The Nile Hilton Incident: intervista al regista Tarik Saleh

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The Nile Hilton Incident: intervista al regista Tarik Saleh

Il primo ospite cinematografico del Noir in Festival 2017 è Tarik Saleh, regista del film in concorso The Nile Hilton Incident, che racconta una storia vera avvenuta nel 2009. Saleh, che è per metà egiziano e per metà svedese, l’ha scritta mettendo al cento della storia un detective dal cuore spezzato e mescolandola con gli inizi della Rivoluzione del 2011. Il risultato è un film classicamente noir in termini di plot, protagonisti e delitti passionali ma che nello stesso tempo fotografa la contraddittoria realtà di un paese dove girare è stato quasi impossibile.

Abbiamo incontrato Tarik Saleh a Milano, dove gli abbiamo chiesto di narrarci la travagliata storia del film.
"Quando ho scritto la sceneggiatura, non avrei mai immaginato che sarebbe diventata un film, perché l'ho scritta nel 2010, quindi prima della Rivoluzione. Per me era una specie di gioco. Raccontavo la vera storia di una cantante libanese uccisa da un uomo d'affari che si chiamava Hisham Talaat Moustafa e che era il Donald Trump egiziano. La cantante non era certo un angelo, perché era stata accusata di aver ucciso l'ex marito. Lo stesso Talaat Moustafa era sposato e, siccome era molto amico del Presidente Mubarak e faceva parte del parlamento, godeva dell'immunità e non poteva essere processato. Quando la cantante lo lasciò per uno più giovane, lui impazzì e assoldò un uomo perché la uccidesse. L'omicidio avvene a Dubai, in un albergo di lusso. La cosa che scioccò l’opinione pubblica in Egitto fu che Talaat Moustafa venne subito arrestato e la gente pensò a una cospirazione nei suoi confronti. Il processo, che si concluse con una condanna a morte, fu simile a quello di O.J. Simpson. Tutti lo seguirono. Mentre scrivevo la sceneggiatura, mi dissi: non la trasformerò mai in un film, visto che c'è Mubarak al potere. Il copione, comunque, che terminai nel 2010, finiva con la Rivoluzione, cosa che all'epoca mi sembrava assurda. E invece nel 2011 la Rivoluzione effettivamente scoppiò e all’inizio mi dissi: è fantastico, adesso le cose cambieranno, è un nuovo inizio, è il Muro di Berlino che è caduto ancora una volta, poi, dopo due mesi, la mia parte cinica cominciò a pensare: no, non, no, ci sarà un vuoto, e questo vuoto sarà riempito da un diverso potere, e allora mi apparve chiarissimo che la vera battaglia si sarebbe combattuta fra i Fratelli Mussulmani e l’esercito. Quanto ai giovani che si erano ribellati e che desideravano un futuro diverso, furono derubati della loro Rivoluzione".

Come sono andate le riprese in Egitto?
"All'epoca si presentò per me un momento buono per fare il film, si aprì insomma una finestra di tranquillità. Tutti mi incitavano a mettermi all'opera, ma io ero preoccupato. La metà della mia troupe era europea, laltra metà egiziana. Quando arrivammo al Cairo, era nata da due settimane la mia prima figlia. Nel momento in cui sei genitore per la prima volta, ti addolcisci, diventi vulnerabile perché all’improvviso realizzi di non essere al centro dell'universo, e il tuo primo pensiero non è il tuo lavoro di regista ma fare in modo che il tuo bambino stia bene. Così rimasi particolarmente turbato dalla gente che incontravo per strada, quasi tutti erano armati di kalashnikov. Due settimane dopo un aereo russo precipitò sul Monte Sinai. La cosa mi preoccupò oltremodo. All'epoca Al Sisi era appena diventato presidente e mi accorgevo di quanto la morsa si stesse stringendo intorno al paese. Tre giorni prima di cominciare a girare, quando era tutto pronto e avevamo già le location, il produttore egiziano andò dal Ministro degli Interni per prendere un documento, fu bloccato da agenti armati che gli impedirono di passare. Poi mi fu detto: hai cinque giorni per andartene insieme alla tua gente europea, dopodiché non potremo più garantire per la tua incolumità. Un'ora dopo, mi chiamò l'ambasciatore svedese e mi disse: devi andartene. Allora riunii cast e troupe e dissi a tutti quanti: se vogliamo finire il film, dobbiamo dimenticarci del Natale e lavorare a ritmo forsennato. Accettarono tutti, e accettarono anche di non far pesare sulla lavorazione la paura che tutti provavamo. Dovevamo fare qualcosa che potesse distrarre e intrattenere la gente, pur inducendola a riflettere".

The Nile Hilton Incident è poi uscito in Egitto?
"Il film è arrivato in Egitto, e dopo l’uscita in DVD lo hanno visto in molti. La gente lo stava aspettando, quando ha vinto al Sundance, nessuno ha detto nulla, poi ha vinto un premio in Francia e alcuni registi egiziani piuttosto conosciuti hanno cominciato a parlarne, e allora su un celebre quotidiano egiziano è apparso un articolo che lo celebrava, giudicandolo film nazionalistico. Chiamai mio padre, che mi disse: è solo l'inizio, non pensare nemmeno per un istante di andare in Egitto. Ti useranno, poi ti attaccheranno. Aveva ragione: l'Egitto è come l’Italia, un paese enorme, dove la società è frammentata. Quindi era normale che qualcuno cominciasse a strumentalizzare il mio film. Io ho un background mussulmano, ma non credo che l'Islam vada usato per ragioni politiche. La politica è politica, e deve restare tale. Io credo che il mio film vada preso semplicemente come un film. E’ uscito in sala in Marocco, Tunisia e Libano, e anche a Dubai, che sulla carta è una città aperta, ma in realtà è un luogo in cui il potere politico e il denaro vano a braccetto. E la cosa terribile è che proprio a Dubai, la condanna a morte di Talaat Moustafa è stata trasformata in ergastolo e poi annullata, tanto che questa estate lo hanno rilasciato, nonostante sua colpevole a tutti gli effetti. E’ stato perdonato dal nuovo presidente. Oggi l'Egitto è un paese dove un colpevole di omicidio viene perdonato perché è ricco ma dove non puoi fare un film su quell'uomo e nemmeno andare a vederlo, sennò ti arrestano".

Anche il Maggiore Noredin che conduce le indagini è un personaggio vero?
"Noredin è un personaggio che esiste per davvero. La maggior parte degli egiziani, di qualsiasi ceto sociale siano, odiano i poliziotti, li considerano gangster, una mafia. Se un poliziotto bussa alla tua porta, non pensi nemmeno per un istante che voglia aiutarti, né vai a una stazione di polizia a meno che non sia assolutamente necessario, perché ti potrebbero accusare di qualcosa, quindi tutti gli egiziani con cui parlavo, mi dicevano: perché vuoi conoscere Noredin? E’ una follia. Invece l'ho conosciuto, abbiamo preso un caffè. L'ho trovato simpatico. Al mio attore ho detto: non giudicare il personaggio, a volte è un vero stronzo, altre è umano. Ha un lato tenero, ha il cuore spezzato, il che è anche un cliché da film noir, perché nei film noir c'è sempre un detective con il cuore spezzato. Ma c'è una grande umanità in quest'uomo, che insegue dei fantasmi, che indaga su una morte ma nello stesso tempo ceca di comprendere la morte di sua moglie".


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