Respiri: la nostra intervista al protagonista Alessio Boni

- Google+
161
Respiri: la nostra intervista al protagonista Alessio Boni

Arriverà nelle sale italiane il 7 giugno un'opera prima ambientata sulle rive del Lago Iseo, un thriller psicologico che cita David Lynch e Shining e che racconta di un uomo devastato dal senso di colpa e dall'incapacità di superare una terribile perdita.
Per Alfredo Fiorillo che l'ha diretto, Respiri nasce proprio da qui: dall'esigenza di raccontare, omaggiando anche il cinema italiano di genere di una volta, cosa significhi convivere con il dolore, cercare di tenerlo a freno e accettarlo più o meno serenamente. A soffrire, nel film, è un ingegnere quarantenne di nome Francesco che in una splendida villa liberty abita insieme a una donna gravemente malata - che potrebbe essere sua moglie, sua figlia o chissà - e con la sua bambina piccola Elisa, una "pupetta" capricciosa con i codini rossi e una bambola sempre al seguito. Intorno a loro si muovono silenziosamente diversi personaggi: un'amica di un tempo, un'infermiera, un custode, una governante. Rispetto al protagonista rimarranno sullo sfondo, perché la partita si gioca soprattutto nel suo cuore lacerato.
Respiri vede davanti alla macchina da presa Eva Grimaldi, Pino Calabrese, Milena Vukotic, Lino Capolicchio, Valentina Cenni e e soprattutto Alessio Boni, che interpreta Francesco e che abbiamo intervistato in occasione del Festival del Cinema Europeo di Lecce, dove il film è stato presentato in anteprima.

Attenzione, una risposta dell'attore è a rischio spoiler. Leggete quindi seguendo attentamente le istruzioni.

Interpretare un personaggio che soffre è doloroso per un attore come te che si dedica anima e corpo ai suoi personaggi?
Quando entri a pieno nella dinamica di un personaggio, a volte ci credi talmente tanto che alcune sue caratteristiche te le porti a casa. Poi, una volta finito di girare, magari arrivi a scordartelo, ma lì per lì sei più lui che te, perché se trascorri una giornata intera su un set e torni a casa alle sette, alle otto di sera, il personaggio inevitabilmente ti contagia, e studiandolo prima e parlandone con il regista, diventi monomaniacale, quasi autistico. Se poi hai fra le mani un uomo complicato come Francesco, il coinvolgimento e la sofferenza sono maggiori. Se fai una commedia, è diverso, per esempio sul set di Tutti pazzi per amore c'erano momenti in cui non riuscivamo ad andare avanti senza ridere. E’ bellissimo quando succede, ma se se ti trovi a recitare in un thriller psicologico in cui c'è una dicotomia nella mente del personaggio, vieni inevitabilmente "contaminato", un po’ come succede quando entri nella casa di due amici e avverti una tensione spaventosa, e poi vieni a scoprire che hanno appena litigato e allora capisci perché l’atmosfera sia tesa.

La prossima domanda contiene spoiler, leggete a vostro rischio e pericolo

Qual è stata la chiave di accesso e Francesco e al film?
La chiave d’accesso a Respiri è stata la possibilità di andare in un ospedale psichiatrico in cui mi ha fatto entrare un amico medico. C'era un'infermiera che seguiva un uomo che aveva avuto uno shock spaventoso ed era diventato bipolare e anche un po’ schizofrenico. Un giorno, mentre lo guardavo, l'infermiera si è avvicinata e mi ha detto: "Ecco, ecco, aspetta, guarda, ora sta parlando con la moglie". Effettivamente l'uomo stava parlando con la moglie, solo che non c'era nessuno davanti, c’era un tavolo, ma dovevate vedere la sua gestualità, la sua rabbia, il modo i cui muoveva le mani. E’ partito tutto da quell'esperienza, poi ci sono state le chiacchierate con Fiorillo. E’ stata una partenza molto potente.

Fine spoiler

Come ti ha chiesto di recitare Alfredo?
Con Alfredo ci siamo trovati subito, la recitazione non doveva essere falsata, doveva essere normale, si doveva percepire il dolore del personaggio, lo struggimento che lo tormentava, ma non dovevo mai andare sopra le righe. Quando, senza accorgermene, mi lasciavo andare a un'espressione un po’ esasperata, il regista gridava: "Stop! Stop! Stop! Torna normale". Allora io buttavo via tutto, mi sfogavo fuori scena, poi tornavo normale.

Perché hai detto sì ad Alfredo Fiorillo? Che esordiente è stato?
Quando fai un'opera prima, quello che ti colpisce all’inizio è la sceneggiatura, a me ne arrivano tante. Leggo il copioni e molti non li prendo neanche in considerazione, alcuni mi presentano delle belle storie, allora ci parlo e mi crollano le braccia, e così lascio perdere. Quando ho incontrato Fiorillo, ho pensato: ma guarda, qua c'è perfino David Lynch, questo sì che è un cinefilo. E poi Alfredo aveva già in testa da due anni come avrebbe girato ogni singola scena, aveva già deciso i colori dominanti della sua fotografia e che tipo di tensione avrebbe creato. Mi sono detto: lo faccio. Quando lavori con un esordiente, non sai a cosa andrai incontro, non esiste nulla di già fatto, quindi ti butti. Cos’è che ti convince? Il regista, nient'altro. Alfredo Fiorillo ha vinto, aveva le idee chiare, voleva un thriller psicologico patinato in cui non ci fosse nessuna esasperazione, almeno fino al finale travolgente. Mi sembrava bello.

Un personaggio molto importante nel film è la casa in cui la vicenda si svolge…
Quella casa mi ha fatto dire di sì perché quando ho incontrato Alfredo Fiorillo, mi ha detto: "Per la nostra storia ci vuole un ambiente lacustre, non ci dev'essere il mare, dobbiamo trovarci in una specie di palude, ci vuole un'atmosfera gotica, un posto al nord, ho bisogno di un contesto che inghiottisca i personaggi". Poi ha annunciato: "Abbiamo trovato una villa sul Lago di Iseo, in un paesino… ". E io: "Aspetta un attimo, ma non è che parli di Sarnico e di Villa Giuseppe Faccanoni?”. "Come fai a saperlo"? "Io là andavo a magiare le ciliegie tanti anni fa". Dovete sapere che sono di Sarnico, conoscevo quella villa perfettamente, è un luogo della mia infanzia, dell'adolescenza. Nei giorni in cui ho girato nella villa, dormivo a casa di mia madre. Ho detto di sì a Respiri anche per la location. Quel posto e quel lago erano roba mia.

Mi sembra che anche i thriller siano roba tua…
Se non fossi entrato all'Accademia d’Arte Drammatica, avrei fatto psicologia. Adesso non mi prendete per matto, ma le persone che hanno dei problemi, che hanno qualcosa in testa che non va mi attraggono, figurati quindi che gioia quando mi propongono personaggi come Francesco o come il Giorgio Pellegrini di Arrivederci, amore, ciao dal romanzo di Massimo Carlotto… che potenza che aveva quel noir di Michele Soavi, una roba mostruosa. Mi intrigano le crepe umane, non mi piacciono gli scenari da Mulino Bianco, per me ci deve essere una falla dentro a un personaggio, una dicotomia, le dicotomie ci rendono più umani, perché ce le abbiamo tutti. La febbre interiore di un uomo e di una donna sono le cose che mi intrigano di più in assoluto.

E anche il senso di colpa, immagino... C'è chi dice che per l'uomo non ci sia cosa peggiore del senso di colpa.
E’ vero, e Francesco è divorato dai sensi di colpa. Le persone non sempre li superano, c'è chi va in analisi per un senso di colpa molto più piccolo di quello di cui si parla in questo film, e c'è un magone che ti accompagna per tutta la vita e di cui, in fondo, è responsabile, per molti di noi, anche il cattolicesimo.



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
Schede di riferimento
Lascia un Commento