Un vendicatore violento, ma con una morale: Antoine Fuqua ci parla di The Equalizer 2

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Un vendicatore violento, ma con una morale: Antoine Fuqua ci parla di The Equalizer 2

Era il maledetto 2001, proprio pochi giorni prima dell’11 settembre, quando Training Day segnò una svolta nella maniera di raccontare la criminalità di strada fra le gang di Los Angeles. Antoine Fuqua e Denzel Washington da quel momento sono tornati a lavorare insieme, specie recentemente, con il remake de I magnifici 7 e un thriller ispirato a una serie televisiva anni ’80, The Equalizer. La storia di un pacifico amante dei libri e della giustizia, pronto però a scatenarsi nella difesa dei più deboli grazie all’addestramento ricevuto come ex agente dei servizi segreti, è diventato un successo anche al di là delle aspettative. Tanto che ora Fuqua è a Locarno a presentare in Piazza Grande il secondo capitolo, The Equalizer 2 - Senza Perdono, nei cinema italiani dal 13 settembre prossimo.

Come mai un sequel?

La sceneggiatura era molto bella e mi ero divertito molto la prima volta con il personaggio di Rober McCall, misterioso e particolare. Mi sono detto che sarebbe stato interessante esplorare qualcosa in più su di lui, vedere in quale direzione potevamo andare. Denzel anche ne aveva molta voglia.

È vero che lo ha conosciuto in Chiesa?

C’è una Chiesa a Los Angeles in cui andiamo entrambi, lui con la moglie Paula, io introdotto da mia moglie una volta sposati. Siamo tanti, ci incontriamo, siamo amici, c’è anche Magic Johnson. Ci siamo visti lì per la prima volta, una domenica di sfuggita, poi attraverso i nostri agenti ci siamo conosciuti veramente per lavorare insieme a Training Day. 

Denzel Washington è una persona molto religiosa, come riesce a spingerlo verso la violenza brutale presente nel film?

Entrambi crediamo nella Bibbia e che, per citare le scritture, ‘il salario del peccato è la morte’. Qualche volta è necessario che l’Arcangelo, che ho tatuato sul braccio, sguaini la spada. Abbiamo trovato le ragioni nel nostro viaggio spirituale, dando la possibilità al cattivo di fare la cosa giusta, ma se non la fa deve essere punito per essersi comportato male, per aver fatto del male; ma è giustificato, non va semplicemente a picchiare la gente, gli regala una possibilità e credo sia la cosa giusta da fare. Come in Training Day, abbiamo discusso molto di queste cose. Se continui a comportarti così male allora meriti di morire. Anche questo è scritto nella Bibbia: ‘il salario del peccato è la morte’.

Parlava prima di permettere di fare la cosa giusta, dando una seconda possibilità, poi c’è un ragazzo che vive nello stesso palazzo che McCall vuole aiutare a non commettere il primo errore.

Il ragazzo si trova a un bivio nella sua vita, in cui sta per fare la scelta sbagliata e a quel punto  bisogna agire con urgenza, quando si tratta di giovani anche dandogli una smossa fisicamente. Non ascoltano neanche, con le loro cuffie sempre alle orecchie, sanno tutto loro, sono occupati. Devi fargli capire che stanno per fare la scelta sbagliata, ma è urgente e per noi era importante, parte del motivo per cui volevamo fare il film.

È vero che, nel corso di una scena di combattimento, è stata un’idea di Washington di rompere le dita al cattivo di turno?

Sì, era in pieno raptus durante la scena, ha provato varie cose, è così che lavoriamo, e quella specifica idea mi è subito piaciuta. Ogni ciak proviamo qualcosa di diverso, facciamo impazzire il montatore [ride].

Il film mescola un ritmo lento, come la vita quasi banale del protagonista, con esplosioni di violenza frenetica.

È così, lui è un individuo solitario dai ritmi lenti e metodici, il tempo per lui non ha significato, lo intuiamo dal fatto che legga Alla ricerca del tempo perduto di Proust. Mente la violenza non può andare avanti per sempre, sarebbe orribile, deve rientrare nello spazio del ticchettio di un orologio. Veloce, efficiente e via. È il tempo di cinema che amo, sono cresciuto guardando i film di Sergio Leone, film europei in cui ci si prende il giusto tempo, quando in America talvolta c’è la tendenza alla frenesia. 

C’è una sequenza molto giocata sui ritmi lenti, in cui una persona non deve farsi scoprire mentre si è rifugiata in una panic room, piena di tensione.

È per questo che facciamo cinema, per giocare col pubblico, con la reazione di una sala piena di persone che partecipa e arriva a commentare ad alta voce consigliando cosa fare ai personaggi. Sono cresciuto in sale come queste, mi ricordo mentre scivolavo da ragazzino lungo lo schienale per la tensione, o uscivo dal cinema e ne parlavo con i miei amici andando a casa in autobus. Ogni tanto cerco di tornare nei panni di quel ragazzo con una coca e i popcorn, seduto a godersi lo spettacolo del cinema. I sette samurai è il film che mi ha spinto a voler fare il regista. Sono cresciuto in un ghetto di Pittsburgh e andavo a vedere spesso i film di Bruce Lee, fino a che mi sono trovato davanti un film con un giapponese con una spada; mi sono detto: sarà un altro film di karate. I miei amici se ne andarono, io restai perché non avevo mai visto un samurai né un film giapponese. Riusciva, per paradossale che potesse sembrare, a parlare della mia vita. Se tornavo a casa un po’ più tardi in autobus diventava pericoloso, salivano i membri delle gang e se finivi nel quartiere sbagliato giravano le pistole. C’erano anche lì i signori della guerra, anche se non con la spada. Lo stesso mi accadde con Nuovo cinema Paradiso: era ambientato in Italia, ma era come il mio quartiere, con molti famigliari, tra cui mio padre e mio zio, che mentre crescevo combattevano in Vietnam. Mi ricordo che capii subito come per il bambino del film la sala era un rifugio sicuro in cui sognare. 

Come è cambiato il modo di recitare di Denzel Washington dall’epoca di Training Day, ormai 17 anni fa?

La cosa che mi affascina di più è che recita come se non fosse Denzel Washington, come se dovesse dimostrare ogni volta a se stesso di essere sempre migliore, ogni volta.




Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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