Interviste Cinema

Un adorabile antipatico: il regista Hervé Mimran su Luchini e la sua commedia Parlami di te

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Una storia fra potere e incapacità di esprimersi, in più di un senso.

Un adorabile antipatico: il regista Hervé Mimran su Luchini e la sua commedia Parlami di te

Uomo di potere, dedito solo al lavoro, punta da sempre sulle sue capacità oratorie, rapporti con la figlia quasi zero. Potrebbe essere questo un profilo sintetico del protagonista della commedia francese Parlami di te, diretta da Hervé Mimran, e appena uscita nelle sale italiane. Chi meglio dell’istrionico Fabrice Luchini per interpretare questo antipatico convertito a una certa umanità, dopo un infarto che gli provoca l’incapacità di pronunciare in maniera corretta le parole?

La figlia, invece, capace di tenere testa a cotanto inteprete, è Rebecca Marder, sorta di giovane talento precoce del teatro francese, visto che a soli 23 anni è già da tempo un membro stabile dell’autorevole Comédie française. “Ha quella serenità che hanno le attrici che hanno iniziato molto giovani”, dice di lei il regista.

Proprio Hervé Mimran abbiamo incontrato a Parigi, parlando di questo film in cui il ruolo della lingua francese è al centro della storia e della sua potenzialità comica.

“La lingua è la maniera in cui gli esseri umani comunicano, esprimono le loro emozioni, in più è il mio mestiere. Mi interessava il fatto che la maniera in cui parliamo ci inserisce in una categoria sociale o in un’altra. Quando un grande oratore perde la funzione del linguaggio, cercando di farsi comprendere pur storpiando le parole, perde i suoi punti di forza, anche sociali. Mi toccava come quest’uomo, che non usciva mai di casa se non in macchina con il suo autista e poi in ufficio chiuso con i suoi colleghi, sia costretto alla disoccupazione, a girare per strada, eppure inizia per la prima volta a comunicare veramente con le persone, come l’ortofonista (Leila Bekhti) da cui è in cura in un ospedale pubblico, o un cameriere con cui parla al contrario, nel gergo del verlan, e viene capito.
Ho scelto un amministratore delegato perché si vedono poco al cinema e ci suscitano certo molta empatia, inoltre volevo raccontare di un personaggio antipatico che cade da una posizione di potere, ma a cui si finisce per affezionarsi come essere umano.”

Il rapporto con la figlia è praticamente inesistente, pur condividendo la stessa casa. Poi l’incidente lo risveglia improvvisamente da anni dedicati solo al lavoro.

S’è annullato nel lavoro per anni, soprattutto dopo la morte della moglie, come una specie di negazione, di lutto. La figlia per vederlo deve prendere appuntamento, erano queste eccentricità che mi interessavano, quelle di un uomo che quando si getta così nel lavoro, dall’alba alla notte, non è solo perché hai bisogno di soldi o di successo, ma per nascondersi la realtà senza voler confrontarsi con i veri problemi.

È il destino degli uomini di potere quando perdono il loro status?

Esattamente, il potere è illusorio e si perde così in fretta come lo si è ottenuto e se non hai le basi su cui rifugiarti poi devi cercare di costruirle, una volta che la tua vita viene sconvolta. 

Immagino che Fabrice Luchini si sia sentito come un pesce nell’acqua, nel districarsi fra tutti questi virtuosismi linguistici? Avrà dovuto tenerlo a bada.

Non è stato in realtà così facile. Se si tratta di frasi scritte normalmente lui non ha nessun problema, è un re. Avendo a che fare con parole senza significato o lette al contrario, però, è stato complicato. Abbiamo fatto molte letture, aveva tanti dubbi e paura di non riuscire a imparare il suo testo; poi un giorno mi è venuta l’idea di preparare dei sottotitoli, così da far concentrare la sua attenzione sulle parola dette in maniera sbagliata. A quel punto gli è scattato qualcosa e dopo è andata alla grande. Dall’inizio, però, ci siamo detti con Fabrice che gli errori linguistici erano già così evidenti che non bisognava anche sottolinearli, altrimenti diventava un vaudeville. Il trucco era dire le frasi con serietà, anche se facevano ridere.

Come ha tenuto l’equilibrio fra commedia e dramma, discorso intellettuale e sentimentale?

Quando faccio un film non mi pongo questo genere di questione, in quale categoria sarò inserito. Fare un film è per me una maniera di raccontare una storia, ma spesso mi muovo fra il dramma e la commedia, un territorio vasto, che comprende da Buster Keaton a Woody Allen o Ken Loach, non va confuso con un film comico. 

Come mai l’omaggio a Casablanca?

Adoro quel film, è uno dei miei preferiti, ma metto raramente delle cose nei miei film per mio piacere personale, lo trovo un po’ indecente. L’ho inserito perché mi piaceva che quest’uomo che sembra insensibile e antipatico, non incline ad ascoltare della musica o vedere dei film, abbia Casablanca come film di riferimento, con la sua storia d’amore impossibile. In fondo è una commedia romantica chic. Non amo i personaggi che sono bianchi o neri, senza sfumature.

Parlami di te, diretto da Hervé Mimran e con Fabrice Luchini, è nelle sale italiane, distribuito da BIM.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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