Un giallo morbido e garbato per raccontare un territorio: ecco Finché c'è prosecco c'è speranza

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Un giallo morbido e garbato per raccontare un territorio: ecco Finché c'è prosecco c'è speranza

Antonio Padovan ha da poco superato i trent'anni. Originario di Conegliano, vive a New York da dodici anni, ma per esordire al cinema aveva "voglia di raccontare dove sono nato," dice. Da tempo era alla ricerca della storia giusta che gli avrebbe permesso di farlo, "di raccontare quel territorio", e quella storia è stata quella di "Finché c'è prosecco c'è speranza", un giallo firmato da Fulvio Ervas.
"Uscendo dalla libreria dove l'avevo comprato," racconta Padovan, "ho incontrato un'amica che mi ha detto che con il suo club di lettura tutto al femminile avrebber avuto un incontro con l'autore di lì a pochi giorni. Io ho letto il libro, ho capito che era la storia giusta per me e sono andato a quell'incontro, proponendo a Fulvio - senza nemmeno uno straccio di produttore al mio fianco - di scrivere assieme una sceneggiatura. E così abbiamo fatto, via Skype, io a New York e lui in Veneto. Poi al progetto si è legato Giuseppe Battiston, ed è lui che ci ha consigliato di lavorare al copione anche con Marco Pettenello, che quel territorio lì lo conosce bene.
Quel territorio e quel terroir, verrebbe da dire, visto che la storia di Finché c'è prosecco c'è speranza è quella di un bizzoso conte - produttore di vino (prosecco, ovviamente) coi metodi giusti, tradizionali e naturali - che muore suicida, e di una scia di morti che fa seguito a questa prima, solo che ammazzati. Ad indagare, e a scoprire che le cose sono collegate, un neo vice-ispettore un po' goffo e un po' insicuro, lo Stucky di Battiston.

"Stucky è uno che vive il rapporto con la sua inadeguatezza," spiega l'attore. "Uno che si muove male, si veste male, parla poco e non sempre bene, non riesce nemmeno sempre a farsi rispettare come tutore dell'ordine. E nel film la sua vicenda professionale e quella umana vanno di pari passo: si mescola la struttura del giallo a un'evoluzione intima e emotiva dei personaggi. Indagando su queste morti, frequentando la varia umanità del fittizio paesino del trevigiano dove è ambientata la storia, elabora delle ferite personali che non sono ancora chiuse. Cercando di fare giustizia cerca anche di portarla nella sua vita, lui che di ingiustizie ne ha subite, e lo fa in maniera molto garbata."

Giustizia e sostenibilità: sono queste le due parole chiave di Finché c'è prosecco c'è speranza, un film che Padovan ha voluto realizzare guardando "da un lato allo stile dei gialli inglesi, meno aggressivi di quelli americani, e dall'altro al cinema di Carlo Mazzacurati, già nella scelta di interpreti e collaboratori."
"Giustizia sì," dice il regista, "ma in maniera particolare, umana, morale. Questo film è pieno di cattivi che però sono dei buoni, e anche di personaggi afflitti da sensi di colpa, ossessionati dall'idea di saper perdonare e perdonarsi."
"E poi si parla di un rapporto perduto con il proprio territorio," specifica Battiston. "A causa dell'intensificarsi delle culture e dell'industria si è arricchito il territorio nell'immediato, ma lo si è anche snaturato in maniera insensata e pericolosa. Se vai a visitare le colline del prosecco, ti accorgi che ci sono produttori che hanno piantato le viti in maniera insensata, che causerà il crollo delle colline stesse, e ti chiedi come ragioni questa gente, che pensa solo al profitto immediato."
Ma il vino, che ruolo gioca in questo film? "Il mio personaggio non capisce un cazzo di vino e io lo trovo una cosa meravigliosa," risponde Battiston. "Perché la centralità non sta nella bevanda ma nel territorio, anche se è una bevanda che è sacra per un uomo, il conte suicida, che gli ha dedicato tutto la vita."

Oltre a Giuseppe Battiston, nel cast di Finché c'è prosecco c'è speranza ci sono anche Teco Celio, Liz Solari, Roberto Citran, Silvia D'amico, Babak Karimi, Gisella Burinato e Rade Serbedzija. E, in un cammeo piccolo ma significativo, perfino Vitaliano Trevisan, scrittore, commediografo e attore che non di frequente si concede al cinema. "Lo abbiamo attirato con la soppressa, e col vino", scherzano Padovan e Battiston, per poi farsi seri. "Ho una grande ammirazione per Vitaliano, e abbiamo lavorato assieme anche in teatro: sono stato felicissimo che fosse nel film," dice l'attore.
"Quando ha saputo che c'era Giuseppe, Vitaliano ha accettato di lavorare con noi, e poi gli piaceva l'idea di interpretare il ruolo del proprietario di un curioso poligono sperso nelle campagne. Una parte che con Marco Pettenello abbiamo riscritto un po' quando abbiamo avuto la sicurezza che l'avrebbe interpretato Trevisan, per cucirglielo meglio addosso."



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