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Rosso Istanbul: Ferzan Ozpetek presenta il suo omaggio non politico a una città sospesa

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L'adattamento del romanzo scritto dal regista nel 2013 è in sala dal 1 marzo.

Rosso Istanbul: Ferzan Ozpetek presenta il suo omaggio non politico a una città sospesa

Liberamente tratto dall'omonimo libro del 2013, che mescolava ai ricordi personali dell'infanzia e adolescenza in Turchia di Ferzan Ozpetek il viaggio di riscoperta di una donna "inventata" di nome Anna, Rosso Istanbul riporta il regista de Le fate ignoranti nel suo paese d'origine, lasciato cinematograficamente all'indomani di Harem Suaré e ritrovato vent'anni dopo con struggimento, malinconia e con almeno un po' di quella nostalgia che abbraccia il romanzo, permea la città in cui è ambientato e che in fondo pervade molti film dello stesso Ferzan.
Per il suo undicesimo lungometraggio, l'autore de La finestra di fronte e Saturno contro non ha scelto, giustamente, attori italiani, chiamando invece a interpretare i protagonisti della sua storia due attori magari poco famosi da noi, ma ben conosciuti in Turchia: Halit Ergenç e Tuba Büyüküstün. Entrambi hanno partecipato alla conferenza stampa del film, cominciata con Ozpetek che ha condiviso con i giornalisti le sue sensazioni dopo l’ennesima visione di Rosso Istanbul, un’opera che lo ha riportato indietro nel tempo.

"Ho visto il film tre giorni fa e mi ha fatto impressione, fra le altre, la scena del trasloco. Mi sono ricordato che, quando avevo diciotto anni, abbiamo dovuto lasciare la nostra casa: c'era gente che portava via le cose, era venuto un antiquario, i mobili erano coperti di bianco. Poi ci sono altre cose che mi hanno toccato profondamente, per esempio i momenti in cui si vede il Bosforo, perché ho passato lunghi anni della mia infanzia sulle rive del Bosforo e cercavo spesso di attraversarlo a nuoto: facevo dieci metri, ma poi tornavo indietro perché avevo paura. Mi ha fatto bene rivedere il film dopo un po'. Ci sono molte cose di me, ma in fondo succede in tutti i miei film. Qui, certo, racconto aspetti del mio passato che il pubblico forse non conosce".

Ferzan Ozpetek ha spiegato le ragioni dell'allontanamento dal romanzo di partenza, che non contiene il personaggio dell'editor che torna in un luogo abbandonato a causa di un trauma e riabbracciato con immenso amore: "Quando penso a un film e devo fare un provino, faccio scrivere a Gianni Romoli una scena nuova, perché non mi piace ripetere una cosa. Ecco perché le emozioni del libro dovevano restare nel libro, non mi andava di replicare nulla. Il romanzo, poi, non aveva una vera e propria forza cinematografica, per questo abbiamo aggiunto il personaggio dell’editor e la tensione che spero pervada l'intero film".

"L'esigenza di Ferzan" - ha aggiunto il cosceneggiatore Gianni Romoli (che ha lavorato anche con Valia Santella) era di superare il romanzo, non di copiarlo pedissequamente. Abbiamo tirato fuori i personaggi che gli interessavano e abbiamo aggiunto qualcosa, abbiamo cucito una storia addosso a ognuno di loro. Volevamo sdoppiare il regista protagonista, dargli anche un'altra identità".

La Istanbul raccontata nel film è sostanzialmente diversa da quella di oggi, che ultimamente è stata teatro di accadimenti drammatici. I mutamenti naturalmente si intravedono, ma non saltano agli occhi in maniera evidente. Rosso Istanbul, insomma, non è per colui che lo ha diretto un film politico: "Se io e te oggi partiamo e andiamo a Istanbul, non vedremo nulla di ciò che arriva attraverso i giornali. Sono le persone che fanno una città e l'umore delle persone in fondo non è cambiato. O almeno non ancora. Nel film c'è una trivella che scava, si sente in continuazione l'infernale rumore che fa, che copre addirittura il muezzin e le campane. Ho voluto mettere questo rumore nel film, che sta a indicare una sovrapposizione continua fra sacro e profano. Non potevo non raccontare Le Madri del Sabato. In Rosso Istanbul, poi, c'è la sparizione di un personaggio: è una cosa che succede spesso, la gente effettivamente scompare. Certo che sono presenti elementi legati all'attualità, ma ho cercato di inserirli in maniera sottile, non troppo evidente. Più semplicemente, ho voluto raccontare una città sospesa. Comunque, la gente di Istanbul ha apprezzato il fatto che io non abbia mostrato le più celebri moschee o il Gran Bazaar. In Rosso Istanbul ci sono invece i grattacieli. Per me questa esperienza non è stata solo un ritorno nostalgico, ma il tentativo di rendere omaggio a persone che magari un giorno non ci saranno più".

Se il film ha diversi elementi autobiografici, l'editor protagonista non è un alter ego di Ozpetek, che non ha mai "rotto" con Istanbul: "Sono andato via dalla Turchia non per le ragioni che hanno spinto alla partenza i miei personaggi. La mia è stata una scelta precisa, di vita, non una fuga. Ancora oggi, quando ci penso, credo di aver fatto bene, sono felice di aver lasciato l'America, dove mi stavo trasferendo, per crearmi un futuro in Italia. Io ora ho due paesi meravigliosi, entrambi hanno dei guai, ma possiedono anche tanta gioia".

Per Halit Eregenç, che abita a Istanbul da quando è nato, l'esperienza di Rosso Istanbul è stata un modo per riscoprire la propria città: "Non ho ancora visto il film, quindi sono un passo indietro rispetto a voi. Abbiamo vissuto durante la riprese l'Istanbul che Ferzan ama di più. Da persona che vive intensamente, non sempre mi godo la città e la sua bellezza. Girando il film, ne ho avvertito il fascino, l'ho rivissuta. La cosa che mi ha fatto più effetto è stata vedere lo stretto del Bosforo completamente deserto. Era mattina presto e non c'era nessuno, i ponti erano sgombri, non c'era traffico, non passavano le navi, assaporavamo il silenzio ed era magnifico. In quei momenti Istanbul era una città in stridente contrasto con quella che conosciamo, piena di gente che traffica fra Oriente e Occidente. Vivo a Istanbul da sempre e questa è stata la prima volta che l'ho vista con occhi nuovi, diversi. E' come guardare una donna che si ama molto la mattina presto mentre dorme".

Alla bella Tuba Büyüküstün, Rosso Istanbul ha ispirato invece profonde riflessioni sulle donne: "Per me questo film è stato un viaggio dalla superficie in profondità, sono arrivata a provare sensazioni nuove. E ho pensato alle donne. La donna, per come la vedo io, è una creatura molto forte perché dà la vita, è forte nell'accudire e nel far crescere. Questo mio pensiero non si riferisce solo alle donne turche, ma a quelle di tutto il mondo. Anche in altri film di Ferzan ho sempre visto i personaggi femminili come donne del mondo, anzi, credo che tutti i personaggi femminili di Ozpetek compongano la donna così come la vedo io".



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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