Interviste Cinema

Rosalie: la nostra intervista a Nadia Tereszkiewicz, splendida protagonista del film

Abbiamo incontrato per una piacevole chiacchierata sulla sua bella performance in Rosalie di Stéphanie Di Giusto una delle più brave attrici emergenti europee, Nadia Tereszkiewicz, che ama le sfide e può permettersi di scegliere i ruoli che ama interpretare.

Rosalie: la nostra intervista a Nadia Tereszkiewicz, splendida protagonista del film

E’ sempre interessante per un giornalista incontrare un/una giovane interprete nel cinema europeo, che abbia già lasciato il segno in pochi anni di carriera. Quando poi si tratta di una persona simpatica, intelligente e piacevole come Nadia Tereszkiewicz, il piacere raddoppia Da pochi giorni ventottenne, questa bionda attrice dagli occhi azzurri e dall’aspetto angelico si è già assicurata un César come promessa femminile nel 2023, per il ruolo protagonista in Forever Young di Valeria Bruni Tedeschi. Modella e ambasciatrice di firme prestigiose come Dior e Cartier, è apparsa sulla copertina di Elle France e questo, racconta, le permette di poter scegliere i ruoli al cinema, a cui ama dedicare molto tempo. Figlia di una finlandese e un francese di origini polacche, Nadia è poliglotta, ha una formazione come ballerina e ha iniziato la carriera cinematografica con Io danzerò, diretta proprio da Stéphanie Di Giusto che le ha offerto adesso il ruolo principale in Rosalie - al cinema dal 30 maggio con Wanted Cinema - ma ha all’attivo altri titoli di successo, come Only the Animals di Dominik Moll e Mon Crime di François Ozon. Ama anche il cinema italiano e se parla così fluentemente la nostra lingua è perché l’ha rispolverata per il prossimo western di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis, autori di Re Granchio, per la cui preparazione passa due settimane al mese in Italia. Nel nostro cinema ha molti amici anche tra i colleghi, da Alessandro Borghi a Pilar Fogliati, che sono andati ad applaudirla all'anteprima romana di Rosalie. E gli applausi Nadia se li merita tutti, per aver affrontato un ruolo scomodo (anche fisicamente) in un film bello e importante, che parla della lotta di una giovane donna, nata con una forma di irsutismo nella Francia del 1870, contro il pregiudizio popolare e per la propria auto-determinazione, che rivendica il suo diritto all’amore e ad essere amata e accettata per quello che è, a prescindere dall’anomalia fisica con cui è nata.  Al di là dell’epoca e dell’ambientazione, è una storia molto attuale in tempi in cui chi si discosta dalla cosiddetta norma, viene ancora preso di mira e bullizzato nella vita e sui social. Questo, racconta Nadia, è uno degli elementi che l’ha attratta nella sceneggiatura:

Quando ho letto il copione ho visto che c’era qualcosa di attuale, perché, certo, lei è un personaggio che è fuori dalla norma, ma al tempo stesso mi sono identificata perché è un film che parla della libertà di essere se stessa, di una ragazza che ha i sogni di una ragazza qualsiasi, vuole essere amata, amare, avere un bambino. Poi c’è questa cosa del celebrare qualcuno e poi distruggerlo e oggi sui social ci sono milioni di persone che possono farlo. Da un lato si parla di “body positivity”, ma al tempo stesso c’è un’omologazione generale ottenuta attraverso i filtri. Se io avessi avuto 12 anni non so come avrei fatto perché ti arriva quest’immagine di qualcosa che non è vero, sono delle bugie, è un’idea di bellezza che dobbiamo cambiare perché esiste la differenza. Ad esempio io seguo su Instagram una donna barbuta, e lei dice che ha ricevuto anche molte reazioni di rabbia e di odio e questo mostra tutte le contraddizioni della nostra società. Quando ho letto la storia di questo film ho pensato fosse bello parlare di tolleranza, di essere meno giudicanti e anche di trovare una sensualità nuova in un posto diverso, di cambiare le nostre norme estetiche: se troviamo bella Rosalie, allora abbiamo vinto. Perché lei non può essere considerata bella ed essere desiderata? Il desiderio è qualcosa che non ha codici. Lei ha la barba ma è così che è femmina e non capisce perché debba nascondersi, si mostra senza provocazione, per essere se stessa, e mi piace anche la storia d’amore tra di loro, in cui i sentimenti nascono da un desiderio che non riescono a controllare.

Girare il film in ordine cronologico è stato importante per questa storia?

Ha cambiato tutto perché Magimel segue un po’ il metodo dell’Actors’ Studio nel senso che non mi parlava, anche la regista non voleva che lo facesse e quindi l’ho incontrato e ci siamo parlati solo nelle scene. Anche se è un po’ strano non ritrovarsi poi a fine giornata a festeggiare insieme questo mi è piaciuto un sacco, è interessante vedere come abbiamo bisogno della realtà per aiutarci a recitare. Non abbiamo bisogno di dare tutto di noi al personaggio ma dobbiamo metterci qualcosa di nostro, e questo lui me l’ha insegnato. Io mi sentivo sola, all’inizio mi vergognavo e ho usato questa sensazione, mi sentivo strana, non a mio agio col corpo e a un certo punto ho cominciato a essere fiera e ad amare la barba, ci andavo anche a mangiare, avevo dimenticato di averla.

Cosa ha significato sottoporsi a ore di trucco per diventare Rosalie?

Ci volevano 4 ore ogni mattina. Per il personaggio è come una seconda pelle, mi hanno applicato pelo dopo pelo e così non hai l'idea di indossare un costume. Questo ha cambiato il mio rapporto col corpo perché sentivo che era la verità, non vedevo la differenza. Io in generale sono molto aperta, per me una donna deve fare quello che vuole, se vuole depilarsi o non farlo è libera di scegliere. Perché dobbiamo sempre parlare di quello che dobbiamo o non dobbiamo fare, perché non ci lasciamo stare? Mi sono accorta che in fondo anche io sono condizionata da questa cosa, nel senso che avevo un giudizio ma a un certo punto mi sono lasciata andare e penso sia importante perché mostra le nostre contraddizioni. Dopo una proiezione del film è venuta a parlarmi una donna barbuta (che però non aveva la barba) e mi ha detto piangendo che aveva la stessa malattia di Rosalie, aveva 32 anni e non avrebbe potuto avere figli e mi ha ringraziato per aver dato un’immagine della vita di queste persone. Io le ho chiesto se non si fosse mai lasciata la barba e mi ha risposto “beh, no” e la capisco perché è difficile. Ad esempio la donna che seguo su Instagram, che è incredibile, dice “ci ho messo 25 anni ad amarmi così, perché dovrei tagliarmi la barba?”, però dice anche che per lei è difficile trovare un ragazzo, e purtroppo è vero.

Tu hai una formazione da ballerina, una disciplina che ha molto a che vedere col corpo. Questo ti ha aiutato nel tuo lavoro?

Per tutta la mia infanzia il mio corpo è stato giudicato, è stato molto difficile, e sono cresciuta con l’idea di un corpo perfetto che non deve essere il corpo di una femmina ma quello di un bambino, questo era l’ideale, sono cresciuta con quest’immagine molto violenta del corpo, e quindi ho un percorso un po’ diverso dagli altri perché certo nel cinema c’è una pressione monumentale ma lì ho trovato una libertà incredibile. La danza mi ha costretta ma il cinema è stato il mondo dove ho potuto esplorare diversi aspetti della mia femminilità, interpretare diversi tipi di donna, com’era essere una donna negli anni Trenta, Sessanta, nell’Ottocento, come muoversi in diversi corpi e nello spazio. Questo me lo ha dato anche la danza, perché ti dà un istinto nel corpo, e anche nella vita so che il mio corpo parla un sacco e questa cosa mi ha sicuramente aiutato nel cinema, ma non posso dire che il cinema mi abbia costretto a delle idee di bellezza perché ho fatto solo delle pazze che giocano con i codici, quindi devo dire che mi sono divertita un sacco, perché noi dobbiamo cambiare. Credo nel potere del cinema e penso che dobbiamo trovare un modo di dare nuove immagini della donna. Ad esempio ricordo quando ho visto La vita di Adèle, avevo 17 anni e non avevo mai visto nella mia vita una coppia lesbica, vivevo in un piccolo villaggio nel sud della Francia e non sapevo che esistessero. Con quel film ho capito che il cinema può cambiarti la vita perché ad esempio ho un’amica che ha trovato l’amore così, perché è il film che le ha dato questa possibilità. Quindi non dico che Rosalie, la donna barbuta, cambierà qualcosa, ma se dà anche solo la possibilità a delle persone che si sentono un po’ diverse di avere il coraggio di vivere con la loro differenza, allora sono contenta.

Hai lavorato sia con registe che con registi, c’è differenza nell’approccio al lavoro?

Sono contenta e fiera di far parte di una generazione in cui le cose cambiano, le donne hanno più potere e possibilità di fare film. Ci sono produttrici e registe, che prima avevano meno visibilità. Però nel mio caso devo dire che ho lavorato anche con uomini come Francois Ozon e Robin Campillo, che mi hanno scritto ruoli bellissimi e Dominik Moll che mi ha offerto un ruolo che ha cambiato la mia carriera, quindi non posso dire che sono le donne ad aver cambiato la mia vita cinematografica. Ma ad esempio Valeria (Bruni Tedeschi) ha cambiato la mia vita emotiva, nel senso che mi ha dato la chiave per capire come nascono le mie emozioni. Non avrei mai potuto fare Rosalie in questa maniera senza di lei perché mi ha aperto alle emozioni. Essere attrice è una necessità, hai una responsabilità nell’interpretare un ruolo, per questo adesso lavoro meno, perché penso che sia qualcosa di importante e quindi Valeria ha cambiato il mio rapporto con questo mestiere, mi ha insegnato ad abbandonarmi. Mi ripeteva sempre “Il ridicolo è meraviglioso” e questo l’avevo presente interpretando la donna barbuta, mi sentivo a disagio ma pensavo che fosse meraviglioso mettersi in una posizione pericolosa, per questo adesso sto cercando delle sfide, come il western che sto facendo.

Ci sono nel film particolari molto precisi, che dimostrano la ricerca della regista, come la figura di Santa Wilgefortis e la malattia che causa l’irsutismo. Tu che tipo di preparazione hai fatto?

La regista è molto precisa, si è documentata sei anni per fare questo film e mi ha spiegato tutto, ad esempio Santa Wilgefortis era una donna che si trovava nella foresta e stava per essere stuprata da alcuni uomini. Pregò Dio di salvarla e lui le fece crescere la barba, gli uomini fuggirono, ma quando lei tornò al villaggio venne uccisa. E’ una santa che è stata tolta dal calendario, ed era il modo di dare a Rosalie la sua religione. Per me la fede è molto importane, qualsiasi tipo di fede, anche nell’universo o negli alberi o che gli uomini possano essere migliori e questa positività nei personaggi mi piace. Io non ho letto molto sull'argomento, ho guardato Rosetta dei fratelli Dardenne che mi ha molto ispirato per la selvaticità, e il film di David Lean La figlia di Ryan, ma poi sono andata sul set molte settimane prima e ho capito il luogo, che era un posto autentico e a me piacciono le cose reali. Oppure leggo delle cose, dei libri, che non hanno legami diretti col film ma che mi commuovono. Ad esempio leggo storie di donne che mi emozionano e Alice Munro mi ha aiutato un sacco, è la mia più grande ispirazione, le sue storie di donne che hanno un momento nella quotidianità che cambia la loro vita, che provano grandi sentimenti nel quotidiano. Munro è morta il 13 maggio e io ho pianto due ore. E cerco sempre di trovare degli oggetti, cose piccole o personali che mi fanno piangere, che tengo nella mia personale scatola emotiva, come per esempio la musica classica che ascoltavo tutte le mattine sul set.

Noi vi consigliamo di cuore di andare a vedere Rosalie al cinema, dal 30 maggio, un film davvero bello e diverso e di seguire la carriera di Nadia Tereszkiewicz, un’appassionata attrice così devota alla verità nel suo mestiere da trasmetterci tutte le emozioni di cui si nutre.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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