Interviste Cinema

Stanno arrivando I primi della lista: la parola a regista e protagonisti

Opera prima da regista di lungometraggi dello sceneggiatore Roan Johnson, I primi della lista prende le mosse da una storia realmente accaduta.

Stanno arrivando I primi della lista: la parola a regista e protagonisti

Stanno arrivando I primi della lista: la parola a regista e protagonisti

Opera prima da regista (di lunghi) dello sceneggiatore Roan Johnson, I primi della lista prende le mosse da una storia realmente accaduta.
All’alba del giugno del 1970, tre giovani pisani – i liceali Renzo Lulli e Fabio Gismondi, e il più grande Pino Masi (il cantautore de “La ballata del Pinelli”) – fuggirono dalla loro città natale in preda alla paura di un presunto, imminente colpo di Stato, finendo con l’irrompere (letteralmente) oltre il confine con l’Austria in cerca di asilo politico.
A presentare il film, oltre al regista e sceneggiatore, gli interpreti: la “star” Claudio Santamaria e due giovani esordienti come Francesco Turbanti e Paolo Cioni. E, con loro, anche i veri Gismondi e Lulli.
Quest’ultimo è accreditato come soggettista: il film infatti nasce da un suo racconto scritto sulla tragicomica vicenda sua e dei suoi amici: “L’avevo scritto per gioco, per il gusto di raccontare,” confessa, “era stato chiuso nel cassetto per anni quando poi il figlio di un mio amico [poi montatore del film, n.d.R] me l’ha chiesto, dicendo che l’avrebbe passato a qualcuno del cinema. Io non ci speravo, comunque, e quando dopo qualche mese mi è stato detto che il film si sarebbe fatto, non ci credevo. Oggi, a vederlo sullo schermo, mi sono commosso.”

“Ero su un treno regionale per chissà dove, quando mi hanno detto che dovevo assolutamente leggere un soggetto imperdibile,” racconta Johnson, londinese di nascita ma cresciuto a Pisa. “Ero scettico, perché di soggetti te ne arrivano sempre tanti. E quasi mai corrispondono alle attese o alle presentazioni. Ma questa storia è stata davvero una bellissima sorpresa. All’inizio credevamo che nessuno avrebbe voluto farne un film e puntavamo a un documentario, ma l’incontro con Carlo degli Esposti della Palomar ha cambiato tutto.”

Per la sceneggiatura, Johnson ha collaborato con l’amico Davide Lantieri, che racconta così il suo coinvolgimento nel progetto e il suo sviluppo: “La verità è che quando è arrivato il soggetto, vivevo a casa di Roan, e quindi sono stato il primo a leggerla. Poi, per una serie di coincidenze felici, sia io che Roan abbiamo delle esperienze passate che ci mettono in sintonia con le storie di quegli anni, fatte all’inizio degli anni Zero, nei movimenti e nei centri sociali. La nostra idea era comunque quella di evitare ogni forma di retorica per concentrarsi non solo sul quadro storico e politico ma soprattutto sull’aspetto universale della storia e non solo il quadro storico. Ovviamente, abbiamo poi cercato l’equilibro tra fatti reali ed esigenze cinematografiche. Come diceva Zavattini, abbiamo cercato di raccontare la realtà come se fosse un film.”

Tra i punti di forza del film, l’affiatamento tra i tre protagonisti; nato, come loro stessi hanno ricordato, nel corso di numerose prove effettuate prima e durante la produzione. Johnson ha raccontato di aver individuato subito in Turbanti e Cioni gli esordienti di cui aveva bisogno, e di aver voluto un nome noto (Santamaria)per il ruolo di Masi per ricreare anche tra gli attori il rapporto tra due “signori nessuno” e quella che, ai tempi e in quella città, era una sorta di rockstar.
Nessun timore reverenziale comunque, sul set. Anche perché i tre attori erano aiutati da una sceneggiatura “molto ben delineata, accogliente per noi attori, che ci ha fatto sentire a nostro agio e ha fatto subentrare subito il divertimento di recitare,” sostiene Turbanti.

È Caterina d’Amico, direttrice della Casa del Cinema, nonché preside del Centro Sperimentale di Cinematografia negli anni in cui Johnson l’ha frequentato, a chiedere al regista da dove sia nata la fascinazione per questa storia, fatti salvi i suoi aspetti più evidenti. “Credo che ci siano delle continuità tra l’oggi e quel momento,” risponde Johnson, “prima su tutte la questione delle fughe dall’Italia, anche se si scappa per cose diametralmente opposte: allora per la paura di un cambiamento rivoluzionario, oggi per l’immobilismo, per le sabbie mobili del presente. Poi il 1970 è stato un anno che ha segnato uno spartiacque nella storia del nostro paese:  è l’anno in cui esplodono le paure e le ansie degli anni Settanta ma nel quale è ancora presente l’eco della carica gioiosa del ’68.”

Per il regista, ne I primi della lista, i rimandi all’attualità ci sono, certo, ma sono stati tenuti sottotono per non farli risultare pesanti o invadenti. E individua poi nel personaggio di Masi quello che sintetizza molti degli aspetti che gli stavano a cuore.
A commentare è Claudio Santamaria, che lo interpreta: “Il personaggio è molto serio. Lo disse lo stesso Masi, quello vero: ‘avrei preferito cantare di altro, di amore magari, ma quel momento mi legò alla politica e al sociale’. La sua ambiguità nasce dalla chiara paranoia, unita al fatto che le cose che dice sono molto serie, e vere. Il colpo di stato non ci fu, nel giugno del ’70, ma quello Borghese venne sventato dopo pochi mesi. Le sue contraddizioni lo umanizzano molto e donano grande credibilità alla storia. Questo è un film che rischiava di debordare nella commedia facile ma la bravura di Roan è stata d’impedirlo, di impedire a noi attori di appoggiarci troppo alle battute che ci aveva regalato.”

Il vero Masi, in conferenza stampa, non c’è. Roan Johnson spiega che vive a Pisa in stato d’indigenza facendo l’elemosina per strada mentre suona la sua musica, e che sarà presente all’anteprima cittadina del film. Il suo produttore, Carlo degli Esposti, si affretta a precisare che “non è davvero indigente, la sua è una scelta mette il piattino in terra solo ogni tanto”. Sic.
Fortuna che c’è il vero Gismondi. Lui dice che il film di Johnson è “molto carino, piacevole e simpatico. Ma devo dirlo, contiene un’inesattezza: non è vero che sono scappato da Pisa per la vergogna, dopo la nostra impresa. I motivi erano altri, ma in città sono rimasto comunque almeno un altro anno: dovevo fare la maturità, perché nel ’70 non fui ammesso agli esami. Troppe assenze.”



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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