Interviste Cinema

Un castello in Italia: Valeria Bruni Tedeschi, Filippo Timi e Louis Garrel presentano il film

L'attrice e regista accompagna il suo film autobiografico, in concorso a Cannes e in uscita in Italia

Un castello in Italia: Valeria Bruni Tedeschi, Filippo Timi e Louis Garrel presentano il film

Dopo la bella accoglienza in concorso all'ultimo festival di Cannes, il nuovo film da regista di Valeria Bruni Tedeschi, Un castello in Italia, si prepara a sbarcare nelle nostre sale, dove uscirà – in contemporanea con la Francia – il prossimo 31 ottobre, in una cinquantina di copie distribuite dalla Teodora Film. A presentare il film alla stampa italiana sono arrivati, assieme a lei, la madre Marisa Borini, Filippo Timi e l'ex compagno, il laconicissimo Louis Garrel. La storia è quella di due fratelli ricchissimi e molto viziati, che abitano con la madre in un castello piemontese e che, trovandosi in cattive acque, pensano di venderlo, anche se non vorrebbero farlo per rispettare la memoria del padre. Racconta anche l'innamoramento di entrambi – lei ex attrice che si innamora di un attore francese molto più giovane, lui che si sposa proprio quando sta per morire di Aids (come il vero fratello della Bruni Tedeschi, Virginio, a cui il film è dedicato). Un misto di tragedia e commedia, un'alternanza continua di toni e registri per un film che è autobiografico ma, ci tiene a precisare l'autrice, fino a un certo punto:

Il film l'abbiamo scritto in 3, per cui c'è autobiografia ci sono 3 autobiografie, 3 persone, 3 mondi, 3 modi diversi di vedere la vita. La realtà è il materiale di base, abbiamo impiegato 3 anni per scrivere il film, durante i quali lo abbiamo elaborato. Mi viene in mente il paragone con la cucina. Se cucino un dolce, metto tutti gli ingredienti e se poi mi chiedete dov'è la farina rispondo che non lo so,sta nel dolce. E' la stessa cosa che succede quando si fa una sceneggiatura e un film”.

Accanto ad attori professionisti e cammei di amici, recitano due persone molto vicine all'autrice: la madre, la pianista Marisa Borini, e l'ex compagno Louis Garrel. La prima risponde con spirito a una domanda sul suo lavoro nel film: “Non sono andata all'Actor's studio, seguo le istruzioni di Valeria, improvviso, le battute le leggo una volta sola perché ho una buona memoria e se sono lunghe le leggo la sera prima. La scena del ballo che faccio con Filippo Timi nel film è il ballo di una donna con suo figlio che sta per morire, non mi sono resa conto di come si svolgeva ma probabilmente dentro di me pensavo a quello: non era una danza gioiosa ma era una danza d'addio”.

Louis Garrel si schermisce sostenendo che i francesi sono stanchi e malinconici e che, dopo aver dormito 4 ore, non sa parlare, né in francese né in italiano, del suo personaggio (che nel film ha un padre regista, come il suo). Poi però riproduce i tic e le manie di Nathan nel film, con una tirata semiseria su Valeria Bruni Tedeschi: “Non posso parlare del personaggio perché è un lavoro che fai all'inizio e poi te ne dimentichi. Posso dire però che sul set ero sempre arrabbiato, perché Valeria, che conosco da tantissimo, mi irrita e mi innervosisce molto. L'unica novità è che invece di litigare in privato lo facevamo davanti a tutti. Lei mi fa venir voglia di gridare, tutto quello per cui voi la trovate adorabile, a me fa rabbia”.

Bruni Tedeschi sta al gioco senza problemi, commentando, in quella che sembra la riproposta “live” del rapporto tra i personaggi nel film.  “La storia d'amore del film è un seguito di litigate, è come una corsa a ostacoli che facciamo e infatti alla fine lui è come se saltasse ancora un ostacolo” e Garrel aggiunge  “c'è un film di Pialat che si intitola Nous Ne vieillirons pas ensemble (L'amante giovane), in cui l'uomo non fa che insultare la donna in modo molto pesante, ma per me è la più grande storia d'amore mai raccontata".

Filippo Timi, con molto spirito, racconta il suoi coinvolgimento nel film: “Sono andato a fare il provino e la prima cosa che lei mi ha detto è che non c'entravo nulla col ruolo, che era sicura che non andassi bene, ero troppo scuro, troppo diverso. Quando poi ho incontrato Marisa mentre ci presentavamo ho balbettato come un pazzo, lei ha strabuzzato gli occhi e ha chiesto “ma fa per finta? Ma come facciamo? Ci vorranno sei mesi per fare il film”. In scena invece ci siamo accorti che artisticamente siamo un po' fratelli, io la stimo moltissimo come attrice e anzi secondo me proprio per il fatto che io ero diverso, questo ha permesso una distanza dalla biografia e ha avvicinato a un lavoro sull'intimità. Per me è un film intimo, e un ruolo difficile e scomodo per la dolcezza che mi si chiedeva, più che un ruolo è un soffio, è stato imparare a lasciare andare. Lei come regista è fantastica perché scrive scene dolorose dove sente che deve andare in profondità e ha un orecchio pazzesco, si accorge subito se tendi a sviare.”

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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