Interviste Cinema

Saverio Costanzo presenta Hungry Hearts: "Io e Alba, italiani con la valigia di cartone a New York"

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L'incontro con Adam Driver, la pietà per un personaggio, i pericoli delle ideologie.

Saverio Costanzo presenta Hungry Hearts: "Io e Alba, italiani con la valigia di cartone a New York"

Sono passati cinque anni da La solitudine dei numeri primi, cinque anni in cui Saverio Costanzo ha imparato a fare il padre, si è legato sentimentalmente alla Rohrwacher e ha trovato ispirazione in un nuovo romanzo: “Il bambino indaco” di Marco Franzoso.
Come nel film precedente, nel suo Hungry Hearts – che ha vinto due Coppe Volpi e Venezia – c’è un personaggio femminile troppo magro, ci sono legami difficili e c’è soprattutto la bionda Alba, stavolta madre ossessionata dalla purezza e dalla lotta contro l’inquinamento del mondo esterno.

Insieme al suo regista, ma non con Adam Driver – che ci sarebbe piaciuto vedere e ascoltare – l’attrice ha presentato oggi il film alla stampa italiana, riunita presso La Casa del Cinema di Roma. Non è stata lei, però, sempre timida e così minuta, a prendere per prima la parola, lasciando la scena a Costanzo, che ha spiegato innanzitutto il rapporto tra Hungry Hearts e il libro di partenza: “Ho scritto il film molto dopo aver letto il romanzo. La prima versione della sceneggiatura l’ho buttata giù sul ricordo del libro. Non si è trattato di un vero e proprio adattamento. Era come se qualcuno al bar mi avesse raccontato una storia, dicendomi: senti cosa è successo a un mio amico. Nella seconda versione, invece, il libro mi è stato molto più utile. Franzoso l’ho conosciuto solamente a Venezia, ma l’ho sempre considerato un co-sceneggiatore di Hungry Hearts: è stato lui il mio collaboratore in fase di scrittura”.

Hungry Hearts è girato in maniera molto particolare, per suscitare un’impressione di claustrofobia, quasi di orrore. Sulle prime si potrebbe pensare a uno stile di regia influenzato dagli argomenti trattati e reso possibile dal progresso della tecnologia.  Invece, dietro scelte precise e coraggiose c’è la voglia di fare di necessità virtù . “Il film lo abbiamo girato in Super 16, come si faceva una volta” – ha detto Saverio Costanzo. “Lavorare in Super 16 è più semplice e leggero che lavorare ricorrendo al digitale. Non abbiamo fatto nessun ragionamento intellettuale su come costruire visivamente la storia. A dettare le nostre scelte è stata più che altro la mancanza di mezzi. E poi eravamo spinti da una forte urgenza: quella di lavorare con Adam Driver, che aveva pochissimo tempo a disposizione. Abbiamo optato per il grandangolo per via di una serie di ostacoli fisici. Giravamo in una casa piccola, un minuscolo appartamento, e il grandangolo era la soluzione migliore per allargare lo spazio. E’ vero che in alcuni momenti dà al film un aspetto da horror, ma non era nelle nostre intenzioni entrare in un genere. Anzi, il nostro obiettivo era usare un certo linguaggio cinematografico non per appesantire, ma per alleggerire, per rimediare in maniera scanzonata alla morbosità di alcune delle scene”.

Spazi angusti e un regista che è anche fisicamente dietro la macchina da presa possono far pensare a un set in cui gli attori si sono sentiti quasi braccati.  Niente di più sbagliato, come ha raccontato Alba Rohrwacher: “Da una parte mi sembra che abbiamo improvvisato tutto, dall’altra ho l’impressione che abbiamo seguito per filo e per segno la sceneggiatura. Saverio era operatore di macchina, quindi era sempre a stretto contatto con noi dentro la casa. La nostra era come una continua danza a tre, un ballo nel quale Adam e io eravamo molto liberi”.

A differenza del libro, che si svolge in una città del Nord Italia, Saverio Costanzo ha voluto che a fare da sfondo alla sua storia fosse la tentacolare New York: “Il romanzo di Franzoso è ambientato a Padova e Mina non è italiana, quindi vive in una dimensione di isolamento, di distacco, di assenza di radici. Anche Alba nel film doveva essere straniera, così ne abbiamo fatto un’italiana a New York. Ho scelto questa città perché ci ho vissuto mentre preparavo la tesi di laurea. Ho un rapporto affettivo particolare con New York. Roma non mi è mai sembrata adatta, era troppo poco violenta. Mi serviva una città più aggressiva, individualista e in cui è normale sentire il desiderio di proteggersi da tutto ciò che sta fuori casa. La location ha influenzato la scelta di Adam. Lui all’inizio non trovava il tempo per leggere la sceneggiatura, così abbiamo cominciato a pensare a un suo eventuale sostituto. In America il livello medio degli attori è molto alto, ma io volevo un fuori-classe, qualcuno che non fosse solamente un bravo attore, ma anche una persona significativa. Siccome non trovavamo nessuno, Alba e io abbiamo cominciato a pensare che il film non l’avremmo girato. Poi l’agente di Adam ha fatto in modo che leggesse la sceneggiatura e lui ha accettato di incontrarci. E’ stata una scena buffa: io e Alba eravamo i due italiani con la valigia di cartone che cercano fortuna in America. Ricordo che sono andato avanti io, Alba è rimasta a lungo dietro l’angolo. Quando Adam ci ha visti, ci ha abbracciato. E’ un attore sulla rampa di lancio. All’epoca sapeva che avrebbe fatto Star Wars e lavorato con Scorsese, eppure ha capito il nostro film, ha capito il nostro tentativo di fare una cosa che in America si fa di meno: portare una testimonianza”.

Il personaggio interpretato da Alba Rohrwacher in Hungry Hearts non ha certamente le carte in regola per piacere allo spettatore, dal momento che rischia di far morire il figlio. Eppure in questa giovane donna c’è qualcosa di tenero, fragile. Probabilmente dipende dalla sceneggiatura, oppure dall’atteggiamento iniziale dell’attrice, che in conferenza stampa ha tenuto a precisare: “La nostra scommessa è stata fin dall’inizio volere bene a questo personaggio. Mina è animata da una motivazione giusta, volevamo capirla e seguirla mentre pian piano diventava il nemico nell’ambito della famiglia. La sceneggiatura non la giudicava, così nemmeno io l’ho giudicata. Credo che per questo personaggio ci sia una speranza, Mina capisce di aver esagerato e si dimostra disposta a rompere le regole che lei stessa ha fissato”.

Delle ossessioni di Mina ha parlato anche Saverio Costanzo, che non è poi così convinto che i leit motiv del film siano, com’era per La solitudine dei numeri primi, il corpo e il rifiuto del cibo: “Il vero demonio in questo film non è il cibo, ma l’ideologia. L’ideologia è sempre il frutto di un grande innamoramento. Mina è travolta dall’amore per suo figlio e per difendersi comincia a crearsi un suo sistema di comportamento. Le regole iniziano a ottunderle i sensi e lei smette di ascoltare le persone che le stanno intorno. Con l’ideologia funziona così: l’ideologia chiude, non apre. Quella di Mina è un’ideologia della purezza”.

Alba Rohrwacher è molto credibile nei panni di una mamma iperprotettiva. L’attrice, che non ha figli, è stata stregata dagli attori neonati del film, che hanno portato la verità sul set: “I bambini erano due, due gemelli eterozigoti, uno è stato presente in quasi tutto il film, l’altro è servito solo come controfigura. E’ stato difficile gestirli, con i bambini ci vuole pazienza e tanto silenzio, e noi avevamo poco tempo. Quando le condizioni erano giuste, si creava però qualcosa di emozionante. I bambini sono veri e riescono a rendere tutto autentico. Né Adam né io abbiamo figli, ma, anche grazie ai genitori dei bambini del film, siamo riusciti in qualche modo a gestirli”.





  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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