Interviste Cinema

The Walk: la nostra intervista al regista Robert Zemeckis

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Il regista di Forrest Gump e Cast Away ci racconta il suo nuovo lungometraggio con Joseph Gordon-Levitt

The Walk: la nostra intervista al regista Robert Zemeckis

New York, 25 settembre 2015

Ai registi non sempre piace parlare della propria opera. Nel caso di Robert Zemeckis, senza dubbio uno dei più innovativi cineasti contemporanei, tale affermazione diventa una verità quasi assoluta. Famoso per la sua ritrosia nello “spiegare” il suo lavoro alla stampa, il regista si è comunque prestato al gioco con The Walk, sua ultima fatica che mette in scena la passeggiata che l’acrobata francese Philippe Petit fece nel 1974 su una fune di metallo sospesa tra le due Twin Towers a Wall Street. Protagonista indiscusso del nuovo lungometraggio Joseph Gordon-Levitt, accompagnato nella sua impresa in 3D da Ben Kingsley, Charlotte Le Bon e James Badge Dale. Ecco ciò che Zemeckis ci ha svelato della sua ultima fatica.


Partiamo con il tono che ha scelto per questo film. The Walk si presenta come un film decisamente più leggero rispetto al suo precedente Flight, che pure conteneva scene spassose pur essendo un dramma. Come mai questa scelta?

L’umorismo è un qualcosa a cui non posso resistere, nei miei film ci sarà sempre spazio per ironia o addirittura sarcasmo. Penso si trovino ovunque, anche nei momenti più oscuri o drammatici della nostra vita. La cosa più interessante è che lo humour sempre è vero: le cose sono veramente divertenti solo se sono autentiche. E al cinema i momenti più leggeri non sono soltanto estremamente divertenti, ma ci tengono coi piedi per terra. In fondo si tratta solo di film, andiamo al cinema per essere intrattenuti.


Ad aiutarla nel tono è subentrato senza dubbio il cast di attori. Come lo ha scelto?

Il lavoro di casting per me è differente per ogni film, non seguo un metodo specifico, se non quello di avere delle buone vibrazioni con gli attori che ho visionato alla fine della giornata. Guardi alla carriera di un interprete, e se ancora non ne ha guardi l’audizione che ha sostenuto, e lo vedi immediatamente nella parte. Io mi connetto in questo modo con loro, cerco la schiettezza e la passione, qualcosa che poi condivideremo durante le riprese.  Con Joseph è andata esattamente così, era la mia prima scelta per il ruolo di Philippe perché ha grandi abilità fisiche e una clamorosa padronanza del francese. Oltre a questo ha un interesse sincero per le arti fisiche come l’acrobazia, sapeva davvero cosa stavamo facendo. Ho amato anche lavorare un interprete raffinato come Sir Ben Kingsley, uno di quelli che ci mettono un secondo a capire il personaggio e ci inseriscono la loro personale forza d’attore. Il suo lavoro sull’accento del suo personaggio è fantastico.


Lei ama lavorare con un cast tecnico già collaudato negli anni e nei film, come ad esempio il musicista Alan Silvestri? Come avete scelto le musiche per The Walk?

E’ stato molto difficile trovare le note giuste per questo film, soprattutto perché ne servivano molte. E’ anche un lungometraggio complesso nel modo in cui la storia viene presentata, così per trovare l’equilibrio tra musica e immagine ci è voluto molto più del solito rispetto alle nostre precedenti collaborazioni.


Gli effetti speciali sono sempre molto importanti nei suoi lavori. Per The Walk ha scelto di collaborare con compagnie provenienti da paesi diversi…

Lavorare con gruppi di artisti e tecnici che si sono fatti le ossa in posti e contesti produttivi differenti è stato magnifico, la cosa fantastica del cinema girato in digitale oggi è che puoi avere artisti da ovunque che contribuiscono al tuo film. Abbiamo girato il film in Canada, ma abbiamo assunto una ditta di effetti speciali della Repubblica Ceca, una dall’India, due canadesi e una californiana. Ce ne siamo serviti ovviamente soprattutto per la scena finale della traversata di Philippe Petit. La sequenza è stata girata tutta in interni, in un grande teatro in Canada, dove avevamo ricostruito piccole sessioni dei tetti delle Torri Gemelle, e la fine che le univa.


E’ stato in qualche modo influenzato da Man on Wire, il documentario di James Marsh che tratta la stessa storia?

Assolutamente no. Ho cominciato a lavorare a The Walk dieci anni fa, molto prima che Man on Wire fosse realizzato. E’ un lavoro molto interessante ma ciò che non fa è presentare la vera e propria passeggiata di Petit. Ciò che invece io volevo portare al cinema a tutti i costi. E poi c’erano alcune cose mostrate nel documentario non appartenevano a questo film, al suo tono, così semplicemente le ho eliminate. Philippe è un essere umano come tutti gli altri. Ognuno di noi ha passioni, sogni e lati oscuri. Adesso è un essere umano normale.


Il rapporto con il vero Philippe Petit è stato complicato?

Appena incontrato Philippe l’ho amato immediatamente, è un magnifico affabulatore. L’ho ascoltato parlare per ore.  Dieci anni fa sono venuto a conoscenza della sua impresa grazie a un libro per bambini, così ho iniziato a fare ricerche sulla vicenda. Non riuscivo a credere a quanto fosse interessante, e pian piano ho capito che c’erano tutti gli elementi per farne un film. Perché in fondo l’impulso di Philippe è un qualcosa a cui il pubblico può avvicinarsi, capirlo. Il film funziona perché presentiamo il suo bisogno innato di espressione artistica. Sia che tu stia cucinando una torta, cantando in un coro o scrivendo una storia, tutti conosciamo ciò che succede quando sentiamo di dover esprimere la nostra creatività. Abbiamo un sogno che dobbiamo far uscire, è una cosa più grande di noi, spesso andando anche contro chi invece tale ardore non lo possiede. La mia famiglia ad esempio da giovane non mi ha supportato nella mia voglia di fare cinema perché non capivano il mio desiderio, non pensavano sarei mai riuscito a diventare un regista e volevano semplicemente tenermi lontano dal dolore del fallimento.


Ultima domanda sui progetti futuri. Vedremo mai il tante volte annunciato Yellow Submarine?

No, Yellow Submarine non si farà. Quel progetto è ormai andato.




  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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