Interviste Cinema

Ricomincio da tre torna in sala dopo 34 anni: Lello Arena e Fulvio Lucisano ci svelano dei retroscena

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Al cinema per due giorni in 200 copie il primo film di Massimo Troisi. in versione restaurata.

Ricomincio da tre torna in sala dopo 34 anni: Lello Arena e Fulvio Lucisano ci svelano dei retroscena

Era il remoto 1981 quando arrivò nelle sale italiane Ricomincio da tre, opera prima di Massimo Troisi, nata dall'intuizione di due produttori intelligenti come Fulvio Lucisano e Mauro Berardi, pronti a scommettere sul talento di un attore che fino ad allora il pubblico televisivo e teatrale conosceva solo come componente del trio comico La Smorfia, insieme a Lello Arena e Enzo De Caro e per i loro spassosi sketch. Inizialmente i distributori erano restii ad accettare il film, perché avrebbero un prodotto ascrivibile direttamente al trio, che desse al pubblico quello a cui era abituato, ma l'insistenza di Lucisano si rivelò vincente, visto che Ricomincio da tre, costato 450 milioni, fu il film campione d'incassi della stagione 1980-1981, superando coi 14 miliardi al box office anche – evento oggi impensabile – L'impero colpisce ancora e restando in programmazione al cinema Gioiello di Roma per due anni e mezzo. Di questa cecità iniziale e di Massimo Troisi sul set ci hanno parlato oggi Lello Arena e Fulvio Lucisano, in un incontro per presentare la versione restaurata del film a cura della Cineteca Nazionale e che tornerà nei cinema, distribuita da Microcinema, per un evento speciale in 200 copie il 23 e 24 novembre. Un'ottima occasione per riscoprire in sala, in compagnia e nella sua forma migliore, quello che è ormai un classico della commedia.

Lello Arena risponde a una domanda su come vede oggi questo film:

La mancanza di Massimo come persona si sente ancora in maniera devastante, ma al di là di questo manca questa cura, questa idea di esserci nelle cose, di preparare qualcosa per chi lo doveva vedere. Ricordo che questo film è stato addirittura tagliato con le copie nelle sale perché Massimo aveva avuto dei ripensamenti e siamo andati nei cinema di Roma con le taglierine a togliergli i pezzi che a lui non piacevano. Sembra proprio un'altra epoca rispetto a quella corrente, ma che il film venga conservato e restaurato è un bel segno, è importante questa idea di andare controcorrente in un mercato in cui tutto è omologato.

Fulvio Lucisano ricorda il primo incontro con l'attore:

Dopo aver visto La Smorfia al Teatro Tenda mi sono convinto che questo era un grande film e l’ho convinto a dirigerlo, visto che avrebbe dovuto essere diretto da un altro. Gli esercenti non l’avevano presa molto bene, a Milano mi volevano dare solo 2 giorni io ho chiesto 5 settimane garantendo l’incasso e poi non c'è stato alcun bisogno perché il film è subito partito alla grande. A Messina per la prima ci trattavano da parenti poveri, c'erano parecchi che dicevano che Massimo non si capiva. Per ovviare a questo gli ho chiesto di ripetere un paio di volte certe cose in napoletano e il film infatti è comprensibilissimo. Per me lui era un attore bravo come Eduardo ma più simpatico. La scena in cui lui fa il giro del palazzo è stata copiata in almeno 10 film, anche di recente, tutti i personaggi sono stati scelti da lui, noi non abbiamo interferito in niente, gli abbiamo suggerito solo il direttore della fotografia, l'aiuto regista, il montatore, ma per il resto è tutto suo.

Che atmosfera si respirava su quel set? Lello Arena lo ricorda come se fosse ieri:

Era un'atmosfera molto curiosa e piuttosto surreale, ed è stato fantastico avere Sergio D'Offizi come direttore della fotografia che sapeva interpretare quello che Massimo voleva e permettergli di realizzare le sue idee. Massimo non era molto diverso nella vita di tutti i giorni da come lo si vede nei film, esprimeva le cose con quella timidezza e quella malinconia che a volte era difficile da interpretare. Spesso faceva dei lunghi monologhi per spiegare le cose a modo suo. C'era un clima molto stravagante, io e Gaetano Daniele che abbiamo fatto un po' di tutto ci siamo occupati anche del casting e andavamo noi dagli agenti, cosa che colpiva tutti visto che in genere si fa il contrario, ci guardavano con sospetto. I più surreali erano i colloqui di Massimo con le attrici perché lui voleva solo guardarle e le faceva parlare con me. A volte entrava, si sedeva in fondo alla stanza e l'attrice si fermava pensando di dover parlare con lui, ma lui faceva segno di continuate. Avevamo attaccato a un tabellone la foto di Fiorenza Marchegiani il primo giorno e lui ogni volta entrava e faceva “ma che vuo' questa?” la prendeva e la buttava, e alla fine ha scelto lei. Era un happening e i ritardi che si creavano per inconvenienti venivano colmati con dei giorni di girato, come a Firenze che un attore si era ammalato e da lì è nato tutto il resto, c'era un'atmosfera creativa tra di noi. Mi manca questa idea di cinema di frontiera dove i ruoli erano stabiliti ma si poteva stare tutti insieme per fare il film migliore. Oggi il futuro lo vedo un po’ mefitico, insopportabile, fatto con le solite cose perché il mercato assorbe solo questo.

Quanto c'era di improvvisato sul set?

Nei film dove Massimo mi ha regalato alcuni dei personaggi più belli, c’era prima una sceneggiatura, poi sulle scene e sui personaggi che mi venivano affidati facevamo una farcitura di occasioni comiche. Anche in Scusate il ritardo molte cose erano venute poi, ma quando diventava copione era definitivo e sul set non abbiamo mai improvvisato. Anche nel caso degli sketch de La smorfia si tratta dell'esecuzione di un copione molto lavorato. Gli attori che hanno avuto a che fare con lui lo rimpiangono perché era molto gentile ma con questa gentilezza chiedeva quello che voleva e dovevi darglielo. Il terrore era quando io dovevo andare dietro la mdp perché lui aveva dei primi piani. Anche come Smorfia ci ci prendevamo molta cura l’uno degli altri, ma all’epoca non si vedeva una scena mentre si girava e solo il direttore della fotografia sapeva quello che succedeva. Ricordo che D'Offizi gli aveva dato un oculare per le inquadrature e dei filtri e lui faceva “ma a che servono? Io non so che ci vedi dentro a ste cose”. Su quel set tutti facevamo tutto, io portavo i caffé, facevo assistenza psicologica, per noi era normale.

E' d'obbligo una domanda sulla collaborazione di Massimo Troisi con Pino Daniele, così come sentita e spiritosa al tempo stesso la risposta di Lello Arena.

Sulla musica di Ricomincio da tre girano delle leggende. Io ero anche stato mandato in esplorazione a incontrare Edoardo Bennato che era un altro nostro mito. Massimo teneva moltissimo ai rapporti personali, eravamo affascinati da questa nuova Napoli ed Edoardo la rappresentava ma tra Pino e Massimo era nato un incanto personale. Ci eravamo conosciuti quando facevamo Non stop e lui era già famoso, uno dei nostri pezzi per caso veniva subito dopo una canzone di Pino, così ci siamo conosciuti a Torino come emigranti a mangiare una pizza insieme. Tra loro c'era una simpatia umana e artistica grandissima, un capirsi semplice, si sono voluti molto bene. Nell'ambiente artistico a volte le amicizie sono simulate ma in questo caso era vero. Se questo mondo è un po’ migliore lo si deve anche ad artisti come Massimo e Pino, si dice che i migliori se ne vanno per primi e noi siamo una mezza schifezza per essere rimasti. Io a volte tra una cosa bella e l'altra metto anche qualche schifezza per non diventare migliore e non fare una brutta fine.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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