The Visit: intervista esclusiva a M. Night Shyamalan e a Peter McRobbie

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The Visit: intervista esclusiva a M. Night Shyamalan e a Peter McRobbie

Con opere quali Il sesto senso, Unbreakable, Signs o The Village si è imposto come nuovo portavoce del thriller soprannaturale. Dal sottovalutato Lady in The Water in poi ha tentato altre strade narrative, altri generi. M. Night Shyamalan non ha però mai smesso di cercare soluzioni diverse per il suo discorso cinematografico, arrivando con il suo nuovo The Visit (in uscita nei cinema italiani il 26 novembre) a tentare la carta del cinema “piccolo”, quello che tanto bene si è sposato negli ultimi anni con un genere economico quale l’horror. Grazie al Re Mida Jason Blum, specialista in questo tipo di operazioni, Shyamalan torna sul grande schermo. Il suo nuovo film racconta di un fratello e di una sorella che vengono mandati a stare per una settimana nella fattoria dei loro nonni in Pennsylvania. Appena i ragazzi si accorgeranno che l'anziana coppia è coinvolta in qualcosa di veramente inquietante, vedranno diminuire ogni giorno le loro possibilità di tornare a casa.
Abbiamo incontrato Shyamalan a New York, dove ci ha parlato della sua ultima, intrigante creatura cinematografica.

Partiamo dal principio: come le è venuta l’idea di The Visit?
L’ispirazione mi viene sempre da più di una tematica. Per Signs ad esempio era l’invasione aliena vista dal punto di vista di una famiglia. Cosa significa, come ci si sente a diventare davvero vecchi? Questo è stato il punto di partenza: cosa accade ai nostri corpi e alle nostre menti, cosa ci spaventa di questo processo? Come i più giovani vedono gli anziani? Poi c’era la volontà di raccontare i turbamenti dell’infanzia. Mi piaceva costruire la psicologia di un bambino dietro la sua cui fobia per i germi si nasconde la rabbia per l’abbandono del padre. Quando si accorge, come vedrete nel peggior modo possibile, che i germi non possono fargli nulla nell’immediato, allora può anche lasciar scatenare la sua rabbia repressa e agire. E’ un viaggio in cui spesso devo inviare i miei personaggi perché risultino più interessanti.

Tutto il film è praticamente ambientato in un’unica location: come l’ha scelta?
Amo ambienti come quelli da dove provengo in Pennsylvania, pieni di colline e fattorie. Sono stato molto fortunato con la fattoria di The Visit perché apparteneva a una famiglia che si trovava in difficoltà economiche e aveva deciso di venderla, così mi sono offerto di affittarla per sei mesi e utilizzarla come unico set del film. E’ stato un grosso affare sia per loro che per la produzione, ha abbassato molto i costi, vantaggio considerevole dal momento che si tratta di una produzione molto piccola, indipendente. Vi abbiamo fatto tutto: la pre-produzione, le prove con gli attori che per me sono fondamentali, le riprese che sono durate solo trenta giorni e anche la post-produzione, perché ogni volta che avevo bisogno di rigirare qualcosa avevamo ancora tutto a disposizione. Cosa più importante ho potuto fare lo storyboard del film con la casa a disposizione. E’ stata un’esperienza nuova per me essere così dipendente dalla location, l’ho amato.

In che cosa The Visit si distingue dai suoi precedenti lavori?
Nel processo di lavorazione. E’ stata un’esperienza comune, come ad esempio quella di guardare il girato ogni sera tutti insieme mentre cenavamo, non durante le riprese stesse. E discuterne insieme, mentre purtroppo oggi si è un po’ persa questa comunione perché ad esempio puoi vederti il girato per conto tuo su un’iPad. Anche nel tono è diverso, vira spesso verso la commedia. Mi piacciono i film che mescolano paura e elementi più divertenti, la reazione del pubblico è più immediata, c’è più coinvolgimento. In Signs ad esempio accadeva, mentre Unbreakable è un film che tutti guardavano in silenzio, assorti, senza partecipare a causa della tensione. Sono esperienze differenti.

Come ha convinto tutti a lavorare a salario ridotto?
In realtà sentivo di star barando in quanto tutti sono venuti a fare il film perché ne ho girati altri a grande budget. Non sono un esordiente che ha dovuto faticare per convincere troupe e cast a lavorare con lui. Di solito quando inizi con un piccolo film indipendente sono queste le difficoltà che affronti. E’ stata una bella esperienza girare anche senza avere il tuo camper personale o avere a disposizione tutta l’illuminazione che vuoi per una scena. Molti dei miei lungometraggi preferiti sono operazioni indipendenti, a basso budget: da ragazzo i miei idoli erano quei cineasti che hanno continuato a fare film piccoli per tutta la loro carriera. Woody Allen o i fratelli Coen hanno una filmografia che possiede una grande integrità. E se ci ragioniamo bene, anche se questa è la prima volta che lavoro a basso budget, molti dei miei film sono piccoli: se non hai Mel Gibson che recita nel tuo film puoi fare Signs con molti meno soldi. Una cosa è certa, lavorare in questo modo mi è piaciuto moltissimo e voglio farlo ancora.

Non crede che, partendo da Blair Witch Project in poi, il pubblico dell’horror inizi a stancarsi dell’idea del found footage?
Per me c’è una grande differenza tra documentario e found footage: il primo è intenzionale, l’altro no. Se decido di fare un documentario compongo l’inquadratura, sistemo le luci e cerco di evocare i sentimenti che voglio suscitare nel pubblico. Nel footage non c’è alcuna intromissione estetica se non la registrazione stessa. La premessa del mio film è che Rebecca, la giovane protagonista, vuole realizzare un documentario sui nonni, quindi il suo apporto è più elegante del semplice materiale ritrovato. I miei eroi cinematografici degli anni ’70 in fondo rubano dall’estetica di cui stiamo parlando. La mancanza di patina, il cinema-verità, la rudezza delle immagini, tutto questo rende quei film così fantastici. Alcuni registi come ad esempio Paul Greengrass ne hanno fatto la loro cifra stilistica, sembra che tutto stia accadendo proprio in quel momento. Le immagini confezionate regalano allo spettatore sensazioni differenti, io in fondo cerco un ibrido tra questi due sistemi.

Come ha scelto i due giovani protagonisti?
Ho dato tre scene ai casting director da spedire in giro a Los Angeles, New York e Philadelphia per i provini. Mi hanno portato indietro trecento filmati da vedere, di cui ne ho scelti venticinque a cui ho dato più scene e gli ho fatto il provino personalmente. Scremato un ultimo gruppo ho controllato per tutti la filmografia, la famiglia e tutto il resto. Alla fine l’hanno spuntata Olivia DeJonge ed Ed Oxenbould. All’inizio ero un po’ preoccupato perché sono entrambi australiani e avrebbero dovuto camuffare il loro accento, ma con il vocal coach hanno fatto un lavoro perfetto. Karhtyn Hahn invece l’ho scelta per Revolutionary Road di Sam Mendes: so che adesso è famosa per le commedie più scatenate, ma in quel film recitò in maniera così intensa che me ne sono innamorato. Quando ha fatto il provino in video è stata così gentile e serena, nonostante la sua fama, e ho subito capito che era perfetta per la parte della madre.

Ultima domanda. Il prossimo film sarà dunque ancora un prodotto più piccolo?
Sì, sarà comunque a basso budget ma senza l’estetica del finto documentario. E’ un thriller, ma non dirò altro. Alla fine penso che tutti i miei film siano thriller, certo con del mistero ed elementi paurosi, ma nel profondo sono thriller che tentano magari di andare oltre il genere, non rimanere incastrati nella gabbia di uno soltanto. The Visit cerca di sconfinare nella commedia. Il prossimo film non avrà una sola location come questo, ma due principali, quindi sarà comunque un piccolo film. Ho già in mente gli attori che voglio, anche se quando scrivo lo faccio pensando a personaggi archetipici, altrimenti mi sentirei limitato nel farlo per dei volti specifici.

In The Visit, a interpretare la parte del nonno è l'attore Peter McRobbie che ci parla della sua nuova esperienza cinematografica in questa video intervista esclusiva:

Il trailer italiano del film:



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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