Interviste Cinema

The Hate U Give: il regista George Tillman Jr. presenta il film

Alla Festa del cinema di Roma il regista di Men of Honor porta il suo ultimo lavoro, di cui si è molto parlato.

The Hate U Give: il regista George Tillman Jr. presenta il film

Può capitare a tutti, soprattutto agli adolescenti, per insicurezza o per ansia di accettazione, non mostrarsi per quello che veramente si è e si pensa, in determinati ambienti. In America questo succede in particolare agli afroamericani che frequentano scuole a predominanza bianca: anche se non discriminati, diventano neutri, si staccano dalla propria cultura, hanno paura di essere associati a stereotipi e luoghi comuni e tornano neri solo quando sono nella propria comunità. È quello che fa – finché un dramma di cui è testimone non la costringe a interrogarsi su questa “doppia” vita – Starr, la ragazzina protagonista del film di George Tillman Jr., The Hate U Give, da un romanzo di Angie Thomas, che il regista ha portato sullo schermo. Perché ha deciso di fare questo film lo ha raccontato in conferenza stampa alla festa del cinema di Roma, dove lo ha accompagnato.

“Era il gennaio del 2016, quando lavoravo a uno show tv per la Marvel, Luke Cage, che ho letto il libro, prima ancora che fosse pubblicato. Mi sono reso conto che la storia mi toccava davvero e ho telefonato subito all’autrice, Angie Thomas. Una delle cose a cui mi sono sentito più vicino è l’idea dell’identità. Per quanto riguarda gli afroamericani c’è questa cosa che chiamiamo “code switching”, cioè nel tuo mondo e nella tua comunità sei afroamericano, ma nel mondo dei bianchi fai dei compromessi, diventi qualcun altro solo per far sentire meglio gli altri ed essere accettato. Questa era una delle cose che noi tutti afroamericani affrontiamo. Solo da molto più adulto ho iniziato a capire che va bene accettarsi per quello che si è e questo mi ha fatto sentire vicino alla storia personale di Starr. Ovviamente l’idea della brutalità della polizia era molto importante, ma la cosa che mi interessava di più era Starr che trovava la sua voce, si accettava e non faceva più compromessi”.

Sul problema del controllo delle armi, che ha una rilevante importanza nel film, Tillman risponde che anche questa è una delle cose che lo ha attratto nella storia, ed elabora: “lo si capisce nella scena in cui Sekani, il fratellino di Starr, riesce a sottrarre la pistola al padre. Credo che in America tutto si riconduca al capitalismo. All’inizio, quando c’era la schiavitù e gli schiavi scappavano si sono formate delle pattuglie di ricerca (slave patrols) per riportarli indietro perché facevano parte della loro proprietà. E’ da questo che ha avuto origine il corpo di polizia in America. Si basa tutto sulla razza. La frase più importante del film è quando dicono “Il colore della nostra pelle è la nostra arma”. Ha tutto origine nella schiavitù, nella proprietà. L’idea di introdurre droghe nella comunità, la mancanza di lavoro, lo stesso sistema carcerario è dettato dal commercio e dal capitalismo che risale alla schiavitù dove eravamo proprietà di qualcuno.”

All'inizio del film il padre dà a Starr e ai fratelli le istruzioni su cosa fare nel caso vengano fermati dalla polizia e una lista di diritti che hanno come cittadini. "C'è un grosso dibattito nel paese in questo momento tra i genitori. Per quanto riguarda i ragazzi bianchi, o quelli privilegiati, si parla di riproduzione, di indossare i preservativi, per introdurli al sesso e insegnargli il rispetto in quell'ambito, ma solo in comunità specifiche come quella afro-americana o altre ai margini della società, si ha a che fare con la violenza della polizia. Perciò quel discorso è molto importante per i bambini della nostra comunità, è un modo per sopravvivere, ma in alcune zone dell’America nessuno lo ha mai sentito, ecco perché ho iniziato il film in questo modo. Quelli che hanno dei privilegi non devono preooccuparsi di come comportarsi se un agente di polizia ti ferma. I diritti che il padre legge vengono dalle Pantere Nere. Quando avevo 4 o 5 anni mi ricordo di aver visto una foto di questo tipo seduto su una sedia, con una giacca di pelle nera e un basco e ho pensato che fosse il tipo più cool che avessi mai visto. Ma non sapevo che i programmi e le regole che avevano stilato fossero rivolti proprio agli ultimi, a chi non aveva niente ed era represso. Penso che se i genitori e gli insegnanti in generale insegnassero queste cose e tutti ne fossero a conoscenza, a prescindere dalla provenienza e dalla razza, avremmo più rispetto gli uni per gli altri”.

Un momento fondamentale della protesta, nel film, è quando una voce grida no more, adesso basta: "La scena in cui Starr grida “adesso basta” è stata una mia interpretazione del libro perché l’agente l’ha fatta franca e questo in America succede molto spesso. Solo di recente, due settimane fa, degli agenti a Chicago sono stati condannati quindi siamo sulla strada giusta ma ce n’è ancora molto da fare. La mia interpretazione di no more è dire ai ragazzi e agli adulti di usare la propria voce e dire quello in cui credono, anche se ci si trova di fronte ad enormi ostacoli. Come regista, il messaggio che volevo dare è che una voce può influenzarne altre, può indurre le persone a pensare, come Hailey nel film, o Chris che dice che le dice “io non vedo il colore, vedo la gente per quello che è”, ma la sua voce gli fa capire che c’è una differenza. Siamo culturalmente diversi l’uno dall’altro, ma bisogna che riconosciamo le nostre reciproche differenze per andare avanti. Quella voce, no more, è rivolta agli agenti di polizia, a chi detiene il potere, parla del controllo delle armi, di tutto quello che è controllato dal sistema."

Condivide l’idea espressa da Barry Jenkins della bellezza che prevale sulle tragedie e sul dolore? E' una delle cose che sono state molto importanti per me nel personaggio di Starr. Ricordo quello che mi è successo sul finire degli anni Settanta. Mio padre, un operaio che faceva le auto, fu licenziato e ricordo che proprio in quel momento un ragazzo fu ucciso non lontano da dove abitavo. Erano successe tutte queste cose e mio padre disse “sarà un duro Natale, con pochi regali”, e ricordo bene l’atmosfera per quello che era successo in casa e fuori, ma la mia famiglia è riuscita a restare concentrata e felice, siamo riusciti a ridere e a trovare gioia. Certo piangevamo anche, c’erano alti e bassi, e se guardavo le persone o le famiglie accanto alla mia nella nostra comunità c’era molta bellezza e allegria, ma anche molto dolore. Abbiamo trovato il modo di gioire, perfino durante la schiavitù, perciò quello che volevo fare con Starr e la sua famiglia è dire che anche se le cose sono difficili e tristi, loro sono in grado di provare ancora gioia, sono molto uniti, pregano ancora e penso che tutti possano identificarsi in questo".



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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