte teorie, così come i fan quando l’hanno vista. Quante chiacchiere con le ragazze del trucco, ma anche con gli sceneggiatori, che erano sempre presenti sul set. Però mica vai da loro e gli chiedi troppe cose, il mistero è bene mantenerlo intatto e molte cose le abbiamo scoperte solo leggendo i copioni.

Tutto è cominciato, a livello internazionale, con Borgen?

Borgen è stata una vetrina importante verso il mondo, dopo ho ricevuto delle offerte; ma mi sono formata in Francia e ho sempre voluto recitare in inglese. Trovo sia una lingua molto divertente per un attore, poi sono cresciuta con il cinema americano. Ho sempre sognato di dire: Oh my God o Non, je ne t’aime pas, no no. Anche il finlandese non è male. A parte gli scherzi, vorrei fare più cose diverse possibili, mi piace molto.

Come mai è finita a studiare in Francia?

È stata una decisione presa con le mie amiche a 15 anni. Ci siamo dette che, appena diplomate, saremmo subito andate a Parigi. Penso l’attrazione venisse dai film che avevamo visto in quegli anni, come Betty Blue e Diva: realtà colorate, bohemien e piene di passione, o più semplicemente la voglia di diventare adulti e partire per un anno. Poi ho provato a fare delle audizioni per il teatro e mi hanno preso e ho deciso di restare un po’ di più. Alla fine sono diventati sei anni.

Come si è trovata invece a lavorare in produzioni americane?

Sono molto impressionata dagli attori. Arrivano sempre preparati e sanno perfettamente la battuta e come dirla, fin dal primo ciak. In Europa tendiamo più a provare, cercare di arrivare alla situazione giusta. A noi piace parlare di una forma d’arte, negli Stati Uniti sono iper professionali, per loro è business, un lavoro.

Poi è arrivata un grande blockbuster hollywoodiano come Inferno, accanto a Tom Hanks, con cui ha lavorato sempre lo scorso anno anche nel film di Tom Tykwer tratto dal romanzo Ologramma per il re, visto al Tribeca e ancora inedito in Italia.

Ho fatto un provino via skype con Ron Howard, il mio ruolo era di una donna misteriosa dai capelli bianchi, di 60 anni. ‘Possiamo fare qualche cambiamento’, mi ha però rassicurato. Lavorare con Tom Hanks, invece, è stata una doppia gioia. Emana vibrazioni positive e piene di gioia, quando lui è intorno sei semplicemente felice; farei di tutto con lui.

Il cinema danese ha regalato grandi registi e film di livello, un piccolo miracolo per un paese così piccolo. Con chi le piacerebbe lavorare, in patria? Magari con Lars Von Trier?

In realtà ci ho già lavorato, per una settimana. Ero Nicole Kidman in Dogville. Davvero, non ci crede?

E come è stato essere Nicole Kidman, allora?

È stato bello. A parte gli scherzi, era un test per far vedere ai finanziatori come sarebbe venuto quelloo strano film con gli interni disegnati sul pavimento con una matita. Ma è stato molto divertente e Lars è una persona davvero speciale, c’è qualcosa di molto tenero in lui.

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  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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