Interviste Cinema

Siberia, un viaggio visionario con Abel Ferrara e Willem Dafoe, in concorso al Festival di Berlino 2020

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Rinconciliarsi con il proprio passato, con i propri cari per gli errori e le mancanze, ha bandiera italiana il nuovo film di Abel Ferrara.

Siberia, un viaggio visionario con Abel Ferrara e Willem Dafoe, in concorso al Festival di Berlino 2020

Sono tre i film italiani in concorso in questa 70° Berlinale. Dopo Volevo nascondermi, accolto molto favorevolmente, e in attesa di Favolacce dei fratelli D’Innocenzo, oggi è la giornata di Siberia di Abel Ferrara. Proprio così, il nuovo film del regista americano ormai da anni di casa a Roma batte bandiera maggioritaria italiana, prodotto com’è da Vivo Film e Rai Cinema.

Rispetto al precedente Tommaso, girato per le vie di Roma, qui l’ambientazione è ben diversa come anche l’andamento narrativo. Siamo dalle parti di uno sperimentalismo visivo nei confronti del quale è forse “meglio parlare di esperienza che di storia”, come suggerisce Willem Dafoe, ancora una volta protagonista se non addirittura alter ego di Ferrara. Siamo arrivati alla sesta collaborazione, ma del resto i due sono accomunati anche dal vivere per molti mesi all’anno a Roma, non lontano uno dall’altro.

Ogni film è diverso, così come il modo in cui lo approcciamo”, ha detto Dafoe incontrando alcuni giornalisti italiani a Berlino. “Lo è questo rispetto a Tommaso, ma quello che non cambia è il processo di avvicinamento. Abel mi invita a far parte molto presto della lavorazione, mi chiede delle cose e di contribuire. Non sempre è stato così. Nel caso del primo film, The New Rose Hotel, c’era una sceneggiatura molto chiara che abbiamo semplicemente eseguito. Poi c’è la collaborazione legata all’amicizia, al senso di famiglia creativa, quel gruppo che Abel ama creare intorno a sé. Sono spesso le stesse persone, a cui dà spazio una volta che le vede interessate. Mi ricorda quando ero in una compagnia teatrale, è un percorso vivo che va avanti di film in film e che porta a influenzare le riprese. Non credo di essere il suo alter ego, negli ultimi film, sono più una creatura della sua immaginazione e così rappresento quello che lui vuole vedere e che ha immaginato, in questo senso partecipo. Il suo è un lavoro personale, io cerco di autarlo, ma non sento mai di interpretare Abel. È un film, è invenzione. In Siberia porta suil tavolo delle cose che vuole affrontare, per motivi psicologici, e le unisce al suo acuto senso del cinema. L’approccio non deve essere necessariamente verso una storia, ma un’esperienza, sperando possa essere così immediata da permettere alla gente di trovare legami e identificazione.”

Da anni aleggia nelle conversazioni fra Ferrara e Dafoe, lo ha confermato quest’ultimo con una bella risata. Siamo parlando della vicenda di un pesce che parla. Quasi una minaccia, messa questa volta in piedi da Ferrara che propone, fra i molti incontri del personaggio nel suo cammino fra le nevi, quello con un pesce che parla, e dice “tu sei responsabile per le tue azioni, non accusare altre persone”. Partiamo subito allora da questo aneddoto, raccontato dal regista, che ci rimanda agli anni Novanta, “al primo caso di storia vera diventata virale. In una piccola pescheria kosher di una zona ebraica fuori New York, c’erano un portoricano e un gioivane ebreo. A un certo punto, mentre lo tagliavano, un pesce parlò e la notizia arrivò rapidamente in tutto il mondo, al punto da far dire al titolare che era dispiaciuto di averlo raccontato a qualcuno, perché stava uscendo pazzo. Il messaggio invita a prenderci le nostre responsabilità”.

In linea con un film, Siberia, che chiaramente è anche un viaggio visivo e onirico nei demoni e nei sensi di colpa di un uomo che cerca di conciliarsi con il passato e con le persone a lui care. Appare anche in questo caso la moglie, Cristina Chiriac, ma anche la piccola figlia Anna, di poco più di tre anni.

Al riguardo Abel Ferrara ha le idee chiare, “l’unica nostra priorità in quello che facciamo è riconciliarci con chi siamo, con il nostro passato, con quello che potremmo fare e non facciamo, non raggiungendo il nostro potenziale. Ognuno vive a metà fra queste due tensioni, fra questi due universi, e spero che sia evidente nel film. Sono le immagini che mi sono venute a trovare, che mi hanno scelto, non il contrario. Non sono frutto di un calcolo, sicuramente c’è qualcosa delle pagine che amo di Jack London, come l’idea dell’esilio e il rapporto con gli animali. Ma non riesco a spiegare il perché o il per come. Sul lavoro con Willem, come ha detto lui la parola chiave è famiglia. Lui viene da una famiglia numerosa, come la mia che viene dal napoletano, ma dalla campagna non dalla città. Mi piace lavorare con le stesse persone, cercando di crescere insieme film dopo film, ognuno porta in dote il suo talento. Non sono mai stato in un set che non fosse il mio, per cui è importante il contributo di Willem, che ha lavorato con tanti grandi registi e porta la sua esperienza”.

Siberia uscirà nelle sale italiane prossimamente, distribuito da Nexo Digital.

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