Interviste Cinema

"Sono un comunicatore e amo provocare": Gabriele Muccino da Monte Carlo sui social e la commedia

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Presidente di giuria al Festival de la Comédie, si racconta fra cinema e social.

"Sono un comunicatore e amo provocare": Gabriele Muccino da Monte Carlo sui social e la commedia

Da tredici anni il Principato di Monaco ospita un Festival dedicato alla commedia. “Un giorno proposi al Principe Ranieri, che conoscevo bene, di patrocinare una manifestazione dedicata al cinema”, ci ha raccontato il presidente dell’evento, Ezio Greggio, cittadino monegasco. La risposta fu positiva, ancora più entusiasta quando accompagnata dalla decisione di farlo diventare un omaggio al cinema comico. Mario Monicelli per anni è stato ospite fisso a Monte Carlo, e quest’anno gli otto film presentati in concorso saranno giudicati da una giuria presieduta da Gabriele Muccino.

Con l'occasione abbiamo intervistato il regista romano, il cui nuovo film, L’estate addosso, con le musiche del suo amico Lorenzo Jovanotti, sarà prossimamente al cinema.

Come hai affrontato questa esperienza di presidente di giuria di un festival dedicato alla commedia?

A me piace vedere film e a casa ne vedo comunque due al giorno. Essere presidente di giuria vuol dire per me fare quello che mi piace di più, subito dopo fare film: vederli. Noi siamo legati alla commedia difficilmente esportabile, mentre nel resto del mondo è talmente un concetto vasto che si apre a infinite interpretazioni: dal thriller al musical, al grottesco.

Si dice spesso quanto sia difficile esportare la commedia.

In Italia abbiamo costruito molto questo genere sul linguaggio, italiano o dialettale, il che rende difficile esportarlo. La lingua inglese è più lineare, semplice, per cui i giochi di parole non sono efficaci quanto per noi. Deve essere di altissimo profil una commedia italiana per diventare universale. Personalmente ho molto amato Perfetti sconosciuti, che propone un concetto talmente universale che non ha frontiere, non giocando sulla lingua, ma sulla pura scrittura.

Presto uscirà L’estate addosso: mi sembra un ritorno alle radici, un film con attori giovani, dopo molti film drammatici e con attori molto affermati.

Mi andava di fare una gita nel parco, senza programmi. Un film a modo mio, quando lo voglio e con chi voglio. Una cosa che in Italia posso fare, in America no, dovendo seguire una serie di regole. Quello che rende i film d’autore tali, è il punto di vista molto forte in quello che racconti e quando giri storie scritte da altri non racconti mai qualcosa di totalmente vicino a te. È un altro tipo di lavoro fare film in America, affascinante e galvanizzante, ma diverso rispetto a raccontare storie elaborate dalla mia esperienza.

A proposito di generi, hai annunciato un nuovo film americano, un thriller, ancora una novità, con Adrien Brody come produttore, oltre che protagonista.

È più un film d’azione che un thriller, anche se i film da quelle parti sono reali solo quando dici ‘azione’ sul set. Di progetti in sviluppo ne ho un paio, ma ci sono molti fattori che possono far collassare un film; a me è successo molte volte. Ci sono tanti copioni, anche molto belli, che sono ibernati nei cassetti degli studios.

Parlando di Hollywood, è sempre una sfida a chi ne parla peggio, ma è sempre un sistema capace di inglobare nuovi talenti, anche dall’estero, e produrre grandi film, come anche questa edizione degli Oscar ha dimostrato.

Hollywood è uno strano pianeta, costituito dai cinque, sei studi, ma i film che vanno agli oscar spesso non nascono al loro interno. Ormai sono talmente interessati al profitto economico che i film che rappresentano una novità, di scrittura o di espressione, vengono accolti con molta diffidenza. Il cinema indipendente, per definizione, regala una maggiore libertà creativa. Anche quest’anno, film come Spotlight, nascono come indipendenti e poi hanno la fortuna di essere apprezzati e concorrere alla stagione dei premi. Fra settembre e dicembre escono negli Stati Uniti almeno 60 film; tutti in corsa, potenzialmente.

Parlando dei social, non ti viene voglia di abbandonarli, visto che ormai l’agorà pubblica sembra coincidere solo con i social, come hai visto spesso sulla tua pelle?

Un paio di volte me ne sono andato, da twitter e facebook, ma siccome sono un comunicatore, quando non faccio film la voglia di provocare, o comunque di dire la mia, è più forte. Siccome c’è questo mezzo, potente e utilizzato nel mondo intero anche dai più insospettabili, ci ricasco, consapevole anche delle mie provocazioni; come ho fatto nei miei film, cercando di suscitare reazioni, volendo anche un’incazzatura. Ben vengano le riflessioni, anche accese, purché si movimenti l’opinione contro la standardizzazione del pensiero, un pericolo in cui si incorre anche attraverso i social. La ferocia del tutto contro tutti porta anche all’auto censura. C’è chi non dice la propria, per paura di doversi confrontare con un’arena di anonimi. Si leggono un sacco di cose che rivelano una condizione antropologica che a me interessa, specchio di una società particolarmente rabbiosa e rancorosa, almeno in Italia. C’è tanta gente che si mette davanti al computer e si esprime attraverso i social quando dovrebbe farlo attraverso i fatti. Chi esprime tanta rabbia è chi non ha altri canali per esprimere la propria esistenza, una cartina di tornasole di un momento sociale unico; prima si andava al bar. È un modo di comunicare che l’umanità non ha mai conosciuto prima, in continua evoluzione.

Sta cambiando qualcosa nel cinema italiano, per molto tempo legato all’idea che bisognasse guardare con sospetto chi aveva successo, che la comunicazione dell’autore con il pubblico fosse sempre un compromesso disdicevole?

Sta uscendo lentamente dal cortile di pensatori e sedicenti intellettuali che pensavano di essere oltre e che il contatto con le grandi platee fosse una sporcatura della loro arte. Un fenomeno degli anni ’80 e ’90, dopo essere partito negli anni ’70. L’ho sentita molto forte negli anni della mia formazione da regista. Ho esordito sentendomi una mosca bianca nel panorama in cui cercavo di esordire, essendo influenzato anche da altre cinematografie contemporanee, oltre che da film italiani fatti trent’anni prima. Ho cercato di fare qualcosa di nuovo, che ha trovato subito un riscontro nel pubblico, rompendo quella asfissia che c’era, e ancora a volte annuso ancora, nel cinema italiano. Ma sempre di meno, per fortuna.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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