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Interviste Cinema

Stephen Frears e Tamara Drewe alla ricerca della felicità

Entriamo in un elegante albergo romano all’inizio di via del Babuino in una giornata di sole che appare normale come tante altre. È il giorno in cui andiamo ad intervistare Stephen Frears

Stephen Frears e Tamara Drewe alla ricerca della felicità

Stephen Frears e Tamara Drewe alla ricerca della felicità


Entriamo in un elegante albergo romano all’inizio di via del Babuino in una giornata di sole che appare normale come tante altre. È il giorno in cui andiamo ad intervistare Stephen Frears, sbarcato nella Capitale per presentare la sua ultima fatica, Tamara Drewe, già passato al Festival di Cannes ed in predicato di uscire nelle sale italiane il prossimo 5 gennaio. E qualche strano movimento in piazza del Popolo viene presto dimenticato una volta entrati nella stanza dove dobbiamo incontrare il regista inglese.

Reduce da una trasferta newyorkese, e di un sonnellino ristoratore, Frears appare sorridente e ultracasual, ma fin da subito appare chiaro come il suo usale, malizioso understatement lo avvolga come un velo misterioso.

Si comincia subito col parlare del fatto che in molti hanno visto in Tamara Drewe molti punti di contatto con l’hitchcockiano La congiura degli innocenti, ma subito Frears minimizza e invoca le semplici ovvietà: “Sì, l’hanno detto in tanti. In effetti ci sono dei punti in comune. Il cadavere nella campagna, le foglie, le atmosfere…”

Anche quando gli si chiede quali siano stati i motivi per cui ha scelto di adattare la graphic novel di Posy Simmonds (che ha assistito silenziosa all’incontro), la solfa è la stessa: “Beh, mi è piaciuta la storia, era sexy, era meravigliosa, ma non ho motivi particolari. In più solitamente non leggo fumetti. Ho letto solo questo, praticamente. E Maus. Prima credevo che tutti i fumetti fossero sull’Olocausto,” aggiunge sarcastico.

A chi gli chiede invece di eventuali citazioni tratte da “Il Re Leone” per quanto riguarda la morte di un personaggio, Frears risponde che non l’ha mai visto, nemmeno in versione musical, e che casomai quella morte si è ispirata a quella di Shere Kan nel “Libro della Giungla”. Di nuovo il sorrisetto furbo: “Leggo sempre questi scrittori imperialisti per cercare ispirazione. Il mondo degli scrittori è come una giungla? Forse sì.”

E come si è rapportato Frears ai suoi personaggi, raccontati nel complesso con grande affetto? “In questo film mi piace molto la ragazzina, Jodie, è bellissima, è meravigliosa. Ed in più è una sorta di deus ex machina delle vicende”.

Il regista, che negli ultimi anni pare aver affinato un gusto speciale e personale per la commedia, sostiene di non avere alcuna idea di cosa sia la commedia in sé, anche se “è sempre vero che spesso quello che appare è diverso da quello che è realmente, e questo m’interessa molto”. E minimizza, ancora anche riguardo la rappresentazione fatta in Tamara Drewe delle stratificazioni sociali: “è qualcosa che si affronta con naturalezza, l’ho sempre fatto, anche in The Queen.”

Frears racconta poi di aver collaborato sempre con gli autori del fumetto, per telefono, durante la lavorazione del film (“si è fortunati ad avere gente così in gamba con le quali confrontarsi”) , che i cambiamenti apportati al materiale originale sono stati pochi ma “ovvi, per me”, che non ha integrato i ritratti dei personaggi con nessun riferimenti particolare, dato che “i giornali in Inghilterra sono pieni di ragazzine che scrivono della loro vita e basta, come Tamara. Ma io vorrei leggere i fatti, gli avvenimenti, ed è impossibile. E quindi era facile trovare tanti riferimenti al riguardo. Lo stesso avviene per il personaggio dello scrittore: ne conosco tanti, ma non mi sono rifatto a nessuno di specifico.”

Ad un certo punto, di fronte all’atteggiamento così rilassato di Frears, veniamo assaliti da un moto d’invidia. A sentirlo parlare, l’unica vera sfida rappresentata dal film è stata controllare la mandria di mucche presente in una scena. Tutto il resto, è stato fluido e naturale, ovvia conseguenza di un intento. Ma davvero Stephen Frears non ha mai avuto dei problemi, delle difficoltà, dei dubbi? Lo sguardo del regista si fa appena più serio, poi risponde: “A volte devi nascondere le cose dal pubblico. Quando ero giovane il mondo e il cinema erano cose molto simili: erano semplici, tutto era molto naif. Il cinema, per me, era quello. Oggi vado al cinema e sento, percepisco la difficoltà di un regista. È qualcosa che io voglio evitare. Le difficoltà di un regista dovrebbero rimanere nascoste al pubblico: ma magari, sotto sotto, sono anche io un relitto.”

Riguardo all’evolversi della sua carriera, Frears torna lapidario: “Non so come sono cambiato nel corso degli anni: ma come potrei non essere cambiato? Tutti cambiamo, crescendo, invecchiando.” Però poi aggiunge: “È un mistero: poco tempo fa riguardavo uno dei miei primi film e pensavo quanto era tutto diverso. Com’ero quando ero giovane. E al fatto che ora non sono più così. Ora è tutto più integrato, tutto più intrecciato. I tuoi film escono da quello che abbiamo in testa, e gli altri lo prendono sul serio. Io no.”

E lo Stephen Frears spettatore, cosa pensa? “Invecchiando mi interessano sempre di più i miei film, quelli a venire, e sempre meno quelli degli altri. Certo, cerco sempre nuovi stimoli in nuovi registi, ad esempio mi piace molto Jacques Audiard. Ma innervosisco nel rivedere i vecchi film, mi piace ricordarli come sono.”

Di qui, la domanda ci appare ovvia: cosa spera interessi il pubblico, nei film di Stephen Frears? “L’unica cosa che mi interessa davvero è che chi vede i miei film si diverta. Certo, non distinguo mai il divertimento dall’intelligenza, cerco di coniugarli sempre. Quello che ho fatto in film come questo, e anche in The Queen, è raccontare della ricerca della ricerca della felicità, del benessere. È un tema molto importante, è quello di cui parlava Tolstoj. È quello che cerchiamo tutti: la felicità.”

E su questa osservazione del regista inglese, che a marzo dovrebbe iniziare le riprese di un film “americano”, ambientato a Las Vegas, terminiamo il nostro incontro. Con la ricerca della felicità in mente. E ci ritroviamo in un centro di Roma irriconoscibile, tra cassonetti in fiamme, auto che bruciano, vie storiche militarizzate. La ricerca della felicità.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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