Interviste Cinema

Spike Lee, Valentina Cervi e Pierfrancesco Favino, Miracolo a Sant'Anna

Miracolo a Sant'Anna è il nuovo film di Spike Lee, che ha scelto di adattare l'omonimo best-seller di James McBride sul massacro avvenuto a Sant'Anna di Stazzema il 12 agosto del 1944. Dopo averlo presentato al festival di Toronto e a New York, il regista lo ha accompagnato a Roma, dove lo abbiamo incontrato insieme a due dei suoi inte...

Spike Lee, Valentina Cervi e Pierfrancesco Favino, Miracolo a Sant'Anna

Intervista a Spike Lee, Valentina Cervi e Pierfrancesco Favino per Miracolo a Sant'Anna

Corre voce, nell’ambiente giornalistico, che intervistare Spike Lee sia un’impresa assai difficoltosa, per l’eccessiva brevità delle sue risposte e per il suo umore non sempre roseo. Dopo aver incontrato il regista in occasione della presentazione di Miracolo a Sant’Anna, ci sentiamo di smentire questa diceria.
Spike Lee è persona assai piacevole, un artista brillante e spiritoso che si adombra solo quando gli vengono rivolte domande provocatorie. Abbiamo corso il rischio, e subito gli abbiamo chiesto un commento sulle polemiche che il film ha scatenato per aver attribuito la colpa della strage al tradimento di un partigiano. “Non ho niente di cui scusarmi” – ha risposto. “Questo acceso dibattito che accompagna il film dimostra come nella storia del vostro paese ci siano ancora delle questioni irrisolte. I partigiani non erano amati da tutti. Appena arrivavano i tedeschi, si rifugiavano in montagna, lasciando indifesi i civili. E i civili li odiavano. Nessuno sa come siano andate veramente le cose a Sant’Anna, ci sono molte ipotesi diverse, io ne ho semplicemente presa in considerazione una”.
A inventare la storia di Miracolo a Sant’Anna è stato in realtà lo scrittore americano James McBride, che ha voluto raccontare la vicenda di quattro soldati dei Buffalo Soldiers, una divisione composta da 15.000 afroamericani che prestarono servizio in Toscana dall’agosto del 1944 al novembre del 1945. “Del romanzo di James McBride ho amato molto il rapporto che si viene a creare fra i quattro soldati di colore e i civili italiani” – ha detto Spike Lee – “oltre ai luoghi in cui i fatti si svolgono. Leggevo il libro e immaginavo di girare nei lussureggianti paesaggi toscani. E poi avevo voglia di fare un film di guerra, per me era una sfida, e io adoro le sfide”.

Ad aiutare Spike Lee nella sua ricostruzione storica e nelle scene di battaglia sono stati un consulente di guerra e il direttore della fotografia Matthew Libatique, che a Hollywood è considerato una perla rara. “A ispirarmi” - ha continuato il regista – “sono stati anche diversi film del Neorealismo italiano, come Ladri di Biciclette, Germania anno zero, Sciuscià, Paisà e Roma Città aperta”. Sappiamo che Spike Lee li ha sottoposti anche all’attenzione dei suoi interpreti, costringendoli a lunghi pomeriggi in salette di proiezione. “Abbiamo anche visto vecchi filmati provenienti dall’archivio di Cinecittà, alcuni perfino in VHS, e abbiamo guardato centinaia di fotografie d’epoca”. La stessa cura, Spike Lee l’ha impiegata nella scelta dei suoi attori, fra cui spiccano Pierfrancesco Favino, Valentina Cervi e l’esordiente Matteo Sciabordi, che interpreta il bambino protagonista del film. “Trovare il bambino giusto era la mia maggiore preoccupazione. Abbiamo fatto un casting a Firenze e i bambini da selezionare erano 5000. Sapevo solo di volere un non professionista e quando ho visto Matteo, ho notato che il suo sguardo era simile a quello dei bambini di Ladri di Biciclette e Germania anno zero, uno sguardo carico di tenerezza e intelligenza”. Anche se è il bambino la figura chiave del film, l’elemento drammatico che lo trasforma in una storia mistica di amore e compassione, i personaggi dei soldati americani sono altrettanto importanti “perché esprimono 4 diversi punti di vista, 4 modi distinti di vivere la guerra, a dimostrare che i neri, come i bianchi, non erano, e non sono, tutti uguali, non erano una massa, ma individui distinti. La nostra intervista a Spike Lee si è conclusa con una domanda sul suo lavoro di regista nel corso di tanti anni di carriera. “Sono sempre lo stesso” – ha risposto. “Ho sempre lo stesso atteggiamento che avevo quando ero uno studente di cinema alla New York University. Non è cambiato neppure il modo in cui giudico i miei film: con me stesso sono un critico severissimo”.
“Sono cresciuta guardando i film di Spike Lee” – ci ha detto Valentina Cervi, abituata a lavorare all’estero, per esempio con Peter Greenaway per The Tulse Luper Suitcases. “Spike sa raccontare meravigliosamente la complessità e l’emancipazione femminile. Le donne dei suoi film sono forti e alla fine risultano sempre vincitrici”. In Miracolo a Sant’Anna, la Cervi è Renata, una donna italiana che parla inglese con cui i quattro Buffalo Soldiers stabiliscono una temporanea amicizia. “Renata rappresenta la nuova Italia, un ponte fra due culture e civiltà distinte. Anche lei è forte si emancipa attraverso la propria sessualità”. Del set di Miracolo a Sant’Anna, l’attrice ha amato la multiculturalità e la professionalità. “Funziona diversamente rispetto all’Italia, ma non credo che un regista americano sia poi così diverso da un regista italiano. Ogni regista ha una sua precisa visione artistica”.

Reduce dall’esperienza de Il Principe Caspian, in cui recitava in inglese, Pierfrancesco Favino ha stretto ottimi rapporti con Spike Lee e con il cast americano del film. Per interpretare il retto partigiano Peppi, si è documentato a lungo, rivedendo i film del Neorealismo Italiano e rileggendo i testi di Beppe Fenoglio, uno dei suoi scrittori preferiti. “Sono fiero di aver fatto parte di questo film, proprio perché fa discutere” – ha detto. “Anche il mio personaggio ha dei dubbi, e questo lo rende umano e a me molto caro”. Consapevole dell’acceso dibattito sulla Resistenza Italiana che, soprattutto negli ultimi tempi, attraversa la politica e il pensiero del nostro paese, Favino ci ha confessato di aver provato un forte senso di responsabilità nei confronti dei fatti storici rappresentati. “È un sentimento che però mi accompagna sempre mentre recito. Sia che io interpreti un personaggio realmente esistito, sia che io faccia un film per bambini”.

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