Interviste Cinema

Spike Jonze: 'Con Lei racconto solitudine e intimità'

Abbiamo incontrato il regista del film candidato a 3 Premi Oscar in occasione dello scorso New York Film Festival

Spike Jonze: 'Con Lei racconto solitudine e intimità'

In occasione dell'ultimo New York Film Festival, dove Lei è stato presentato in anteprima mondiale, il regista Spike Jonze ha incontrato la stampa per parlare del suo nuovo film, realizzato a quattro anni di distanza dal bellissimo Nel paese delle creature selvagge. Ecco ciò che il regista di culto ha raccontato della sua nuova creazione artistica.

Come nasce l’idea di Lei?
Circa una decina d’anni fa mi è capitato di leggere un articolo su internet riguardo la possibilità di interagire con un’intelligenza artificiale grazie a messaggi istantanei. Ho provato subito il link e sono rimasto stupido dall’interazione di cui era capace. Anche se non era possibile discutere di massimi sistemi abbiamo avuto una conversazione più che soddisfacente. Non ci ho più pensato per molti anni, poi quasi improvvisamente ho cominciato a lavorare alla storia di un uomo che inizia una relazione con un’entità molto simile, solo dotata di piena coscienza. Mi interessava esplorare le potenzialità di una vera e propria storia d’amore, normale e straordinaria allo stesso tempo.

Prima di Lei aveva realizzato I’m Here, un bellissimo corto sempre ambientato a Los Angeles, anche questo con robot come protagonisti. Una storia altrettanto romantica ed esistenziale. C’è qualche relazione con il film?
Stavo cominciando a buttar giù alcune idee su Lei quando ho avuto l’opportunità di realizzarlo. Veniva dopo Nel paese delle creature selvagge che mi aveva preso cinque anni, quindi l’idea di fare un corto in pochi mesi era molto allettante. E’ la storia d’amore la relazione con Lei, anche se nel caso di I’m Here questo sentimento è relazionato ad un’età più giovane, parliamo di ragazzi nei loro vent’anni..

Il futuro inventato per questo film è molto definito, preciso. Come ha lavorato con lo scenografo K.K. Barrett?
L’idea era quella di creare un futuro confortevole, in cui fosse piacevole vivere. Mi piaceva l’idea diuna metropoli come Los Angeles sempre più accogliente, a misura d’uomo. Perché anche in questi luoghi puoi sentirti solo e isolato. Quando stavo ancora scrivendo la sceneggiatura ho incontrato un architetto che mi ha detto di concentrarmi su una scelta ben precisa: volevo un futuro che fosse utopico o distopico? Era una differenza fondamentale. Le ho detto che cercavo un mondo con dei colori simili alle insegne di Jamba Juice (catena americana di frullati, ndr.), e da lì siamo partiti a inventare. Ho capito che cercavo di raffigurare un futuro utopico, rasserenante, perché sentirsi soli in quel contesto sarebbe stato ancora più drammatico. In un mondo in cui puoi avere a disposizione tutto ciò che vuoi, soprattutto a livello di informazione, la solitudine è un pericolo costante perché non sei spinto a cercare di colmare le tue mancanze.

Perché ha scelto di non dare un corpo o anche una semplice immagine alla protagonista, con ad esempio un avatar?
Ho pensato che dovesse esistere nel modo in cui esiste nel film, impalpabile. Doveva essere insinuata nella mente e nel cuore di Theodore, è quello il posto in cui Samantha vive veramente.

La scelta di sostituire la voce di Samantha Morton con quella di Scarlett Johansson cosa ha apportato al film?
Ogni lungometraggio a cui ho lavorato ha richiesto molto tempo per essere definito, è una parte importante del mio processo creativo quella di lasciargli in qualche modo trovare una sua propria strada. Il lavoro che aveva fatto Samantha era notevole, così come quello poi fatto da Scarlett. Alla fine quest’ultimo si avvicinava maggiormente all’idea del film che si era sviluppata in tutto questo tempo.

Uno dei punti di forza di Lei è che in qualche modo mette in discussione il concetto di intimità…
Mentre stavamo provando con Olivia Wilde abbiamo iniziato a discutere su cosa veramente si prova quando qualcuno ti dice qualcosa. La scena in cui lei chiede a Joaquin quando si rivedranno e lui le risponde di essere molto occupato, scoraggiandola in qualche modo, è molto rappresentativa secondo me della difficoltà di capire bene cosa significano le parole che ci vengono rivolte. Come le percepiamo. Theodore s’innamora di Samantha perché per prima cosa la ascolta veramente. Un altro fatto importante è che Samantha come l’intelligenza artificiale è come appena nata, è una bambina in un certo senso. Mantiene una sua purezza, impara dalle sue esperienze anche dolorose nel corso del film, anche lei possiede la capacità di ascoltare veramente Theodore e capisce chi è veramente.

Una domanda più stupida: da dove viene l’idea di The Perfect Mom, lo spassoso videogioco che compare nel film?
Ho sempre pensato che le pressioni subite all’interno di un nucleo familiare fossero un’idea magnifica per un videogame…

Com’è riuscito a mantenere un’identità creativa così forte in tutti questi anni?

Non so rispondere a questa domanda, probabilmente facendo molti errori nel corso del tempo e dei film. Ho cercato di imparare da essi, ho capito che tutto sommato mi rappresentavano. Sono rimasto me stesso invece che diventare qualcun altro.




  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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