Interviste Cinema

The Greatest Showman: il nostro incontro esclusivo con Hugh Jackman

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In occasione dell'uscita del musical, abbiamo intervistato il protagonista del film in uscita il giorno di Natale.

The Greatest Showman: il nostro incontro esclusivo con Hugh Jackman

The Greatest Showman è sicuramente lui, Hugh Jackman. L'attore australiano torna al genere che più ama, il musical, e tra un duetto con Zac Efron, e uno con Michelle Williams, si conferma un mattatore del grande schermo. Qual è il suo segreto?

HJ: Sono curioso, non ho mai smesso di voler imparare tutto, sono cresciuto così, me lo hanno inculcato i miei genitori. Alcuni mi chiedono se a quasi cinquant’anni mi sento vecchio. Affatto.
Vedo trentenni che si sentono vecchi dentro, non hanno più voglia di lottare ma si lamentano. A queste persone mi sento di dire, è l’unica vita che hai, cambiala amico mio prima che sia troppo tardi, ma solo tu puoi farlo.
Ho una cara amica, ha 96 anni, e mi ha insegnato a meditare, il suo segreto è l’entusiasmo. Mette entusiasmo in tutto quello che fa, è la persona più curiosa che conosca, non smette mai di leggere di informarsi, di crescere. Sempre pronta ad imparare cose nuove e metterle in pratica.
È la persona che più mi ispira al mondo. E questa per me è una tra le cose più importanti.

Il suo medico le aveva impedito di cantare al provino, per paura che saltassero i punti, (Hugh era stato appena operato di melanoma al naso), ma lei non ha resistito. È così forte il richiamo del palcoscenico?

La canzone era This is me. Dovevamo farla ascoltare ai produttori. C'è qualcosa in quella canzone che mi prende dentro ogni volta.
No, non ho potuto resistere. Il ragazzo che doveva sostituirmi era pronto ad iniziare a cantare, e il brano inizia piano, è quasi delicato, poi c’è un crescendo di emozioni tra il testo e la musica, e non ho saputo più trattenermi.
Ovviamente sono saltati i punti e ho sanguinato parecchio. Il mio medico era piuttosto arrabbiato. E questo ci porta al personaggio di P.T. Barnum, credo avrebbe apprezzato questo momento live, credo che avrebbe davvero amato i reality show di oggi. In fondo senza di lui non ci sarebbe stato lo showbusiness. Inoltre più di tutto è stato anche l’inventore dell’ormai finito, forse, american dream.
Lui, nato in povertà, diventato molto ricco, fu comunque ostracizzato inizialmente, il posto nella società dell’epoca gli fu negato per un bel pezzo, oggi invece è grazie a lui che abbiamo sdoganato il concetto che con il talento, il duro lavoro e l’immaginazione, la triade su cui si fonda la società americana, che oggi diamo per scontato e che è nato grazie a lui.

La diversità nel film viene esaltata, ma è un concetto molto moderno, P.T. Barnum la sfruttava per fare soldi invece, una cosa non proprio etica, non trova?

Si è vero, ma per l'epoca questa era la normalità.
Barnum è un personaggio controverso nella storia americana, era un gran manipolatore, basti pensare che scrisse tre storie diverse della sua vita, e ogni volta si occupava personalmente di distruggere le copie della versione precedente. Ma diede a queste persone una vita e una famiglia, gli diede la scelta di esibirsi o rimanere nascosti per sempre.
Se vi ricordate il film Elephant man, siamo negli stessi anni, quella era la società dell’epoca.
Il messaggio del film, per me è molto chiaro, visto che è un film per famiglie, quello che ti rende diverso ti rende speciale. Un paradosso se pensiamo che proprio lui, non accettava se stesso. Non accettava di essere nato dal lato sbagliato della strada, nonostante il successo. E nel film, nella scena con la moglie, Michelle Williams, lei gli dice che non può essere amato da tutti, perché lui invece vuole l’approvazione di tutti e essere amato da tutti, e mostra dei sentimenti molto umani e comprensibili, che possono sfociare in psicosi. A modo suo era un gran filantropo, per esempio, l'uomo tatuato, aveva all'epoca una fortuna stimata in 10 milioni di dollari, accumulati con il lavoro nel circo Barnum, e che lui gli aveva consigliato di mettere da parte. Questo è un fatto. Era diventato talmente famoso che anche la regina Vittoria lo invitò a corte.

Cosa si ricorda Hugh Jackman dei suoi inizi?

Ho avuto il primo lavoro a 26 anni, e ne avevo 30 quando ho fatto X-Men, il musical non mi aveva mai sfiorato, eppure alla scuola di recitazione avevo obbligatoriamente lezioni di ballo e canto. Posso dire che ho dovuto fingere prima di saperlo fare davvero.

Si identifica con i suoi personaggi?

Devo, si assolutamente. Con Barnum condivido il bisogno di avere un pubblico, di avere approvazione, di essere ambizioso, e coraggioso, non con il suo eccessivo amore per il rischio però, anche se mi piace correrne di qualcuno, anche professionalmente, come quando ho presentato la notte degli Oscar, che tutti mi avevano sconsigliato di fare. Ma sicuramente Barnum era un osso duro. Ha rischiato sempre moltissimo, ha perso tutto e poi ha ricominciato diverse volte da zero. Io non credo ne sarei capace.



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