Interviste Cinema

Torino Film Festival: Una musa impacciata e affascinante, incontro con Greta Gerwig

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La protagonista di Frances Ha è ormai un'icona del cinema indie americano

Torino Film Festival: Una musa impacciata e affascinante, incontro con Greta Gerwig

Il cinema indipendente americano negli ultimi anni ha scoperto molti talenti. Tra questi un posto di rilievo se lo sta conquistando Greta Gerwig, attrice sempre più amata, tanto da diventare una sorta di musa, goffa, impacciata, ma di grande tenerezza, come il personaggio che ha interpretato ne Lo stravagante mondo di Greenberg e soprattutto in Frances Ha. Film che le ha permesso di tornare a collaborare con Noah Baumbach, nel frattempo diventato suo compagno anche nella vita, non solo come attrice, ma come motore vitale, musa ispiratrice e cosceneggiatrice di uno dei film di questa stagione più amati fra gli appassionati del cinema indipendente.

Un film girato dopo una lunga preparazione, con un budget molto limitato, in bianco e nero, omaggiando il Woody Allen degli anni ’70 e gli autori della Nouvelle Vague. Del film vi parlammo nel dettagli già dalla Berlinale, mentre ora è stato presentato durante la 31° edizione del Torino Film Festival. Una cornice perfetta per un’attrice dal fascino quasi involontario più che glamour come la Gerwig che ha conquistato il pubblico torinese. In questa occasione abbiamo avuto il piacere di incontrarla per una chiacchierata in cui ha dimostrato la sua passione per il progetto Frances Ha

Nel film la sua performance è molto fisica in una maniera coerente con la storia. Oggi tutti siamo un po’ impacciati. Che tipo di lavoro ha fatto sulla fisicità, ci ricorda una recitazione slapstick adeguata ai nostri giorni?

Sicuramente c’è un elemento clownesco e slapstick. Ho sempre amato questo genere di recitazione. Quando ho iniziato a recitare, alle superiori, facevo molti musical in cui interpretavo il ruolo dell’amica dei protagonisti, quella sempre disponibile e questi ruoli erano sempre comici in maniera molto fisica. Quel genere di numeri divertenti di gruppo con tutti i ragazzi. Facevo questo genere di cose. In qualche modo ho cercato di portare in Frances una vitalità fisica, non tipica di una protagonista femminile, ma è quello che mi ha sempre interessato.

Questo film parla di una generazione di trentenni, raccontando per una volta anche delle difficoltà di pagare l’affitto o le bollette, il non visto che sta dietro alle storie che Hollywood racconta. Può essere questa una delle ragioni del successo del film, la facilità con cui tanti giovani si identificano?

Sì, anche se non volevamo fare specificamente un film generazionale, ma semplicemente scrivere questi personaggi nella maniera migliore possibile. La protagonista ha 27 anni, un’età che si situa al confine, in cui devi iniziare a rinunciare alle illusioni sulla vita di quando eri più giovane. Certamente sembra che molte persone, non soltanto negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo, si stiano identificando con il suo modo di riconciliare i propri sogni con la realtà e i suoi aspetti pratici.

In un’era in cui si parla tanto di 3D questa storia è bidimensionale, come in altri film indipendenti americani, le inquadrature stesse hanno una struttura radicalmente bidimensionale. Le cose arrivano e accadono da destra o da sinistra, non si sviluppano quasi mai in profondità

Abbiamo speso molto tempo per renderlo il più perfetto possibile in modo che durante le riprese non ci fosse alcuna improvvisazione, che tutto fosse molto fedele rispetto a come era stat scritta la sceneggiatura. Amo il genere di narrazioni che danno la sensazione di essere costruite con precisione, ma sono anche ellittiche e simboliche, che ti danno quasi la sensazione di poterti rilassare con delle scene molto lunghe, ma poi arrivano dei minuscoli momenti di montaggio che fanno procedere le cose. È un modo di fare cinema che mi è sempre piaciuto. Penso poi che le scene lunghe che si sviluppano in maniera elaborata sono decisamente la mia estetica, quello che mi piace.

Il film è un inno alla creatività, al pensare fuori dagli schemi senza essere costretti, come spesso accade oggi, a pensare all’interno di schemi pre costituiti da una vita da lavoro d'ufficio. Nel film il suo personaggio, come molti altri, si comporta con grande spontaneità

Decisamente Frances vive oltre i suoi limiti, come se fosse più grande del suo stesso corpo, che gli sta stretto. Credo che il film celebri la consapevolezza di quello che si è. Il lavoro ha un valore incredibile e un lavoro d’ufficio, dalle 9 alle 5, può costituire parte della disciplina che ti aiuta a seguire il tuo cuore. Qualche volta andare alla deriva sperando che le cose prima o poi si sistemino può essere più distruttivo che disciplinarsi facendo un lavoro d’ufficio che ti permette di pagare le bollette e da lì partire per ottenere altro. Certo qualche volta può interferire con il percorso di realizzazione di quello che veramente vuoi fare, ma avere qualcosa che ti rende più stabile molte volte è positivo, sicuramente lo è per Frances. Quindi credo che il film sia una combinazione fra la celebrazione del più grande e del fuori controllo e la voglia di onorare il coraggio che ci vuole a prendere decisioni pratiche.

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