The 13th di Ava DuVernay: il documentario che scuoterà l'America?

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The 13th di Ava DuVernay: il documentario che scuoterà l'America?

Gli Stati Uniti posseggono soltanto il 6% della popolazione mondiale ma il 25% del numero totale di detenuti sul pianeta.
Il tredicesimo emendamento della Costituzione, da cui prende il titolo il documentario di Ava DuVernay, afferma: “Neither slavery nor involuntary servitude, except as a punishment for crime whereof the party shall have been duly convicted, shall exist within the United States, or any place subject to their jurisdiction." (Né schiavitù o servitù involontaria, eccetto che come punizione per un crimine per cui il soggetto dovrà essere debitamente incarcerato, esisterà sul suolo degli Stati Uniti, o in ogni altro luogo soggetto alla sua giurisdizione.)

La tesi che il documentario esplicita, e che risulta piuttosto difficile da confutare, è che il sistema americano ha adoperato la carcerazione come strumento di controllo e oppressione delle minoranze afroamericane sin dalla fine della schiavitù. Un discorso sociale e politico che parte da molto lontano, attraversa tutta la degli Stati Uniti nel XX secolo - in particolar modo il sistema coercitivo organizzato da Richard Nixon e Ronald Reagan nelle loro "battaglie" contro crimine e droga - per arrivare allo spettro fin troppo attuale di Donald Trump.

The 13th arriva su Netflix a partire dal 7 ottobre, ma Ava DuVernay ne ha parlato in anteprima mondiale al New York Film Festival. Ecco alcune delle dichiarazioni più significative della cineasta durante la conferenza stampa tenutasi dopo la proiezione al Lincoln Center:

- Sono cresciuta in un ambiente in cui la detenzione era sempre presente in modi diversi. Nel mio quartiere quando ero ragazza molte delle mie amiche parlavano di andare a trovare il padre o altri parenti in galera, quasi fosse normale. Come cineasta afroamericana ho pensato che questo fenomeno doveva essere inserito in un contesto storico e civile. La maggior parte della gente non crea questo tipo di connessione tra il singolo e il sistema, chi come noi gestisce la comunicazione ha il dovere di esporre questi schemi al pubblico.

- All'inizio avevamo impostato il discorso sulle compagnie private che sfruttavano il sistema carcerario per fare soldi, un'idea che mi ha sempre ripugnato. Ricavare denaro dalla punizione che qualcuno riceve è una cosa orribile, è prova disconnessione che il nostro tempo e la nostra società stanno vivendo. Mentre eravamo nel mezzo del discorso ci è venuto in mente di connettere il carcere per profitto a un contesto storico, ed ecco che il quadro generale si è palesato con chiarezza, ed è stato desolante. Ovviamente ci siamo focalizzati sul tema specifico una volta trovato, ci sarebbero da fare molti altri documentari su altri aspetti del sistema carcerario americano, come ad esempio le procedure processuali. Ci sono quasi sei ore di girato che abbiamo lasciato fuori dal montato finale, materiale che però affronta altri temi tangenziali a questo.

- Ricordo i racconti di mia madre e mia nonna sulla segregazione, non soltanto quella feroce del Sud ma anche ad esempio a Ovest, dove la mia famiglia si era trasferita. Ora viviamo in un mondo del tutto diverso, non dobbiamo dimenticarlo. Ci sono ancora molti problemi da affrontare, ma quando cerco di raccontare la storia afroamericana non oso avvicinarmi emotivamente a chi ha vissuto sulla propria pelle tali periodi di oppressione. Quello che possiamo fare è analizzare, parlare, spingere la gente ad ascoltare, esporre. Non mi metterei mai allo stesso livello di artisti come ad esempio James Baldwin. Come filmmaker posso dire con sicurezza che la mia condizione è molto migliorata rispetto anche a solo a dieci anni fa, e ovviamente lo è ancor di più dopo il successo di Selma.

- Il processo documentaristico consiste nel selezionare informazioni e fatti che provano la storia e la tesi che vuoi raccontare, e il requisito deve essere la verità di tali fatti. Trovare il tono del discorso è la cosa più importante e insieme la più pericolosa. Il ritmo della narrazione ad è importantissimo, lo spazio che determinate questioni affrontate devono prendere. L'idea va comunque veicolata dentro un racconto pratico, e spesso è molto difficile ottenere un equilibrio tra queste due componenti. Ci si vuole concentrare su un discorso preciso ed ecco che viene fuori qualche altra cosa che meriterebbe di essere spiegata. La selezione del materiale d'archivio ad esempio è un processo molto complicato da maneggiare. Ci è costato a molto, nonostante fossimo Netflix...Grazie Luke Cage e Stranger Things!

- Il cambiamento deve arrivare sempre dalle persone. La consapevolezza e la rivendicazione dei propri diritti sono cose che possono essere trasmesse. Realizzando Selma ho potuto studiare come il movimento dei diritti civili sia partito da poche persone convinte per arrivare a intere comunità. Le idee si possono veicolare, e l'idea che voglio portare al pubblico con The 13th è che i detenuti sono persone con famiglie, sentimenti, una storia personale. Non si può abusare dei loro diritti come si sta facendo in America da decenni. Una delle prime e più importanti cose da fare è cambiare la percezione dell'uomo di colore, la figura pericolosa che si è sedimentata nell'immaginario. Perché a forza di propinarla anche gli stessi afroamericani hanno iniziato a crederci.

- Abbiamo passato ore e ore al telefono con i familiari delle vittime di violenza da parte di polizia, di cui poi abbiamo utilizzato i video. Alcuni ci hanno negato il permesso, era ancora troppo doloroso per loro esporre i propri cari. Abbiamo fatto di tutto per adoperare le immagini che ci hanno concesso nel modo eticamente più consono. Ho perso da poco mio padre, proprio mentre stavo realizzando The 13th, e sentivo in modo particolare la responsabilità dell'uso di quelle immagini.

- Lo stile del documentario è molto classico, non volevo realizzare nulla di troppo ridondante, non si sarebbe adattato con il soggetto. Il production designer ha scelto degli ambienti sobri ma dotati di una loro presenza visiva, e a livello grafico abbiamo seguito la stessa idea. Volevamo evidenziare la forza dei set così abbiamo privilegiato materiali co mattoni, legno o il vetro di ambienti industriali, dove la gente ha lavorato o ancora oggi va a lavorare. Volevamo riprodurre quell'idea di lavoro legittimo che per così tanto tempo è stato rubato alla comunità afroamericana.

- Voglio che The 13th sia importante oggi come tra dieci anni, ed ecco che l'essere su Netflix assume un peso fondamentale. Attraverso questa piattaforma potrà arrivare anche in centri dove non ci sono cinema, o proiettano solo film mainstream come quelli Marvel. Spero che il mio lavoro sia capace di raccontare dove questo Paese sta andando a prescindere da chi sarà eletto come prossimo Presidente.



Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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