Interviste Cinema

Sergio Rubini presenta I fratelli De Filippo: "Volevo raccontarli come fossero i Beatles"

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I fratelli de Filippo è il nuovo film di Sergio Rubini, che da 7 anni accarezzava il sogno di narrare il trio composto Eduardo, Titina e Peppino De Filippo come si racconta la formazione di una band. Il regista ha presentato il biopic alla Festa del Cinema di Roma.

Sergio Rubini presenta I fratelli De Filippo: "Volevo raccontarli come fossero i Beatles"

Applausi scroscianti accolgono nella sala delle conferenze stampa della Festa del Cinema di Roma Sergio Rubini e il cast de I fratelli De Filippo, un film epico, sincero, profondo e dalla sontuosa messa in scena che racconta Eduardo, Titina e Peppino da bambini e soprattutto da giovani, in una storia di talento, rivalsa e rivoluzione.

I fratelli De Filippo è un progetto a cui Rubini tiene particolarmente e ha cui ha dedicato 7 anni della sua vita. Partito come serie televisiva e poi diventato un film, lo ha portato a concentrarsi sui rapporti tra fratelli e sulla loro infelicità all'interno della famiglia di Eduardo Scarpetta, un padre che mai li riconobbe. Se il regista ha chiamato per il ruolo di questo teatrante larger than life Giancarlo Giannini, e dunque uno dei nostri grando mattatori, ha scelto invece di affidare i personaggi dei tre fratelli ad attori poco conosciuti al cinema: Mario Autore, Domenico Pinelli e Anna Ferraioli Ravel. Anche a loro, ovviamente, vanno i "bravo!" della platea. Il tempo a disposizione però non è molto, perché il programma della giornata è fitto, e quindi il regista spiega subito il perché di un film sui tre fratelli più celebri della tradizione teatrale napoletana.

"Sono stato portato da bambino, negli anni '60, da mio padre, al Teatro Piccinni di Bari a vedere Eduardo, lo spettacolo era Sabato, domenica e lunedì, quindi per me Eduardo coincide con il teatro e il teatro coincide con Eduardo. Mio papà aveva una compagnia filodrammatica, in cui ho debuttato facendo Nennillo in Natale in casa Cupiello. Poi ho conosciuto Peppino. Andai a vederlo in due spettacoli e gli portai la tessera di socio onorario della mia compagnia. Eravamo un gruppo di ragazzini e ci recammo nel suo camerino. Ci chiese: 'Cosa fate?', e noi: 'Natale in casa Cupiello', allora lui ci disse che l'aveva scritto lui quel testo, che le battute più belle erano le sue. E noi ci domandammo: 'Ma come mai questo perde tempo a parlare male del fratello a noi che siamo dei ragazzi?'. In quel momento capii che c'era una ferita aperta. Tempo dopo scoprii che a Palazzo Scarpetta, alle 3 di ogni pomeriggio, un cameriere entrava con un vassoio e portava da mangiare ai De Filippo. Questo buffo particolare mi ha sempre incuriosito, così mi sono appassionato al trio".

Con il suo film Sergio Rubini ha voluto restituire un'immagine inedita dei De Filippo: "Per noi i De Filippo sono sempre stati personaggi polverosi e museali, e invece erano dei rivoluzionari, capaci di tradire il vecchio per affermare il nuovo. E poi la loro era una storia tipicamente italiana: il loro partire dalle retrovie e farsi strada con la tenacia è un racconto emblematico dell'Italia di un certo periodo. Ancora oggi l'Italia sana e buona riesce a scavare il proprio solco grazie all'industriosità e alla creatività. Mi sono detto: 'Desidero raccontare la formazione del trio come fosse una band, come fossero i Beatles. L'ho detto al produttore Agostino Saccà, che mi ha risposto: 'Ho la pelle d'oca', e sulla sua pelle d'oca abbiamo costruito questo progetto".

Per Mario Autore, Domenico Pinelli e Anna Ferraioli Ravel non è stato semplice, almeno all'inizio, misurarsi con personaggi così importanti e autorevoli, che tutto il mondo conosce e ammira.
"Si tratta di veri e propri miti diversi l'uno dall'altro ma sovranazionali" - spiega Autore - "di icone che hanno trasceso l'aspetto umano, che poi è quello meno noto e su cui sono nate più leggende, quello che conosciamo di più ma di cui in realtà sappiamo ben poco. All'inizio ero molto preoccupato. Ho avuto fortuna perché Eduardo non è mai stato mio nume tutelare, e questa distanza sentimentale mi ha permesso di approcciarlo più come un personaggio storico che come uno del mondo dello spettacolo. Ho cercato di non imitarlo, proprio per la sua natura di archetipo. Piuttosto ho tentato di evocarlo. Ho utilizzato piccoli tratti che si appoggiavano sulla sua storia personale e ho tenuto conto di ciò che si poteva leggere tra le righe, e questo mi ha consentito di trovare caratteristiche da cui si poteva far partire l'immaginazione".
"Sono personaggi profondamente contemporanei" - dice invece Anna Ferraioli Ravel - "e questa loro caratteristica è stata per me la chiave del lavoro che ho fatto con Sergio, che ringrazio per l'opportunità umana che mi ha dato. Abbiamo voluto insistere sull'essenza dei personaggi, a prescindere dallo studio mimico. Sergio ricercava l'identità umana dei De Filippo. Per noi tre questo è stato un film di rapporto, di emozione, di affratellamento, di solidarietà non solo da un punto di vista filmico. Sul set è creata una vera e propria famiglia. E' stato interessante rimanere interi ed esterni all'inossidabilità del trio, senza celebrare i De Filippo come farebbero oggi molti attori, soprattutto napoletani".

"La cosa facile" - conclude Domenico Pinelli - "e che ci ha molto aiutato è che questi personaggi sono parte dell'immaginario collettivo. E’ una fortuna però che non conosciamo benissimo l'infanzia e la giovinezza di Eduardo, Titina e Peppino. Questo ci ha permesso si salvarci dal rischio di imitarli".

A un certo punto qualcuno dalla platea alza la mano e rivolge a Rubini l'unica domanda che forse era meglio non fargli. Riguarda Mario Martone e il suo film Qui rido io, incentrato su Eduardo Scarpetta. Rubini giustamente gela la giornalista in questione ma, generosamente, risponde: "Sapevo del film di Mario Martone e lui sapeva del mio. Con Agostino e Maria Grazia Saccà sono dietro a questo progetto da 7 anni. Eravamo a conoscenza di ogni cosa. Quando sono stato informato del film di Martone, non ci siamo preoccupati, e nemmeno lui si è preoccupato. A me serviva uno Scarpetta descarpettizzato, un Mangiafuoco che creava ferite. Il focus del mio racconto era il trio, volevo raccontarne la formazione e lo scioglimento. Il mio film non è il sequel di Qui rido io. I fratelli De Filippo, comunque, ha già un seguito, che dura 13 anni e che potrebbe partire dalla domanda: una volta raggiunto il successo, come sono riusciti i De Filippo a mantenerlo? L'essenza più profonda del nostro film era entrare nell'animo di Eduardo, Peppino e Titina, e questo non ha nulla a che fare con Scarpetta. Ero un po' in allarme quando è uscito film di Martone, temevo domande come quella che mi è stata appena fatta. Quando però Qui rido io è andato bene, mi sono sentito contento".

Nei sette anni che ci separano da quando è nata l'idea di dedicare un film a Eduardo, Titina e Peppino, Sergio Rubini e la sua squadra hanno fatto un enorme lavoro di ricerca. Pur rispettando la verità, qualcosa hanno inventato, ma il cuore pulsante dell'impareggiabile trio c'è tutto ne I fratelli De Filippo: "Abbiamo approfondito questo racconto in tutti i modi e abbiamo voluto narrare il 'defilippismo' più che i De Filippo, un certo modo di essere, insomma. Non ho cercato un Eduardo magro e ossuto, mi interessavano di più le somiglianze interiori. Abbiamo inventato delle cose, certo. Oggi, chi parla dei De Filippo, li fotografa in una famiglia allargata, ma negli anni '30 era inimmaginabile una famiglia allargata. Per i De Filippo la famiglia è stata una sofferenza. Abbiano cercato il sottotesto. Peppino ha spiegato dei dissapori con Eduardo in un libro velenoso. Eduardo, invece, preferiva passare sotto silenzio i propri casi. Peppino lo accusava di voler nascondere tutto sotto il tappeto, però Eduardo scriveva Filumena Marturano. Noi suoi spettacoli c'erano i suoi drammi, quelli che Peppino avrebbe raccontato in forma di gossip. Noi abbiamo tentato di concentrarci sulle proto-ferite, facendo presagire quanto sarebbe accaduto dopo. Certo, abbiamo riempito dei silenzi, ma usando la ragionevolezza".

In ultimo Sergio Rubini ha parlato della grande lezione di Eduardo, e dell'eredità che ci ha lasciato: "Eduardo è stato uno dei padri fondatori del Neorealismo. Perfino nella poetica di registi americani come Neil Shephard e David Mamet, o dello stesso Scorsese, ci sono riferimenti a Eduardo. Napoli Milionaria ha debuttato nel marzo del '45 a Napoli, quando Roma non era ancora stata ancora liberata. Eduardo dapprima ha pensato di aver trovato un padre in Luigi Pirandello, ma poi lo ha tradito. Ha compreso che doveva filtrare tutto ciò che aveva imparato fuori da Napoli per poi ripartire dalla sua famiglia. Come Ulisse ha avuto bisogno di fare un grande viaggio, ha sposato un'americana. Alla fine è tornato a casa. E' uno dei padri del '900 e noi siamo ancora nel suo solco. Quando parliamo di realismo parliamo ancora della lezione di Eduardo".

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