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Interviste Cinema

Ron Howard si racconta di fronte al pubblico della Festa del Cinema di Roma

"Se non avessi fatto il filmmaker, sarei probabilmente diventato giornalista".

Ron Howard si racconta di fronte al pubblico della Festa del Cinema di Roma

Il più classico dei registi americani contemporanei. I suoi film rappresentano l'idea hollywoodiana di cinema per eccellenza, storie universali fatte di uomini e donne di fronte alle sfide più grandi delle loro vite, da superare con eroismo, onestà e sacrificio. Ron Howard è alla 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma per accompagnare il documentario su Luciano Pavarotti da lui diretto. L'occasione era troppo ghiotta per non permettere un incontro ravvicinato tra il regista e il pubblico italiano che ha dimostrato molte volte di apprezzare il suo cinema, dalla trilogia del Codice da Vinci ad Apollo 13, da A Beautiful Mind a Rush fino al recente Solo: A Star Wars Story.

Ron Howard parla di sé e della sua lunghissima carriera nell'industria cinematografica di Hollywood, iniziata davanti alla macchina da presa quando era solo un bambino. L'abbiamo conosciuto come il Richie Cunningham della serie (o telefilm, come si diceva una volta) Happy Days a cavallo tra anni 70 e 80, "è stato un successo in Italia prima che lo diventasse in qualunque altro paese, quindi grazie" dice il regista al pubblico in sala, ma Howard ha iniziato a recitare fin da bambino. Aveva 6 anni quando entrò nel cast di The Andy Griffith Show nel 1960 e di quella esperienza ricorda bene che "durante le riprese del secondo episodio della seconda stagione, quando avevo compiuto da poco 7 anni, dovevo entrare in scena e dire una frase, ma mi sono fermato ho alzato la mano e ho detto che secondo me un bambino non avrebbe detto così quella battuta. E come la dovrebbe dire allora? Mi chiese il regista. Io gli risposi e lui disse ok, dilla a modo tuo. Mi si allargò all'istante un sorriso in faccia e Andy Griffith mi chiese, perché ridi piccoletto? E io, è la prima volta che accettate un mio suggerimento. Andy rispose, certo, perché è la prima volta che ne fai uno buono". Con questo aneddoto il regista sottolinea quando sia sempre stata importante per lui la collaborazione, "fare il filmmaker per me vuole dire incoraggiare ogni persona del cast e della troupe a partecipare".

Il laureato, Indovina chi viene a cena e il Romeo e Giulietta di Zeffirelli sono film con cui è cresciuto e che lo hanno ispirato. Osservando da attore tanto i set televisivi quanto quelli cinematografici, "due mondi completamente separati all'epoca" dice, Howard ha seguito l'istinto lasciando che la sua natura di storyteller emergesse traghettandolo dietro la macchina da presa. "Registrare Happy Days di fronte a un audience mi ha insegnato il lavoro creativo di gruppo, ho imparato i tempi comici che mi sono stati molto utili per Turno di notte (1982), Splash - Una sirena a Manhatta (1984), Cocoon (1985) e Parenti, amici e tanti guai (1989), film senza i quali la mia carriera non sarebbe stata la stessa". Il desiderio di diventare filmmaker si era manifestato anni prima nel 1973 sul set di American Graffiti di George Lucas quando, "a differenza dei set hollywoodiani con consolidate troupe di maturi e rudi lavoratori, mi trovai nel nord della California in un gruppo di giovani studenti che facevano riferimenti al cinema parlandone costantemente come una forma d'arte".

Il film che ha diretto nel 1994, Cronisti d'assalto, fa eco con la frase detta a inizio incontro, "se non avessi fatto il filmmaker, sarei probabilmente diventato giornalista". La sceneggiatura del film scritta da un giovane David Keopp "la trovavo affascinante per il mio interesse al mondo del giornalismo, oltre al fatto che era anche molto divertente", continua Howard. "In origine il personaggio di Glen Close era un uomo,  io suggerii io di cambiarlo in una donna e così facemmo modificando un paio di battute, ma tenendo la scena della scazzottata. Glen era molto esile, però Michael Keaton venne da me e mi chiese di dire a Glen di andarci piano perché lo stava massacrando".
A proposito del mestiere di giornalista, dichiara di non essere un esperto con la sua abituale umiltà, e dunque unicamente come cittadino ci tiene a spiegare "che il lavoro dei giornalisti oggi è più complicato di sempre e anche più importante di sempre per assicurare trasparenza e condivisione di idee. Essendoci oggi molte comunità polarizzate è importante trovare il modo di illustrare opinioni e sguardi diversi". Facendo un parallelo con Luciano Pavarotti che nonostante le critiche portava avanti la sua idea di sdoganare l'opera, "anche il giornalismo richiede coraggio per proseguire in un cammino impegnativo, in cui sono i giornalisti che devono decidere se costruire ponti per raggiungere altre opinioni e idee o rivolgersi sempre agli stessi interlocutori". Un invito che il regista rivolge anche a se stesso, perché "vale per tutti coloro che operano nei media, sia nell'ambito delle notizie, sia nel campo della fiction".

Quando racconta, Ron Howard non perde mai occasione per un riferimento, un ringraziamento, un complimento a qualcuno con cui ha lavorato. Anche nel momento in cui il discorso tocca il film che gli è valso due premi Oscar (come regista e come produttore del miglior dell'anno), A Beautiful Mind, Howard non si prende meriti ed elogia lo script di Akiva Goldsman e la performance di Russell Crowe, "un attore molto intenso, creativamente notevole". Ugualmente spende parole lusinghiere nei confronti di Peter Morgan, autore del copione di Rush, e quando gli si chiede se la rivalità tra James Hunt e Niki Lauda del film la viva anche lui, risponde che "non vedo l'arte come una competizione, ma costantemente quando guardo i film degli altri registi, provo sia ammirazione sia invidia. Tra poco qui ci sarà Wes Anderson, per esempio, e io non potrei mai fare i film che fa lui, che sono incredibili. Quindi mi guardo intorno, provo invidia ma il bello è che vengo stimolato a fare meglio io stesso".



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