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Interviste Cinema

Robert + Robert: Downey Jr. e Duvall a Roma per presentare The Judge

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Un breve ma partecipato incontro con i due grandi attori, il regista David Dobkin e il produttore David Gambino.

Robert + Robert: Downey Jr. e Duvall a Roma per presentare The Judge

Inizia con insolita puntualità e termina entro i 30 canonici minuti la conferenza stampa di The Judge, alla quale interviene il quartetto principale dei creatori del film: il produttore David Gambino, lo sceneggiatore e regista David Dobkin e le star, Robert Downey Jr. e Robert Duvall. Nel film i due sono un figlio e un padre, il primo avvocato di successo a Chicago e il secondo giudice in una cittadina dell'Indiana, che hanno un rapporto a dir poco problematico. Quando l’avvocato torna a casa per la morte della madre, si trova a dover difendere il padre da un’accusa di omicidio.

Il film è il primo prodotto da Downey Jr. con la moglie Susan e Gambino per Team Downey, la casa di produzione con la quale è interessato a produrre, dice l'attore, altri courtroom drama, un Pinocchio con attori americani e una nuova versione di Perry Mason.

Robert Duvall e Robert Downey Jr., interpreti di due straordinarie performance, non si spendono tantissimo, danno risposte essenziali e forse per qualcuno deludenti, mentre è più chiacchierone il regista, forse anche perché il film nasce da una sua dolorosa vicenda personale. Questa è la terza volta che i due attori lavorano insieme – anche se non da protagonisti - dopo Conflitto di interessi e Le regole del gioco, anche se al Jimmy Fallon Show  Downey Jr.  ha raccontato che Duvall non se ne ricordava. Tra i due l’alchimia è straordinaria e si vede, e Duvall, a 83 anni, ha energia da vendere.

Come avete costruito il rapporto padre-figlio sul set?

"Si comincia conoscendoci – racconta Duvall, uscendo insieme, mangiando molte volte insieme, e poi quando sul set viene data l'azione cominciamo a lavorare e il giorno dopo si ricomincia. Siamo attori, è questo che facciamo per vivere".

"Conoscere Bobby Duvall – ribadisce Downey Jr. significa mangiare con Bobby Duvall, parecchie volte.  Quest'uomo conosce la buona tavola!"

Dobkin racconta: Era una storia di padre e figli, di una famiglia. Il film è nato da qualcosa che è accaduto alla mia famiglia. Nel 2005 scoprii che mia madre, con cui avevo sempre avuto un rapporto poco stabile, aveva un tumore. Nei due anni successivi  ho avuto la fortuna di poter fare un percorso molto difficile, di ricostruire il nostro rapporto e una settimana dopo la sua morte, nel 2007, ho cominciato a pensare a questa storia. Poi ho trovato Robert e Susan e insieme a loro, a David e ai miei bravissimi sceneggiatori abbiamo scritto il film. E’ stato un procedimento lungo. Per quanto riguarda i miei straordinari interpreti, non avrei potuto essere più fortunato".

Come si ritengono, in quanto padri, Duvall e Downey Jr? Il primo glissa in parte sulla domanda dicendo di essere solo un patrigno e aggiunge “non esistono ricette valide per tutti. E’ un lavoro molto difficile. Tutte le famiglie che conosco, non solo americane, hanno problemi. L’importante è comunicare, poi ognuno ha il suo metodo”.

Il secondo – come al solito restio a parlare di questioni personali, risponde con la battuta “me la cavo. E' divertente”, così come definisce scherzosamente “uno stronzo” il suo celebre padre, Robert Downey Sr., una figura molto influente nel cinema indipendente negli anni Sessanta e Settanta, al quale presto verrà dedicato un omaggio a Hollywood. “I rapporti padre/figlio o madre/figlia sono sempre complicati”, aggiunge.

Il produttore David Gambino dice invece che Robert “mi ricorda tantissimo suo padre, come lui non accetta la mediocrità e cerca sempre di estendere i limiti e di creare nuovi modi di raccontare una storia”.

Cosa spinge un attore a scegliere un film invece di un altro? “Per me – risponde Duvall – essenzialmente la sceneggiatura e il personaggio, la possibilità di lavorarci e approfondirlo, facendo qualcosa che non ho mai fatto prima. Il che è capitato con questo film, grazie proprio a una sceneggiatura molto brillante che chiedeva di entrare in profondità nei rapporti tra questi due personaggi e nelle loro emozioni".

Un parere sul sistema giudiziario americano? Di nuovo Downey Jr. rimanda la palla all’interlocutore, si capisce che non gli piace esprimersi su queste faccende e conclude dicendo “venendo qua in aereo leggevo “Ascesa e caduta dell’Impero romano". Diciamo che da allora non è cambiato molto”.

Il film rientra in un filone sempre più raro da vedere nel cinema americano, e contiene anche al suo interno una citazione de Il buio oltre la siepe (primo film di Duvall). “Noi amiamo quei film – dice Dobkin – a Hollywood non si fanno più film sulla gente, ma noi siamo cresciuti con quei film. Io adoro registi come Fellini e Antonioni e i miei registi americani preferiti sono italo-americani, Francis Ford Coppola e Martin Scorsese, che hanno raccontato di famiglie e persone. Volevamo fare un film vecchio stile, credo che ci sia ancora spazio per questo genere e speriamo ne vengano fatti altri".

"I film che si facevano negli anni settanta – aggiunge Duvall – ora li fa il cinema indipendente. E' molto più facile racimolare 2 milioni di dollari che un centinaio".

Il fantasma di Iron Man aleggia inespresso nell’aria, finché qualcuno non trova il coraggio di chiedere a Robert Downey Jr. se sia stato liberatorio interpretare un film come The Judge, su un uomo che ha anche dei difetti e non è un supereroe invincibile. “E' stato liberatorio tornare a parlare del personaggio, della storia, di come fosse meglio farlo, raccontare la storia di un uomo che torna al suo passato".

Un ricordo di Massimo Troisi, da parte di Robert Duvall, che recitò con lui in Hotel Colonial chiude la conferenza: “Il film era orribile, ma avevamo Peppino Rotunno, grande direttore della fotografia, giravamo in Messico e Massimo aveva un gran senso dell’umorismo. Era una persona fantastica con cui lavorare, mi è piaciuto moltissimo farlo e il signore romano che ha fatto la musica del Postino, Luis Bacalov, ha musicato anche il mio Assassination Tango. Ma mi sono divertito molto con Massimo, che era come me un grande fan del calcio: Mi diceva sempre che Maradona era meglio di Pelé e io gli rispondevo "mah, sarà, io ho visto giocare Pelé a 16 anni".



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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