Interviste Cinema

Senza arte né parte: parlano Giovanni Albanese e Vincenzo Salemme

Se nel suo primo film da regista, A.A.A.Achille, Giovanni Albanese parlava di un problema che lo aveva riguardato personalmente, e cioè la balbuzie, anche per la sua opera seconda, Senza arte né parte, il regista ha deciso di raccontare un universo che conosce bene e di cui fa parte: il mondo dell’arte contemporanea.

Senza arte né parte: parlano Giovanni Albanese e Vincenzo Salemme

Senza arte né parte: parlano Giovanni Albanese e Vincenzo Salemme


Se nel suo primo film da regista, A.A.A.Achille, Giovanni Albanese parlava di un problema che lo aveva riguardato personalmente, e cioè la balbuzie, anche per la sua opera seconda, Senza arte né parte, il regista ha deciso di raccontare un universo che conosce bene e di cui fa parte: il mondo dell’arte contemporanea. “Nella vita ho due grandi passioni” – ha spiegato, in occasione della presentazione del film alla stampa – “e cioè l’arte e il cinema. Non solo mi divido fra l’una e l’altra, ma sono anche convinto che il cinema somigli incredibilmente a una bottega rinascimentale, proprio perché riunisce molteplici talenti che si impegnano tutti per raggiungere lo stesso fine”.

Narrando la storia di una “banda degli onesti” dei giorni nostri che per sacrosante esigenze economiche comincia a copiare celebri tele e sculture per poi venderle, Albanese si è interrogato sul valore e sull’unicità delle opere d’arte attuali. “Premesso che non avevo intenzione di prendere in giro un ambiente di cui faccio parte, ho cominciato a riflettere sui prezzi stratosferici di alcune opere. Ho capito che certamente erano riproducibili, ma che avevano comunque una carica rivoluzionaria, che consisteva nella loro assoluta originalità. Al giorno d’oggi, se ci pensante, un grande artista non è colui che ha una bella mano, ma chi ha una bella idea”.
Alla rappresentazione del patinato , snobistico e fatuo milieu dell’arte contemporanea, il regista ha voluto accostare uno sguardo verso il basso, verso un gruppo di personaggi che, venendosi a trovare senza lavoro, devono trovare un modo per sopravvivere. “Non dico che i miei tre protagonisti siano talmente puri e liberi da sovrastrutture da avere quell’istinto che a volte porta ad apprezzare l’arte contemporanea, ma è pur vero che, accostandosi all’arte per necessità, imparano pian piano ad apprezzarla e, pur copiandola, fin dal principio la trattano con rispetto, con timore reverenziale”. Contrapponendo alle gallerie e alle case d’asta di una Roma ricca e sfarzosa, le case modeste di un piccolo paese del Salento, Giovanni Albanese ha voluto allontanarsi da tutto quel cinema italiano che tenta di parlare della povera gente senza riuscire però a distaccarsi da un contesto borghese. “Per me l’estetica coincide sempre con l’etica. Se devo mostrare gente semplice, voglio che abiti in case semplici,. Per me i dettagli sono fondamentali e nel caso dei personaggi di Enzo, Carmine e Bandula, era importante che dessero l’impressione di essere operai che guadagnano 400 Euro al mese”.

Secondo Vincenzo Salemme, protagonista del film insieme a Giuseppe Battiston e Hassani Shapi, il contesto in cui la vicenda si svolge finisce per avvicinare Senza arte né parte a certe commedie inglesi indipendenti. “Non dico che il film somigli alle opere di Ken Loach, ma sicuramente è più simile ad alcuni suoi lavori che non a tanti film italiani. Non credo nemmeno che sia una versione contemporanea de La banda degli onesti, come hanno detto in molti. Con quel film forse ha in comune solo l’ingenuità dei protagonisti, ma in quel caso la comicità e la recitazione erano farsesche. Per il personaggio di Enzo non ho mai pensato a Totò e Peppino. AI loro sberleffi e alle loro smorfie ho preferito il realismo. In questo film si ride, certo, ma c’è anche il risvolto sociale, e poi la comicità è di situazione.
Cognato di un’artista contemporanea (Bruna Esposito n.d.r.) , Vincenzo Salemme si è appassionato, durante la lavorazione del film, alle opera di Fontana, Manzoni etc., tanto che a fine riprese ha comprato un quadro di un giovane artista pugliese. “Anche io” – ha detto – “ho riflettuto a lungo sull’arte contemporanea e credo che sia possibile sviluppare con il tempo un’attitudine a comprenderla, a lasciarla entrare dentro di noi. Quello che però mi è piaciuto di Senza arte né parte è stato sia l’incontro fra un mondo per così dire umile e uno aulico, sia i mutamenti che questo connubio crea nei rapporti fra i personaggi e nella testa dei personaggi stessi. Il mio Enzo, per esempio, che è sempre stato un uomo remissivo, diventa il capo, la mente di questo bizzarro gruppo di lavoro”.
In Senza arte né parte, Vincenzo Salemme ha avuto l’opportunità di confrontarsi con colleghi “nuovi”, che non appartenevano né alla sua premiata ditta napoletana, né al filone pseudo vacanziero o alla truppa di Fausto Brizzi. “Nel nostro paese gli attori vengono spesso etichettati, legati a un genere di film. Si crede che possano funzionare solo se accostati ad attori che hanno lo stesso tipo di stile, di recitazione. E’ sbagliato. Giuseppe Battiston ed io veniamo da scuole diverse, ma ci siamo trovati benissimo. Quando c’è un film con più personaggi, l’attore spesso vuole uscire dal coro e far sentire la propria voce. In questo caso non è andata così. Questo film aveva una sola anima, e poi io sono un attore obbediente”



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  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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