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Interviste Cinema

Toni Servillo a Bari: le parole preziose di un attore che si polverizza nel testo

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Pensieri condivisi sul lavoro dell'attore davanti a un pubblico in estasi

Toni Servillo a Bari: le parole preziose di un attore che si polverizza nel testo

Avrebbe dovuto conversare amabilmente con il vice direttore del festival Enrico Magrelli sul lavoro dell’attore, sulle sue collaborazioni con Paolo Sorrentino e sull’imminente Le confessioni di Roberto Andò. E invece Toni Servillo ha condiviso con il pubblico del Petruzzelli alcune sue riflessioni, parole coltissime e profonde riunite in un piccolo libro e ispirate ai pensieri del critico teatrale Cesare Garboli e dell’attore e regista francese Louis Jouvet. Per quaranta minuti, Servillo ha ipnotizzato la platea, recitando più che leggendo, prima in piedi e poi seduto, con voce chiara e forte. Più volte, durante questo recital, il Gep Gambardella de La grande bellezza ha ribadito la sua avversione per il narcisismo che troppo spesso distingue l’attore e per la superficialità che sempre più contamina un paese come il nostro, guastato da stupidi talent show e inquinato da una classe politica avida e corrotta. Lo ha fatto senza superbia, con la coerenza di un artista che ama essere soprattutto uno strumento. Più che di cinema, Toni Servillo ha parlato di teatro e queste sono le sue dichiarazioni, introduzione compresa.

IL BIF&ST - Paolo Sorrentino e tanti altri mi hanno parlato a lungo di questo festival e di questi incontri con il pubblico, così, mentre venivo a Bari, mi sono detto che forse avrei potuto dare a voi delle tracce di riflessione su un mestiere che ha tanti aspetti complicati, che spesso è circondato da tanta cialtroneria, pur essendo una cosa seria che rischia di essere svilita in aree in cui lo svilimento è una pratica diffusa. In un’occasione felice precedente a questa, ho potuto stendere delle righe in cui mi racconto attraverso il teatro, che rimane la mia attività principale, e il cinema non se ne avveda.

BISOGNO DI TEATRO - "Oggi più che mai si ha bisogno del teatro, non parlo di un teatro che dia semplicemente messaggi e soluzioni o che dibatta su argomenti sociali, politici, economici. Trovare soluzioni politiche non basta per esser essere teatro. Il teatro ha un’altra forza, quella della sua poesia. Il teatro è un organismo in cui relazionarsi e costruire nuove visioni del mondo". In queste parole di Leo de Berardinis trovo una delle motivazioni del mio essere attore. Per me fare teatro è la necessità di far interagire la realtà con la scena, per questo cerco di tenermi lontano dagli esibizionismi e dai narcisismi. Noi artisti di teatro siamo chiamati dal pubblico a interpretare un testo, il pubblico ci invita a prendere il suo posto. Shakespeare non si allontanava mai dal pubblico e dalle sue conoscenze. Il teatro è un luogo semplice e povero, come mi ha insegnato Eduardo. Io mi impegno a fare un teatro in cui non si senta lo sforzo della creatività né la firma di questo sforzo creativo.

UTILITA’ E UMILTA’ DELL’ATTORE - Gli attori che amo sono quelli che si mettono in una condizione di utilità che trascende il loro io e che si pongono al servizio di una comunicazione più ampia, che si polverizzano nel testo, nell’accadimento. Non bisogna essere posseduti dalla magia del nome. La personalità più alta è fatta di impersonalità e sublimazione di se stessi.

TEATRO E ROMANZO - I grandi personaggi dei romanzi a volte possono scappare e andarsene in giro per il mondo, a teatro un grande personaggio sta qua sotto i nostri occhi, chiuso in una gabbia da cui non può fuggire, e la sua presenza fisica dà al teatro la sua dimensione erotica. A volte gli attori mandano avanti il personaggio e loro arrivano dietro, oppure mandano avanti se stessi e poi arriva il personaggio. Le due cose devono camminare insieme, ma tra le due cose dev’esserci il pubblico.

IL TALENTO - In questa miseranda epoca di talent show io mi rivolgo a Louis Jouvet, che a proposito del talento dice: “Cos’è il talento? E’ un’attitudine naturale, una facoltà acquisita, un peso, una moneta". Per me è anche il risultato di un atteggiamento, di un comportamento, un modo di praticare il proprio mestiere, presunzione e umiltà conferiscono a ogni esecutore una sua latitudine, il grande attore oscilla fra questi due poli.

NAPOLI - Napoli è stata fondamentale per la mia formazione. Quando si è ragazzi, si avverte la spinta a liberarsi da qualcosa, che lo si chiami condizionamento familiare o un modo di pensare che non si condivide. La più profonda sofferenza di un ragazzo è non riuscire a seguire un destino personale, è una mancanza che si definisce rispetto a una totalità da raggiungere. Per me questa totalità si è realizzata nel teatro che ho incrociato nella città di Napoli ed è da lì che sono ripartito, e là che sono tornato dopo aver studiato le avanguardie e girato il mondo. Ho affidato a Napoli e ai suoi attori il rammarico di vivere in un tempo di dolore e in un paese stremato dai media, dal servilismo intellettuale, da una politica serva e padrona dell’economia criminale.

IL CINEMA - Nel cinema un attore deve mantenere la forza dell’unità della lavorazione cercando di non soccombere alla sua frammentazione. Quando faccio un film, cerco di lavorare in modo approfondito e mi concentro sui dialoghi per costruire un’impalcatura e per essere pronto a interpretare il segmento iniziale o finale della storia in una condizione di assoluta intimità con il personaggio. Col mio lavoro d’attore forse illumino una piccola porzione di film.

LA MUSICA - Io ho una grande predilezione per la musica, ho messo in scena Mozart, Beehetoven, Strauss, Cimarosa. La musica è un’arte che ti trasporta in una condizione pregressa o futuribile della tua vita con segni astratti e con immaterialità. Fra le arti è quella che prediligo, nutro per la musica una venerazione, nella musica vedo tutto me stesso.

L’AMORE NON E’ FOTOGENICO - C’è un bel film francese intitolato Entrée des aristes con Jouvet che interpreta un maestro del Conservatoire, la scuola arte di drammatica di francese. In una scena si congeda dagli allievi dell’ultimo anno raccomandandosi che i loro cuori vivano e fremano sempre quando a teatro si alza il sipario. Dice: "L’amour n’est pas photogenique".

L’INSTABILITA’ DELL’ATTORE - L’attore è sempre in tumulto, è doppio più di tutti gli altri, è sempre fra l’io e il sé. Il miracolo della nostra vocazione consiste in questa instabilità e questa via di mezzo è la nostra povertà e la fonte di tutte le nostre sregolatezze.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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