Interviste Cinema

Suite francese: la nostra intervista al regista Saul Dibb

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Abbiamo parlato col regista del suo adattamento del celebre romanzo.

Suite francese: la nostra intervista al regista Saul Dibb

Ad adattare e dirigere con grande sensibilità "Suite francese", romanzo postumo e incompiuto di Iréne Nemirovsky - morta di tifo ad Auschwitz nel 1942 – ambientato durante l’occupazione nazista della Francia, è il regista inglese Saul Dibb, 45 anni, autore di documentari, del drammatico thriller urbano Bullet Boy e di un bel film in costume, La duchessa. Nel corso di una chiacchierata telefonica molto interessante, Dibb ci ha parlato del suo nuovo film – in uscita in Italia giovedì 12 distribuito da Videa - raccontandoci la responsabilità e le difficoltà di portare sullo schermo un libro tanto amato.

La storia stessa della scoperta di questo romanzo è straordinaria, per non parlare del suo valore letterario e di documento storico. Come sei arrivato a dirigere il film?

Sono stato contattato dalla società di produzione francese che deteneva i diritti del libro, che è un best-seller molto importante, non solo in Francia ma in tutto il mondo. Per questo loro volevano farne un adattamento cinematografico in lingua inglese e credo che avessero contattato anche altri registi. Il problema però era come adattare un libro incompiuto. Le prime due parti, anche se terminate, non sono connesse tra di loro, così ho pensato che bisognasse incentrarlo sulla seconda e poi includervi elementi del primo libro in quello che è diventato un po' l'antefatto del film e infine aggiungervi elementi di quello che lei aveva intenzione di scrivere in seguito, cioè la prima parte del terzo atto che ha lasciato abbozzata, ed è quello che abbiamo fatto.

Ho letto una tua dichiarazione che dice: Si può accettare un romanzo incompiuto ma non un film senza finale. E' per questo che hai sentito l'esigenza di dargli una fine più appropriata?

Anche se ho detto questo, ho voluto comunque dare al film un finale aperto, dare l’impressione che non sappiamo ancora esattamente cosa succederà alla fine al personaggio di Lucile. Ma bisogna comunque comunicare il fatto che c'è stata un'evoluzione tra i due protagonisti, perché alla fine spieghiamo anche cosa è successo a Irène Némirovsky e questo fornisce una specie di contesto storico. La parte del libro su cui ci concentriamo nell'adattamento, intitolata “Dolce”, parla di un periodo in cui l'esercito tedesco si comportava bene e credo che Irène se avesse potuto continuarlo, avrebbe scritto del peggioramento dell’occupazione. Tutto questo esiste solo sotto forma di appunti ma ho pensato che fosse importante dare un’idea di come l'esercito avrebbe cambiato atteggiamento nei confronti della popolazione, sottoponendola a rappresaglie. Tutto questo ha contribuito, perché dopo la parte scritta lei ha lasciato un insieme di note che abbiamo cercato di incorporare nella storia, facendo in modo che il film avesse un finale più compiuto e desse la sensazione che l'atmosfera stava per cambiare.

Irene Nemirovsky nel descrivere i suoi personaggi sembra molto pessimista, a tratti cinica, anche se col senno di poi purtroppo era solo realista. Non risparmia nessuno, neanche i suoi compatrioti. Quanto è stato importante per voi onorare non solo la sua vita e la sua morte, ma anche la sua visione del mondo?

Credo che tu abbia ragione. Quello che mi ha attratto è che questo romanzo parla di quello che lei ha visto e vissuto, senza il lusso della riflessione posteriore. Sono eventi colti nel momento in cui si svolgevano. Personalmente non amo i film che guardano al passato in modo nostalgico, con occhiali rosa che lo romanticizzano. Mi è piaciuta la verità del libro. E’ vero che la gente si è comportata male, come di solito fa quando è sotto pressione. Ci sono stati ovviamente anche episodi di eroismo in queste circostanze e lei ne parla. Il suo è un approccio molto umano. Il fatto è che la gente tirava fuori il peggio durante la guerra perché era disperata, affamata e spaventata e le regole della convivenza civile erano sovvertite. Poi tornò per un po' uno strano tipo di pace e anche allora si comportarono male, ci furono delazioni e collaborazionismo, anche per via del rigido sistema di classe che metteva le persone le une contro le altre. Per me il libro parla principalmente di questo: di un'occupazione militare ma anche delle divisioni di classe, di come la gente si comporta a seconda della sua appartenenza a una data classe sociale.

Vedendo i tuoi ultimi film ti si potrebbe quasi descrivere come un regista femminista...

Sarei felice di questa definizione, mi va benissimo essere femminista. Il libro parla anche dell'esperienza della popolazione civile durante la guerra e in particolare delle donne. Non conoscevo bene questo aspetto della guerra e la storia controversa dei rapporti delle donne coi soldati tedeschi e i diversi tipi di relazioni che si svilupparono è un'area molto interessante da esplorare.

Hai iniziato con una crime story di ambientazione contemporanea e urbana, poi hai fatto due film in costume di seguito. In questi casi il tuo approccio alla materia cambia?

Non penso tanto in termini dell'epoca o del tipo di film, mi interessano la storia e i personaggi. Uso lo stesso approccio nei confronti di questi ultimi. Si parte dal personaggio e si cerca di creare un mondo che sia il più realistico possibile. La storia della Duchessa era molto cupa, per cui abbiamo sentito l'esigenza di inserirla in una cornice molto bella che in un certo senso la evidenziasse.

Come lavori con gli attori, fai letture, prove prima delle riprese?

Sì le faccio, ma ho scelto il meglio, ho scelto gli attori con molta attenzione, a partire da Michelle (Williams) e Kristin (Scott Thomas) e poi Matthias (Schoenaerts) che avevo visto in Bullhead e Un sapore di ruggine e ossa e sapevo che sarebbe stato brillante in questo ruolo. Credo che se si sceglie molto attentamente non c'è bisogno di fare una marea di prove ma basta guidarli, parlare con loro, di modo che quando arriviamo sul set si possa ancora ottenere una certa spontaneità.

Sei riuscito a conoscere la figlia di Irène prima che morisse?

Sì, l'ho conosciuta a Parigi con l'editore, all’epoca della prima stesura della sceneggiatura. Era una donna fantastica, appassionata e divertente, molto diretta su quello che per lei era importante che il film mantenesse del libro per essere fedele al suo spirito. Sapeva che avremmo fatto dei cambiamenti, ma fintanto che avremmo trovato il modo di collegare tutti gli eventi che accadevano nel romanzo, lei era contenta. E’ stato sconvolgente e molto commovente, per lei è stato come riportare in vita sua madre.

 



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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