Interviste Cinema

Stephen Frears e Lance Armstrong: "The Program, una crime story, non un biopic"

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Il regista inglese e Ben Foster hanno presentato il film alla stampa.

Stephen Frears e Lance Armstrong: "The Program, una crime story, non un biopic"

Stephen Frears, se non lo conosci, ti può sembrare un tipo qualunque.
Spettinato, con una polo a righe e un maglione gettato a caso su una spalla, al margine del tavolo di quella che doveva essere la sua conferenza stampa, quella con la quale è venuto a presentare alla stampa italiana il suo nuovo film, The Program, il racconto dello scandalo che ha travolto Lance Armstrong e che lo ha rivelato al mondo come la più grande frode sportiva di tutti i tempi, con i suoi sette Tour de France vinti consecutivamente ma grazie al doping.
Ma Stephen Frears è così, e gli si vuole bene proprio per quello: anche per il suo prendersi e prenderti poco sul serio, con quell'understatement tagliente e ricco di sarcasmo, tutto britannico.
“Non sapevo nulla del mondo del ciclismo, prima di girare questo film,” racconta. “Ma leggo comunque i giornali, tutto quello che so lo imparo da quelli: quindi sono entrato a contatto con la storia di Lance Armostrong. Ho poi letto il libro di Tyler Hamilton in cui si racconta di Armstrong e del doping, e sono rimasto affascinato dalla storia di questa enorme frode.”

È proprio la frode, e non Armstrong o il suo sport, a interessare il regista, che con The Program mira evidentemente a qualcosa di più ampio dello specifico del suo racconto: “Io non volevo girare un biopic, ma una crime story: una storia di inganni e corruzioni come tante altre che ci circondano. La scorsa notte ero a Zurigo, e ho letto sul giornale le storie assurde di corruzione che in questo momento ruotano attorno a Sepp Blatter: sono storie che sembrano romanzi, le scale di questi crimini sono enormi. Voi siete italiani, e se non mi ricordo male gli italiani, un tempo, erano specialisti nel fare film film che parlavano di grandi scandali e enormi corruzioni,” continua, sottintendendo chiaramente che non lo facciamo più, quel cinema civile. “Penso a Le mani sulla città, a Il caso Mattei, a Salvatore Giuliano. Questa cosa, questo tipo di cinema io, l'ho imparato dagli italiani.”

Nonostante The Program racconti di Lance Armstrong e della sua vicenda sportiva con straordinaria fedeltà alla Storia, come sottolineato anche da esperti di ciclismo, Frears non ha mai sentito il bisogno di approfondire gli eventi mettendosi direttamente in contatto con l'ex ciclista: “Non ho cercato di avvicinarlo, perché tanto è uno che racconta bugie. Perché parlargli, allora?”. La logica è stringente. “In più,” aggiunge, “so che è una persona che tende molto al controllo, e so che non avrebbe apprezzato quello che il film racconta, quindi davvero non c'era il motivo di parlargli. Non sapevo molto della sua vita privata, e quindi non ho messo quella parte di lui nel film: per me non molto interessante al fine della storia che volevo raccontare. Non so nemmeno se abbia visto il film e cosa ne abbia pensato.”

Ben Foster, straordinario interprete cinematografico di Armstrong, invece ha tentato di raggiungere il ciclista, anche se il regista non voleva. “Sarà perché amo il gonzo journalism, non lo so,” dice l'attore americano, “ma volevo avere il maggior numero possibile di informazioni su di lui. Ma Lance non mi ha voluto incontrare.” La sete di informazioni di Foster, però, non si è placata, e per meglio capire il suo personaggio è ricorso alle stesse sostanze dopanti che usava nella realtà il suo personaggio. “Ci sono state sei settimane di preparazione fisica molto intense, per questo film,” racconta. “Ho dovuto imparare ad andare in bicicletta, e ad andarci in un modo tale da sembrare Armstrong sul sellino. Sotto controllo medico mi sono sottoposto a doping per meglio capire quello che stavo raccontando: quello che vi posso dire è che le droghe funzionano, che hanno cambiato il mio corpo molto rapidamente, e fatto migliorare molto velocemente. La cosa più difficile è smettere di usare: è stato lì che mi sono sottoposto al controllo medico più attento, e c'è voluto del tempo per star bene di nuovo quando ho smesso di usare quelle sostanze.”

Quello che sia Frears che Foster condividono, però, è la voglia di non demonizzare il loro protagonista. “Non so dire se Lance Armstrong fosse un eroe machiavellico: non ho mai letto “Il principe”, quindi mi scuso,” dice il regista. “So però che Lance era molto intelligente e molto stupido allo stesso tempo: che è stato a suo modo un santo, con le sue attività di beneficienza, ma anche il terribile truffatore che quelli conosciamo. Era Dottor Jekyll e Mr. Hide: e non siamo tutti un po' così?”
“Non penso che il mio personaggio sia del tutto negativo,” gli fa eco l'attore. “Dobbiamo ricordarci che, quando Lance correva, c'erano 18 corridori dopati per ogni corridore pulito. Per lui provo sentimenti controversi, anche perché credo avesse della purezza d'animo testimoniata dalla generosità delle attività benefiche. Penso che il film non sia un atto d'accusa contro Lance Armstrong, ma contro la cultura che lo ha creato: siamo noi che abbiamo creato Lance Armstrong.”

Nonostante stia lavorando molto su storie che vedono protagonisti personaggi realmente esistenti (i suoi ultimi film sono stati un documentario su Mohammed Alì e Philomena, e il prossimo, quasi completato, racconterà la storia di Florence Foster Jenkins, “la peggior cantante mai esibitasi alla Carnegie Hall”), Stephen Frears sostiene di continuare a preferire l'immaginazione alla realtà; e se gli si chiede dell'eclettismo della sua carriera dice “ho la grande fortuna di non essermi mai considerato un autore.”
E all'Oscar, grazie a The Program, ci pensa? “L'Oscar? Sono un intellettuale, io: non penso a queste frivolezze.”
Stephen Frears, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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