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Interviste Cinema

Steven Soderbergh racconta il suo The Informant

A Venezia, dove il suo film era presente in concorso, abbiamo incontrato Steven Soderbergh che ci ha concesso una lunga intervista nel corso della quale abbiamo approfondito diversi aspetti tematici e stilistici di The Informant.

Steven Soderbergh racconta il suo The Informant

Steven Soderbergh racconta il suo The Informant

A Venezia, dove il suo film era presente in concorso, abbiamo incontrato Steven Soderbergh che ci ha concesso una lunga intervista nel corso della quale abbiamo approfondito diversi aspetti tematici e stilistici di The Informant.

F.G.: Signor Soderbergh, innanzitutto mi piacerebbe sapere come mai si è interessato a questa storia così particolare...

S.S.: Scott Burns, lo sceneggiatore del film, aveva sentito parlare di questa storia alla radio: del libro e della storia dietro il libro. È venuto da noi e ci ha raccontato tutto. Questo è successo durante la lavorazione del primo film di Ocean’s. Ho letto il libro ed ho subito chiamato Matt Damon e gli ho detto:”C’è una parte perfetta per te”. Perché il personaggio, secondo me, è molto americano: si tratta di qualcuno che piaceva alle persone, lo trovavano affascinante e persuasivo. Allora ho chiamato Matt, gli ho mandato il libro, lui l’ha letto e mi ha detto:”Lo voglio fare”. Poi però, come spesso succede, ci sono voluti sette anni per girarlo davvero. Penso che per Matt deve essere stato strano, perché le riprese sono state molto, molto veloci: lui lo ha aspettato e ci ha pensato per sette anni, ma la lavorazione è dutata solo sette settimane. Comunque è andata bene, perché le riprese sono state così veloci che hanno dato al film una certa energia che credo abbia amplificato il lato comico del film.

F.G.: A questo proposito, mi è sembrato che lei abbia voluto rendere questo film qualcosa di più di una semplice commedia. Ci sono degli aspetti più profondi dietro questo tono leggero che si vede in superficie. Quali sono le tematiche che erano importanti per lei?

S.S.: Penso che noi tutti ci raccontiamo delle storie, su chi siamo e cosa facciamo ogni giorno, storie che creiamo per andare avanti. Trovo affascinante questa sorta di autoillusione, perché credo succeda a tutti, almeno un po’. Ne abbiamo bisogno per sopravvivere. Ma il problema è: quanto è lontana questa storia dalla verità? Poi si pone un’altra questione: qual è la verità? Se la storia che mi racconto oggi, su quello che faccio, è diversa da quello che la gente pensa di me, ma non faccio male a nessuno, allora va bene. Quando queste due cose si allontanano troppo, tanto che la storia che mi racconto non è la storia che tutti gli altri vedono, allora hai un problema. Ho pensato che questo tema fosse interessante perché l’evoluzione delle due storie che si allontanavano è stata graduale. Inoltre, ad un certo punto, la differenza è diventata così abissale che non capivo come il nostro protagonista facesse ad alzarsi dal letto tutte le mattine.

F.G.: Certo, stavo pensando a questo concetto. Quanto è stato importante per lei, se lo è stato, catturare un barlume di verità in questo personaggio così complicato? Dietro tutte queste bugie, c’è un uomo. Lei come regista, probabilmente doveva catturare lo spirito di quest’uomo. Ci ha provato? Cosa ha trovato?

S.S.: Mettiamola così: penso che far vedere qualcuno che racconta una bugia, ti dia più informazioni rispetto a quando fai vedere qualcuno che dice la verità. Non so perché è così, ma c’è qualcosa di divertente in un film quando si vedono delle persone che raccontano menzogne. È divertente, non so perché, ma ogni volta che c’è un personaggio del film e tu sai che sta dicendo una bugia, è molto spassoso. Non so perché sia così, non succede la stessa cosa nella vita, ma in un film, vedere delle persone che dicono bugie è molto divertente.

F.G.: Ma lei non ha rappresentato quest’uomo secondo la sua idea. Chi pensa che fosse veramente?

S.S.: Non l’ho capito neanche alla fine della storia. Almeno fino a quando è andato in prigione, non so se neanche lui stesso sapesse chi era. Non lo so veramente. Penso che lui abbia passato talmente tanti anni a creare un personaggio per gli altri, tanto da aver perso di vista se stesso. Un mio amico dice sempre questa frase, “mettere tanta carta sovrapposta finchè non diventa un muro”. Penso che pezzo dopo pezzo, con il passare degli anni, lui abbia aggiunto pezzo di carta su pezzo di carta tanto da creare un muro. Ma si è dimenticato cosa c’è dietro quel muro. Non so se oggi lui sappia chi è. Ecco perché mi piace quella scena dove finalmente la voce che ha in testa smette di fare diversamente quando viene messo di fronte alla lettera. La sua voce vera e quella che ha in testa diventano la stessa e lui si blocca perché non sa cosa fare.

F.G.: È stato importante per lei il collegamento tra la storia di un bugiardo patologico, che era dentro un sistema economico e sociale, tutto fondato sulle menzogne, che coinvolge grandi multinazionali e probabilmente anche il governo. Cosa ha pensato di tutto questo?

S.S.: Era un altro aspetto che ho trovato interessante, quando parlo dell’idea d'illusione e l’idea di raccontarsi una storia in cui credi, la stessa cosa stava succedendo con le persone dell’FBI che stavano scoprendo questa attività criminale. Perché loro hanno deciso di vederlo in un certo modo, senza fare caso a certi segnali. Uno dei personaggi ad un certo punto del film dice: ”Non capisco perché stia facendo questo. Guadagna 300 mila dollari l’anno, sta facendo carriera in azienda, perché viene da noi con queste informazioni?”. Lui fu uno dei pochi a dire che c’era qualcosa di storto, invece gli altri tirano fuori una cartolina di auguri di Natale con la sua famiglia e dicono: ”No, quest’uomo è questo”. Questo mi è piaciuto molto, ovvero ognuno vede quello che vuole vedere, perché loro in cambio ricevevano qualcosa. Poi ovviamente c’è il collasso, non può reggere, il centro deve crollare. Mi è piaciuto quest’aspetto. Quello è stato un enorme scandalo sui prezzi del mercato, era molto complicato. Da una parte lui mentiva, dall’altra gli stava offrendo il più grosso caso criminale mai visto, che ancora oggi è il caso più grosso di quel genere. Deve essere stato molto complicato, con questi segnali che andavano avanti e indietro, deve essere stato strano. So che uno degli agenti dell’FBI è ancora molto arrabbiato con Mark Whitacre.

F.G.: L’agente interpretato da Scott Bakula?

S.S.: Sì, è ancora turbato.

F.G.: Aveva intenzione di mostrare una società, che è la società contemporanea americana, ma forse anche del resto del mondo, che ha problemi nell’affrontare la verità che la riguarda?

S.S.: Penso sia pericoloso pensare in questi termini quando lavori ad un film. Penso che, se il tuo approccio alla storia è giusto e il personaggio è rappresentato in modo accurato, allora succede. Diventa il ritratto di un certo aspetto della società e per le persone potrebbe essere illuminante. Potrebbe essere un buon ritratto del periodo. Penso che se indovini le piccole cose, allora il mosaico viene fuori. Se invece cominci a pensare direttamente al mosaico, non puoi prestare attenzione alle piccole cose. Per questo ho pensato che dovevamo lavorare sui dettagli, dietro questi ci sarebbe stato il quadro generale.

F.G.: Parlando dello stile del film, che è ambientato negli anni 90, mi è sembrato che lei abbia cercato di portare un po’ di anni 70 nel modo in cui ha girato, anche con l’uso della musica. Perché?

S.S.: Mi sono ispirato alle commedie degli anni 70 di Neil Simon. Non so perché, ma quello stile visivo, la musica che avevano... In superficie sembravano piene di ottimismo e di felicità e volevo ricreare proprio questo. Mi sembrava uno stile adatto anche se stavamo lavorando ad una storia degli anni ’90. Perché penso che lui, in un certo modo, appartenga ad un’altra era. Però mi sono reso conto, quando ho parlato con la costumista, perché è stato difficile, è una sorta di film in costume, ma è ambientato in tempi recenti. Guardavo gli abiti di scena e mi sono reso conto che è una questione di cravatte. Quando guardi il film, se hai in testa la parola cravatte, vedi un grande movimento intorno alle cravatte. È tutta una questione di cravatte.

F.G.: E le auto?

S.S.: Sì, alcune sono proprio brutte. Ci sono anche delle belle auto. Abbiamo girato nella casa di Mark Whitacre, nella sua vera casa, in una piccola cittadina, vicino ad una fabbrica. Se andassi da quelle parti guidando quella Porsche, capiresti che lui veniva facilmente notato da tutti, in una città così piccola. Nessuno guida una macchina del genere in quel posto. Lui ne aveva otto. Anche questo è un segnale. Come facevano le persone che lo vedevano guidare le auto più costose, in questa piccola città. Come facevano a non pensare: ”È strano, da dove vengono tutti questi soldi?”

F.G.: Anche questo film è stato girato in digitale, giusto? È stato importante avere poche luci per dare questo ritmo veloce di cui parlavamo prima?

S.S.: Penso di sì. Se parlasse con Matt o con gli altri attori, le direbbero che poter lavorare in maniera veloce, li mantiene vivi. Una volta che arrivano sul set, non lo lasciano più. Appena iniziamo, tutto si muove molto velocemente. Usavamo poche luci, perciò lavoravamo velocemente. Penso sia importante per una commedia, perché hai bisogno di tutta l’energia.

F.G.: Stavo pensando anche al modo in cui, nei suoi film, passa da uno stile all’altro. Come sceglie i diversi toni da applicare ai diversi film?

S.S.: Bisogna considerare qual è la cosa più importante per il pubblico e partire da questa. In questo caso il fattore più importante per il pubblico è l’interpretazione. Da qui ho stabilito delle regole per me per quanto riguarda il tipo di immagine che riuscisse a mantenere le interpretazioni di fronte al pubblico. In questo caso significa rendere tutto molto semplice. Non penso sia un film noioso da guardare, ma è un film molto semplice. La macchina da presa non si muove mai, a meno che non si muova il personaggio. Non c’è niente di costruito, perché non mi volevo mettere tra l’interprete ed il pubblico. Allora stabilisci delle regole che riguardano dove deve essere posizionata la macchina da presa, a che altezza, che tipo di obiettivo usare. Volevo che lui fosse nell’inquadratura con altre persone, il più possibile, perché mi sembrava che l’impatto della bugia sarebbe stato più forte. Se lui fosse stato vicino, fisicamente, alle persone alle quali mentiva, per il pubblico sarebbe stato più drammatico. Per questo non volevo isolarlo in inquadrature singole. Penso in questi termini, come inserire le persone in un certo ambiente, senza essere scontati.

F.G.: Perché ha scelto di dare al personaggio questi particolari monologhi interiori dove parla di cose molto strane, durante diverse situazioni? Lo ha fatto solo per renderlo diverso o perché voleva fare un ritratto psicologico?

S.S.: È il tipico modo di pensare bipolare. Negli Stati Uniti lo chiamano “tangenzialità”. Le persone bipolari tendono a divagare, partono per la tangente, a causa di qualcosa che vedono e non riescono a controllare questa divagazione. Una cosa che mi è piaciuta,è che in molti film c’è una voce narrante che ti aiuta a capire la storia, ti dà un contesto. In questo non ti aiuta affatto, non aiuta il pubblico, anzi lo confonde. Questo mi è piaciuto.

F.G.: Forse aiuta il pubblico perché lo confonde?

S.S.: Esatto. Un’altra cosa che mi è piaciuta è che anch’io penso in questo modo, divago continuamente.

F.G.: Allora non voglio sapere a cosa sta pensando adesso...

S.S.: No, meglio di no (ride).

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