Interviste Cinema

Tutto parla di te: l'ambivalenza del sentimento materno

Alina Marazzi e Elena Radonicich presentano il film

Tutto parla di te: l'ambivalenza del sentimento materno

Premiata regista di bellissimi documentari al femminile, Alina Marazzi esordisce al lungometraggio narrativo con una storia che mescola finzione e realtà, interviste e recitazione, animazione, fotografia e danza: Tutto parla di te, che le è valso il premio Camera d'Oro per il miglior regista emergente all'ultimo Festival di Roma, arriverà in sala il 16 aprile con una trentina di copie. A presentarla alla stampa sono state la regista e una delle interpreti, Elena Radonicich.  


Un'ora sola ti vorrei, il suo documentario più famoso, dedicato alla madre scomparsa, è legato strettamente a questo film. Conferma Alina Marazzi: “c'è un legame profondo tra i due, perché questo chiude un po' i conti con la tematica della relazione madre-figlia o madre-figli che era già stata raccontata in Un'ora sola ti vorrei, in un certo senso questo riprende dove l'altro aveva lasciato. Il fatto che qui ci sia il personaggio della Rampling che è una donna matura, di un'altra generazione, è perché volevo fare un collegamento tra il presente e il passato sull'ambivalenza della maternità. Il suo personaggio, col suo carico di memorie, scatole, foto, bobine sonore, filmini famigliari, riporta a un passato in cui questo disagio si chiamava depressione mentre oggi si chiama depressione post-partum. Anche questo film, come gli altri, ha un interlocutore dentro, è un modo di interpellare il pubblico e dirgli: “quello che si racconta parla anche di voi”. 

Affianca il film, nato da storie vere, sia nella parte ovviamente documentaristica che in quella di fiction, un progetto web: Tutto parla di voi. “In pratica si tratta di un webdocumentario, una piattaforma sulla rete in cui si parla di maternità a partire dal film come spunto. Abbiamo chiesto agli utenti di partecipare alla narrazione con le loro esperienze, e abbiamo anche messo in questo sito dei contributi sotto varie forme, i materiali che ho raccolto mentre preparavo il film”. 

Elena Radonicich è la giovane e brava attrice che interpreta Emma, una ragazza che vive con difficoltà il rapporto col figlio e con la propria maternità, e che viene aiutata da Pauline, il personaggio di Charlotte Rampling, che ha alle spalle una tragedia infantile: “Prima di affrontare questo film, le mie idee erano molto favolistiche, tipo: un giorno amerò qualcuno, farò un figlio e sarò felice. Fare questo film mi ha messo in relazione con l'idea che la maternità è uno di quegli eventi nella vita di una persona che ci riducono a uno stato di umanità molto profondo e archetipico, qualcosa di assoluto con cui fare i conti. La sofferenza del mio personaggio può riguardare tutti e affrontando questa idea con l'immaginazione mi è passata la paura. Come attrice ha utilizzato la paura e l'estraneità alla dimensione della maternità in senso craeativo nel film. Provavo un imbarazzo incredibile nei confronti del bambino e l'ho mantenuto durante le riprese, perché è una creatura che ti mette di fronte a qualcosa di profondissimo dentro di te. Alina mi ha ben guidata in questa attitudine”. 

Su Charlotte Rampling, ecco cosa racconta Alina Marazzi: “Lei è nota per questo aspetto ieratico e questo sguardo apparentemente freddo, ed è quello che volevo per il personaggio di Pauline, un misto di forza e fragilità, fermezza e irrequietezza. E' una persona estremamente generosa, e nel momento in cui ha sposato il progetto c'è stata al cento per cento. Come attrice è un'attrice istintiva, come dice lei stessa, in maniera animalesca. E' stata una bella lezione e un bellissimo incontro dal punto di vista umano e per lei è stata l'occasione di tornare in Italia e recitare finalmente in Italiano. Per prepararsi a parlare la nostra lingua a Parigi ascoltava molto la musica italiana, ama soprattutto Franco Battiato e si è preparata cantando le sue canzoni”. 

Infine, a chi la accusa di aver fatto un film troppo cupo, risponde: “Nel caso della maternità confrontarsi con la sua rappresentazione non è semplice, ma quello che a me interessava è la questione dei modelli, in cosa noi donne ci rispecchiamo e quali sono le immagini che ci si parano davanti, quanto la nostra esperienza sia lontana dalle immagini falsate che ci vengono proposte e perché si produce un immaginario della maternità che va solo in una certa direzione. Il film vuole parlare delle ombre della maternità perché delle luci se ne parla anche troppo. Ma non è pessimista: vuole raccontare in modo sottile, alla mia maniera, che se chiedi aiuto oggi puoi trovarlo”.






  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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