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Suburra: il cast e il regista ci raccontano il film sulla malavita romana

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Il noir con Favino, Amendola e Germano esce in sala il 14 ottobre.

Suburra: il cast e il regista ci raccontano il film sulla malavita romana

Le dimissioni di Papa Ratzinger e il governo in bilico sono eventi collaterali nella storia di Suburra, ambientata nel 2011. Contribuiscono ad appesantire l’aria di piombo che si respira su Roma, una capitale in mano alle bande criminali e sull’orlo del baratro manageriale. La conferenza stampa del film è preceduta di poche ore dalle dimissioni del Sindaco Ignazio Marino. Ma questa è soltanto una coincidenza.

“Noi abbiamo iniziato a lavorare al progetto due anni e mezzo fa e credo che oggi sia attuale proprio in virtù del genere che abbiamo usato per raccontare la storia”. A parlare è il regista Stefano Sollima, l’uomo che ha diretto la serie di Romanzo Criminale, supervisionato e in parte diretto la serie di Gomorra, qui al suo secondo lungometraggio dopo ACAB. “È una versione della realtà più allegorica, simbolica, non cronachistica, racconta gli intrighi di potere di una città che può essere una città qualunque e potrà essere visto anche fra alcuni anni rimanendo attuale”.

Suburra, distribuito da 01 dal 14 ottobre in circa cinquecento sale sul territorio italiano (e da quel giorno disponibile anche su Netflix nel Nord America), è una storia cupa tratta dal romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini. Non ci sono eroi, non c’è polizia, non ci sono spiragli di salvezza. “Raccontare figure negative ti obbliga a scavare nel personaggio e trovare una funzione nel racconto per spiegare le sue azioni. La ricerca che abbiamo fatto è stata quella di trovare la verità all’interno dei diversi mondi del film” continua Sollima. E quando qualcuno gli chiede se la luce che il film getta su Roma non sia troppo cupa, risponde che “Roma è oggettivamente così… già il titolo del libro ti riposta alla nascita della città (Suburra era un quartiere malfamato dell’antica Roma, ndr). Non è uno sguardo pessimistico, è uno sguardo realistico”.

Sono grato a Stefano che mi ha fatto togliere qualunque espressione mi venisse anche in modo naturale sul viso” dice con microfono alla mano Claudio Amendola. È il primo degli attori a parlare ai giornalisti che quasi all’unanimità riconoscono la sua grande interpretazione nel personaggio di Samurai. “Quell’immobilità fa paura e in fondo Samurai sembra uno normale, è anonimo, cerca un anonimato per proteggere la figura di deus ex machina”.

Pierfrancesco Favino interpreta un politico corrotto che non rinuncia a trasgressioni sessuali e droga. “Ringraziando Dio non credo di avere molto a che fare con il mio personaggio” racconta l’attore spiegando che tutti i personaggi sono guidati da un’ambizione estrema che nasce da una cultura di trent’anni fa, quella del successo individuale. “Quando si parla di potere nel film si parla anche di cosa sei disposto tu, anche tu spettatore, a vendere per poter ottenere quello che vuoi. Soldi? Roba? Potere? Quale potere? È una domanda che mi sono posto io stesso se, per fare il mestiere dell’attore onestamente e per fortuna mi sono risposto in modo diverso rispetto al mio personaggio”. Favino cita il grande Ennio Flaiano che come un osservatore esterno guardava Roma vedendone tutte caratteristiche che nel loro orrore la facevano trovare incantevole.

La conferenza stampa si alleggerisce quando Elio Germano, nel film un PR di grande vigliaccheria con un dubbio gusto per l’abbigliamento, racconta degli abiti stretti e di quando questo facesse divertire colleghi e troupe sul set. “È un personaggio che forse si è nutrito dell’immagine di chi voleva essere. Lui è un contrappunto rispetto a tutti gli altri personaggi armati. Lungi dall’essere un film morale, Suburra racconta una storia al di là di qualunque epoca storica. Mi viene da dire anche in questo film e in generale anche la criminalità ha perso la morale”.

Neanche i due personaggi femminili sono senza macchia. “Ero fuori di me dall’entusiasmo dopo aver letto la sceneggiatura, il mio personaggio aveva un potenziale enorme” racconta Greta Scarano parlando della ragazza tossica che interpreta. “Sono stata molto seguita sulla mia immagine, da Stefano, dalla costumista, dai truccatori e dai parrucchieri”. Per Giulia Elettra Gorietti si realizza invece un sogno, quello di far parte di un progetto che racconta la società, e ovviamente anche quello di essere diretta da Stefano Sollima. Nel film l’attrice è invece una prostituta di alto bordo che a differenza degli altri dimostra di avere una sensibilità. “Questo set è stato una scuola per me. La sfida era quella di far uscire l’umanità del personaggio, la cosa bella è che riesce a vendere il suo corpo, ma non l’anima. Mi ha fatto tenerezza anche quando si trova in una situazione più grande di lei e ne assume la responsabilità, per riconoscenza verso un altro uomo”.

Arriviamo poi all’opposto della normalità, rappresentata dal personaggio di Numero 8. “Abbiamo fatto molti tentativi quando pensavamo al look, non sapevamo bene come dovesse essere questo Numero 8” ricorda Alessandro Borghi che nel film appare rasato a zero, con barba di media lunghezza e parecchi tatuaggi. “ L’imprevedibilità e la determinazione che si porta dentro raccontano un sogno di sé che vuole esaudire. È un idealista e sente addosso la pressione di una eredità criminale che gli pesa sulle spalle. Quando ho visto il film ho scoperto che ha anche un risvolto romantico”.

Si continua parlando di campi di ripresa più larghi che richiamano il western, “ma per me il genere di riferimento è il gangster movie, il noir metropolitano” dice il regista il quale risponde anche ad una domanda di un giornalista olandese (rarissimo caso un membro della stampa internazionale alla presentazione di un film italiano, peraltro con un interrogativo al seguito). La domanda chiama in causa il carattere internazionale del film, raggiungibile secondo Sollima “con il film di genere che si rifà su stilemi classici e riconosciuti. Nonostante Gomorra fosse recitato in una lingua sconosciuta ai più all’estero, abbiamo utilizzato il genere per rendere il racconto molto più ampio e fruibile”.

C’è spazio anche per qualche critica da parte di un paio di giornalisti, convinti di aver visto nel film un finale frettoloso, ma è ciò che “la struttura narrativa a imbuto prevede, con l’introduzione dei vari personaggi, l’ingaggio delle loro storie e la rapida discesa verso l’epilogo”, ribatte il regista. Uno di questi giornalisti spiega di essere anche un critico enogastronomico e Suburra per lui è stato come “una buona cena, ma il dolce non mi è piaciuto”. La battuta migliore, detta con rispetto e priva di ironia, è quella di Favino: “ Signore, forse il dolce non era previsto in questo film”.





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