Interviste Cinema

Un cinema accessibile, ma con un tocco d’autore: il belga Olivier Masset-Depasse ci parla di Doppio sospetto

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Abbiamo incontrato il regista, Olivier Masset-Depasse del coinvolgente thriller noir belga Doppio sospetto, una delle poche novità uscita nelle sale in questi giorni complicati.

Un cinema accessibile, ma con un tocco d’autore: il belga Olivier Masset-Depasse ci parla di Doppio sospetto

Gli anni ’60 sono la cornice molto riconoscibile di un appassionante thriller pieno di riferimenti cinefili, Doppio sospetto, che arriva dal Belgio per raccontare la storia di due donne, Alice e Céline, molto diverse, vicine in due ville a schiera della periferia di Bruxelles, ma soprattutto inseparabili, come i due mariti e i due figli. Abbiamo parlato a Parigi con il regista, Olivier Masset-Depasse, che ci ha raccontato di questa placida esistenza che viene interrotta da un fatto violento, pronto a scatenare paranoie e sospetti.

Il film è appena uscito in sala, distribuito da Teodora, nonostante le chiusure dei cinema in alcune zone del paese, e merita sicuramente una visione, non solo per il coraggio di chi lo propone nelle sale in un momento così difficile, ma anche, e soprattutto, perché è un film notevole.

“Bisogna dire che il Belgio degli anni Sessanta era è uno dei paesi più americanizzati, quindi si vede un tocco hollywoodiano, ma il paese assomigliava a quello che si vede nel film. Ho adottato il romanzo Derrière la haine di una scrittrice, Barbara Abel, un’amica, che aveva un tocco hitchcockiano. Volevo raccontare una storia molto cupa, ma nello splendore e con la bellezza degli anni ’60. Volevo trattare la storia con un contrappunto estetico, evitare la uniformità di tono che avevo già utilizzato precedentemente. Era questo che mi interessava."

È più difficile per un regista creare della tensione o creare dell’empatia facendo della commedia?

Il cinema di genere è come la musica, ci sono elementi rigidi che vanno rispettati, qui l’obiettivo era di lasciare gli spettatori alla fine metà commossi e metà spaventati, un equilibrio interessante perché diverso rispetto al solito thriller, che non deve mai perdere la presenza importante dell’elemento drammatico, apportando una nota emozionale della storia.

La storia delle due donne, la bionda e la bruna, è costantemente sospesa, non si capisce mai chi sia la femme fatale, il diavolo.

Le due donne dovevano avere un’aria molto umana senza che si sapesse dietro a quale di loro fosse nascosto il diavolo. Per me c’erano due influenze: il personaggio di Alice è polanskiano, roso dalla paranoia, dalla malattia psicologica, poi c'è il lato Hitchcockiano, double face, di Céline.

La musica gioca un ruolo importante, a tratti cruciale.

Non era semplice, in Europa non si lavora ormai con le grandi composizioni orchestrali. Avevamo molte influenze, come Bernard Herrmann, per finire con delle sonorità più dissonanti alla Jonny Greenwood, l'autore delle musiche di Paul Thomas Anderson, quindi un po’ di Lynch verso la fine. È stato complicato, perché su un’ora e trenta ci sono un’ora e venti di musica. È una sfida che mi piace, specie dopo aver fatto due film molto realistici sentivo il bisogno di tornare verso i fondamenti, l’idea di realizzare un esercizio di stile, ma portandolo verso una direzione che fosse coinvolgente emotivamente.

C’è un elemento molto forte, quello dell’istinto di una madre che può spingere a ogni azione, che dà la possibilità a molte spettatrici di avere un particolare grado di coinvolgimento.

L’istinto materno è come un super potere, nel mio film precedente avevo esplorato l’aspetto positivo, ora volevo indagare quello negativo, era chiaro che bisognava preparar bene le cose, perché per me non ci sono cattivi, ma solo vittime. L’allegoria è quella di Orfeo che va a cercare la sua donna e il figlio attraverso l’inferno. 

Qual era il ruolo dei due mariti per lei, sicuramente diversi dalle mogli?

Assolutamente, mi piaceva l’idea di capovolgere i ruoli rispetto alla consuetudine, in cui le donne sono puramente al servizio, servono a mettere in evidenza gli uomini, volevo fare un film un po’ femminista.

È interessante il lavoro sulla spazialità del film, con la verticalità del piano alto con le finestre esposte che creano paura quando i bambini si affacciano, poi i giardini divisi da una siepe. C’è un gran lavoro sulla divisione degli spazi.

È vero, naturalmente il buco nella siepe che i bambini usano è un’allegoria, un omaggio ad Alice nel paese della meraviglie di Lewis Carrol. Era importante per me trasformare questa storia in un racconto cupo e sicuramente Doppio sospetto è un film molto concentrato sulla verticalità, sull’elemento architetturale. 

Com’è andata con il bambino, Théo, è veramente inquietante, sembra un po’ Omen?

È vero, è per questo che l'abbiamo scelto, si chiama Jules Lefebvre, è stata una lunga ricerca, è la sua prima volta ma aveva molta maturità, mi ha fatto pensare al ragazzino de Il tamburo di latta di Volker Schlondorf. Mi piaceva il suo lato molto angelico, ma allo stesso tempo era interessante sospettare che il male potesse venire anche da lui.

Un film del genere è divertente, appassionante, solo da vedere o anche da fare?

Mi piace molto, avevo bisogno di tornare ai fondamentali del cinema. Fare un film negli anni ‘60 con pochi soldi era ovviamente una sfida, ma più passa il tempo e più amo le sfide, sento il bisogno di espandere il mio territorio.

Pensa che sia un periodo interessante per il cinema di genere?

Per il cinema europeo almeno è un momento chiave, assistiamo alla fine del cinema d’autore come lo abbiamo inteso per decenni, a livello di mercato è crollato a livelli catastrofici. Tutti gli autori cominciano a fare cinema di genere, la mia generazione è stata influenzata dai registi americani di genere degli anni Settanta e penso che oggi nel decadimento del cinema d’autore classico contemporaneo possano proporre la voce adatta per uscire dalla crisi.

È un ottimo momento per il cinema belga, che propone ormai non solo gli autori ma anche registi di genere interessanti, all’insegna della varietà della proposta. È un caso?

Non credo lo sia, effettivamente è un ottimo periodo. Ancora una volta, il Belgio è molto più americanizzato rispetto alla Francia, per esempio i fiamminghi fanno molto più film di genere rispetto ai francofoni, ma ora anche noi cominciano a farli, meglio per noi. Dopo essere stati legati per molto tempo alla realtà locale, la belgitudine, ora la nostra generazione cerca di riferirsi ai grandi autori che ci hanno spinto a fare cinema, quelli della Nuova Hollywood degli anni ’70, dei filma accessibili, ma con un tocco d’autore, nel mio piccolo anche io cerco di farlo. Trovo invece che le serie televisive e il cinema siano due cose molto differenti, la prima è più formattata. Mi interessa, ma preferisco la maggiore libertà del cinema

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