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"Sto allevando un figlio cinematografico": Gabriele Salvatores presenta Il ragazzo invisibile - Seconda generazione

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Quello che per il regista non è un semplice sequel sarà nelle sale italiane dal 4 gennaio.

"Sto allevando un figlio cinematografico": Gabriele Salvatores presenta Il ragazzo invisibile - Seconda generazione

La saga del Ragazzo invisibile come X-Men all'italiana? Ma no. "Non avevo mai visto i film degli X-Men," confessa candidamente Gabriele Salvatores. "Non sono per nulla un patito del genere dei supereroi, sebbene ammetto di amare molto lo Spider-Man di Sam Raimi." Casomai, per il primo film e ancora di più per questo Il ragazzo invisibile - Seconda generazione, i riferimenti principali di del regista sono stati film come "Gremlins, I Goonies, E.T.: il cinema americano degli anni Ottanta, insomma. Un cinema che univa un pensiero nuovo con la spettacolarità, e un cinema che poteva unire le famiglie, soddisfacendo sia i ragazzi che i loro genitori."

D'altronde, che il progetto del Ragazzo invisibile fosse molto ambizioso, nel contesto di un'industria cinematografica come quella italiana per storia, personaggi e utilizzo degli effetti speciali, lo avevamo capito già tre anni, quando il primo film uscì nelle sale. Un film i cui risultati complessivi (oltre cinque milioni di euro d'incasso, e il premio EFA, l'Oscar europeo, come miglior film per ragazzi: risultati giustamente rivendicati da Nicola Giuliano, produttore con Indigo Film) hanno convinto tutti i coinvolti a rilanciare quella che si presenta come una vera e propria saga crossmediale, che potrebbe addirittura avere un terzo capitolo.
"Per me però questo non è un semplice sequel, un secondo film" spiega Salvatores. "Qui stiamo cercando di fare qualcosa di più ampio e complesso. Di più simile a Harry Potter, se volete, o un Boyhood dei supereroi, seguendo un protagonista che cresce film dopo film."
In qualche modo, come suggerisce il giovane attore protagonista Ludovico Girardello, "il primo film era un prologo. Qui c'è molta più ciccia." Una ciccia, specifica il regista, legata proprio al crescere dell'età: "A sedici o diciassette anni, che è l'età di Michele, si scopre il lato oscuro delle cose, quello melanconico, anche quello poetico: e qui anche il nostro protagonista è più oscuro e il film è più complesso. Laddove il primo era piuttosto lineare, qui ci sono salti temporali, e elementi misteriosi e da scoprire come se fossimo in un thriller."

All'inizio di Il ragazzo invisibile - Seconda generazione incontriamo il protagonista Michele che, in seguito ad un incidente, è rimasto orfano della madre adottiva Giovanna (Valeria Golino). Ma presto nella sua vita riapparirà la madre biologica Elena, assieme a una sorella, Natasha, che non aveva mai incontrato prima. "Romanzo di formazione in chiave fantasy mi sembra la definizione migliore del nostro film," dice Salvatores. "La condizione di orfano ricorre con grande frequenza nella letteratura per ragazzi, perché quando ci si ritrova tali, senza più guide e riferimenti, comincia l'avventura alla scoperta della vita e di sé stessi."
"Il primo film metteva Michele di fronte alla domanda 'chi sono?'," aggiunge Ludovica Rampoldi, autrice di soggetto e sceneggiatura assieme a Stefano Sardo e Alessandro Fabbri, "qui invece la domanda è 'cosa ci faccio con quello che sono?'".

Sul tema delle due madri, poi, Salvatores approfondisce: "perché è un discorso a cui tengo particolarmente, e c'è un dibattito in atto nella politica e nei giornali. Io sono convinto fermamente che i figli siano di chi li cresce: a farli si fa in fretta, ed è anche piacevole, ma il difficile è crescerli e farli diventare adulti, e accettare di farsi superare da loro."
E il motivo per cui il regista ha accettato con grande umiltà di mettersi per diversi anni al servizio di questa storia e di questi personaggi, senza nemmeno pretendere la firma come sceneggiatore (quasi una prassi nel cinema italiano), è in qualche modo legato a tutto questo: "Il motivo più intimo e caldo e meno razionale che mi ha fatto abbracciare per tanti anni questo progetto è che non ho figli: e da qualche anno, da Io non ho paura in avanti, ne sto in qualche modo allevando uno cinematografico."

Poi certo, ci sono anche ragioni più razionali che hanno spinto Gabriele Salvatores a farsi carico della saga del Ragazzo invisibile: "Mi appassionava la sfida di Nicola Giuliano, che voleva tentare qualcosa di inedito nel panorama del nostro cinema, e poi mi annoio a fare sempre le stesse cose. Vincere l'Oscar con Mediterraneo," prosegue con un paragone super-eroistico, "è stato come farsi mordere dal ragno radioattivo di Spider-Man: sono arrivati grandi poteri e grandi responsabilità. Mi sono chiesto allora come usare questo potere, e la mia risposta è stata quella di imparare a fare cose che non sapevo fare, come Nirvana e con tutto quello che poi è venuto."

Continua a imparare, Salvatores. Lo fa facendo squadra ("perché rispetto il concetto di autore, ma il cinema è meravigliosamente collettivo: io non sopporto chi dice il mio film, un film non lo puoi fare da solo"), e mettendo da parte qualcosa che è solitamente connaturato alla sua professione: l'ego.
"D'altronde," dice lui, "il mio ego è ampiamente soddisfatto dal fare il regista. Certo, gli Stones cantano "It's the singer not the song", ma senza una canzone, il cantante da solo fa poco."



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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