Interviste Cinema

Una madre e una figlia: Lisa Azuelos ci racconta l’autobiografico Selfie di famiglia

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Un film che parla d’amore, contro il cinismo, che racconta la vera storia della regista e della figlia.

Una madre e una figlia: Lisa Azuelos ci racconta l’autobiografico Selfie di famiglia

“Un film che parla d’amore”. Così definisce Lisa Azuelos il suo nuovo film, Selfie di famiglia (Mon bebè), con semplicità, lamentando il cinismo e la violenza sempre più presenti nella società di oggi, non solo in Francia. Dopo l’epopea pubblica del biografico Dalida, arriva ora il racconto intimo, privato e famigliare, dell’autobiografico racconto di una madre e una figlia. Tanto che quest’ultima nel film è interpretata dalla stessa pargola della regista, Thaïs Alessandrin, mentre i panni della donna, terrorizzata dallo svuotamento della casa, a causa della partenza dell’ultima nata per l’estero, troviamo una delle fuoriclasse del cinema francese brillante di oggi: Sandrine Kiberlain.

Il film è appena uscito nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures. Abbiamo incontrato la regista a Bologna, in occasione della scorsa edizione del Biografilm Festival.

Come è nato il coinvolgimento di sua figlia?

È il terzo film che faccio con lei, quindi so che recita bene e può fare l’attrice. Quando mi ha detto che sarebbe partita per il Canada per l’università ho iniziato a filmare col telefonino per non dimenticare i momenti in cui la famiglia era ancora tutta insieme. I pranzi, le dinamiche del quotidiano apparentemente senza importanza, perché sono proprio quelle che abbiamo voglia di ricordarci successivamente.  Dopo sei mesi mi sono resa conto che stava venendo un film, il racconto di una famiglia e i legami che si sono creati.

È una famiglia molto affettuosa, che si abbraccia e dimostra molto fisicamente il proprio affetto, in un mondo che sempre più va nella direzione opposta.

È un film che parla d’amore, anti cinico, viviamo in un paese, la Francia, molto cinico e violento che sembra amare il conflitto. Io ho sempre amato l’amore e trovo che la famiglia costituisca il primo cerchio che costituisce la base della società, per cui è particolarmente importante che ci si possa nutrire d’amore, visto che la società intorno è violenta. Ha ragione, è la prima volta che mi viene fatto notare. Posso dire che volevo veicolare un sentimento d’amore fisico.

A fare da mediatrice Sandrine Kiberlain, nel ruolo non semplice della regista, cioè della madre.

Ci conosciamo da molto tempo, prima della lavorazione ci siamo naturalmente avvicinate ancora di più. Il suo grande lavoro è stato di osservarci, di avvicinarsi il più possibile alla mia verità per trasformarla nella sua. È anche questo che ha permesso a Thais, mia figlia, di sentirsi a suo agio, proprio perché era la sua storia, ma aveva un’intermediaria per renderela un film e non solo qualcosa di simpatico e personale. Sandrine è stata cruciale.

È vero che Boyhood ha giocato un ruolo nel raccontare il momento solenne, ma anche amaro per una madre, in cui la figlia va via di casa?

Ha avuto un ruolo innanzitutto professionale, perché ho visto che si inseriva in un cinema che era assolutamente quello che volevo fare, anche se purtroppo non ho avuto l’idea di girare ogni anno. La scena in cui il figlio se ne va è stata soprattutto una grande presa di coscienza che sarebbe successo anche a me e curiosamente, se non l’avessi visto al cinema, pur sapendo che sarebbe successo, non mi avrebbe scioccato così tanto. Mi ha permesso di rendermi conto in anticipo di qualcosa che mi aspettava nella vita futura ed è stato così scioccante da motivarmi.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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