Interviste Cinema

Tom Hanks: incontro ravvicinato con la prima star della Festa del Cinema di Roma

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Con il pubblico l’attore condivide ricordi di gioventù e parla del mitico Wilson, di Spielberg e Seymour Hoffman.

Tom Hanks: incontro ravvicinato con la prima star della Festa del Cinema di Roma

La maratona Tom Hanks della giornata inaugurale della Festa del Cinema di Roma ha emozionato anche il pubblico più giovane, che ha potuto finalmente ascoltare il suo beniamino in uno di quegli incontri ravvicinati che sono ormai una tradizione dell'ex festival. Intervistato da Antonio Monda, l’attore ha parlato dei suoi film e dei suoi registi, e, a fine chiacchierata, ha ricevuto dalle mani di Claudia Cardinale il Premio alla Carriera.

La recitazione come antidoto alla noia scolastica - Purtroppo nella vita, da ragazzi e da bambini, si è costretti ad andare a scuola, è la legge, e quando hai 14 anni non hai scelta. Come sono riuscito a sopravvivere al fatto che non ero accademicamente dotato? L’unica possibilità che avevo per farcela era sorridere, e non è che ci fosse molto da divertirsi con la matematica, la sociologia e l’inglese, ma poi, arrivato al liceo, ho scoperto che esistevano corsi di recitazione, c’era addirittura un’aula con un palco, un sipario, e mi sono detto: "Qui c’è un imbroglio, un trucco". Era un corso divertente, alla fine ho ottenuto il massimo dei voti, ho cominciato a divertirmi e non ho smesso mai più.

Nora Ephron: Nora era un’autrice teatrale nata, anche se aveva iniziato come giornalista e vedeva il mondo da giornalista, raccontando i fatti, la verità, scrupolosamente. Credo però che preferisse la scrittura per il palcoscenico. Questo perché riteneva che un copione teatrale fosse il modo migliore per raccontare una storia. Un’opera teatrale dura per sempre. Per Insonnia d'amore abbiamo preparato ogni scena come se la dovessimo rappresentare su un palcoscenico, quindi facendo le prove.

Music Graffiti e la regia: La ragione per cui ho diretto Music Graffiti era perché amavo molto quell’epoca ed ero interessato alle band e a cosa succede a queste meteore del mondo dello spettacolo. Quando pensi a una band, la vedi come un insieme di persone legatissime, che vivono in simbiosi. Invece ho conosciuto tanti gruppi in cui tutti si detestavano. Chiunque fa il regista, lo fa perché ha una profonda passione per una storia e lo fa assumendosi la responsabilità della regia. Ogni attore dovrebbe fare il regista e viceversa, perché così ognuno capirebbe quant’è duro il lavoro dell’altro.

Clint e i cavalli - Clint Eastwood tratta tutti i suoi attori come fossero cavalli perché nei western che ha fatto c’era sempre qualche aiuto regista che gridava con tutto il fiato che aveva in corpo: "Azione!". Così i cavalli si imbizzarrivano e scoppiava il caos. Per evitare questo caos Clint sui suoi set parla pianissimo e dice due parole: "Vai" all’inizio, "Ok" alla fine.

Philip Seymour Hoffman - Il mondo del cinema ha subito una grande perdita quando è morto Philip. Philip era un mistero. Lui entrava nel personaggio, lo faceva suo, eppure era una persona a cui ci si poteva avvicinare con facilità, però era come posseduto, i giorni che ho passato con lui sul set de La guerra di Charlie Wilson sono stati i più stimolanti della mia vita.

Spielberg e la scena della telefonata con Leonardo DiCaprio in Prova a prendermi - Steven Spielberg guarda il mondo da un punto di vista cinematografico e comunica anche attraverso il cinema. Siccome gli interessa raccontare una storia visivamente, a noi attori resta poco da fare, e quindi Leo ed io ci siamo limitati ad avere questa conversazione telefonica, e proprio per la varietà delle inquadrature e per il flusso di emozioni che la regia di Spielberg produceva, la sequenza ha assunto dei contorni che andavano aldilà di una conversazione telefonica fra due uomini.

Cast Away e il mitico Wilson - Bill Broyles ed io abbiamo impiegato 5 anni per completare la storia, non riuscivamo a sviluppare il terzo atto. Due terzi del film ce l’avevamo già, era tutto perfetto: Fedex, l’incidente, la solitudine del personaggio. A un certo punto ci siamo detti: "Ci sono cinque cose fondamentali nella vita di un uomo: l’acqua, il cibo, un riparo, il fuoco, l’amicizia. Così abbiamo pensato a un amico per il naufrago. Prima ci è venuto in mente di costruire uno spaventapasseri, poi, dopo un anno, abbiamo inventato Wilson e ci siamo detti: "Dev’essere sangue del sangue del protagonista, quindi la mia mano insanguinata è diventata il suo volto e lui è diventato anche mio figlio".

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