Interviste Cinema

Resistenza naturale: l'ecologia ambientale e culturale secondo Jonathan Nossiter

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Il regista di Mondovino torna con un interessante documentario sul vino naturale italiano.

Resistenza naturale: l'ecologia ambientale e culturale secondo Jonathan Nossiter

A dieci anni di distanza da Mondovino, Jonathan Nossiter torna con un nuovo documentario che gira intorno a vigne e cantine. Si chiama Resistenza naturale, e racconta di un pugno di produttori di vino italiani che rifiutano le abituali leggi dell'agricoltura intensiva, chimica o regolata da rigide normative europee e si cimentano in una produzione rigorosamente biologica e priva di ogni tipo di concimi, diserbanti, funghicidi, additivi e via discorrendo.
Robe da Linea Verde, come scrisse Alberto Crespi ai tempi del primo film dell’americano?
Non proprio, perché, almeno questa volta, si tratta solo di vino o di enologia: per il regista americano, trapiantato oramai in Italia dopo anni passati in Brasile, il discorso è assai più ampio di così, e non solo perché, come dice, “il vino ha sempre rappresentato l’avanguardia dell’agricoltura”.
E lo si capisce anche quando rifiuta il microfono per parlare ai giornalisti presenti e chiedendo a tutti di avvicinarsi così da trasformare in una chiacchierata informale (come quelle del suo film) quella che doveva essere una conferenza stampa.

Sì, certo, ha esordito ringraziando la Lucky Red che distribuirà nelle sale il suo film, dicendosi onorato, ma soprattutto perché “questo è un film nato come un atto d'amicizia tra coloro che sono sullo schermo con me, come una conversazione che ho deciso di riprendere perché ritenevo interessante e che si è ampliata da sola.”
In effetti, dal punto di vista cinematografico Resistenza naturale è (coerentemente col suo discorso) quasi naif, assolutamente privo di artifici ed elaborazioni, e davvero è composto da riprese informali montate assieme a qualche spezzone di film di repertorio; grazie anche al fatto che, oltre a viticoltori come Corrado Dottori, Giovanna Tiezzi e Stefano Borsa, Elena Pantaleoni e Stefano Bellotti, a chiacchierare di vino e non solo con Nossiter e con loro c’è anche il direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli.
“L'amicizia con questi agricoltori e con Gian Luca Farinelli è per me fondamentale," spiega il regista, "e la loro compresenza utile per capire che in ogni settore è il passato ci definisce. Quando li vedevo parlare fra loro ho capito che dovevo filmare il loro modello di resistenza.”

Qui si apre il capitolo politico del film di Nossiter, evidente fin dal titolo, che il regista racconta così: “Stiamo vivendo anni molto spaventosi, in tutto il mondo: oramai sappiamo che non stiamo vivendo una crisi, termine che è solo un eufemismo, ma che c'è stato un cambiamento radicale nell'ordine socioeconomico del mondo. E chi ne viene minacciato in primis è chiunque faccia un lavoro artigianale e creativo. Viticoltori come quelli del mio film sono coloro che oggi hanno preso il ruolo che noi artisti abbiamo dimenticato: il ruolo contestatario. E bisogna anche fare attenzione al termine 'artista': oggi gli artisti non hanno perso solo lo status ma anche la possibilità di vivere con il loro lavoro, forse anche perché negli anni il ruolo dell’artista, o dell’autore, è stato esagerato; ma oggi per fortuna stiamo tornando indietro a un modello in cui l'artista torna artigiano. Giovanna Tiezzi, nel film, dice che lei si sente solo un tramite tra la terra e il vino: io vorrei essere lo stesso, un tramite, non un autore.”

La contestazione di cui parla Nossiter è quella contro le politiche agricole comunitarie, e le regole sulla produzione agroalimentare imposte da Bruxelles che lui come i suoi protagonisti definisce, senza mezzi termini, “assurde e scandalose”, utili soltanto all’azzeramento di tutto quello che non è agricoltura industriale e delle holding.
“I quattro vignaioli che racconto ne rappresentano circa 400 solo in Italia,” spiega Nossiter. “La loro opposizione alle regole europee o a certe insensatezze legate al marchio DOC non li porta a contituirsi come associazione perché sono animati da uno spirito autenticamente anarchico e grouchomarxista,” prosegue, facendo riferimento alla famosa battuta sul non voler far parte di un club che ti accettasse come membro, “ma collaborano fra loro intensamente ma autonomamente.”

Di fronte all’orizzonte ideale che racconta Nossiter, le critiche che vengono più spesso mosse sono quelle di luddismo o di radical-chicchismo, critiche di fronte alle quali, se ricevute, il regista risponderebbe “piangendo per la disperazione. Loro non sono né luddisti né radical-chic: lo sono avanguardisti. Gli stessi francesi, noti per la loro altezzosità, guardano a questo modello con ammirazione: non si può innovare se non c'è un dominio nel passato, una coscienza storica nel tuo mestiere. Loro sono sinceri, impegnati e idealisti in un mondo dominato dal cinismo; innovano e lo fanno in modo etico, perché non c'è ecologia ambientale se non c'è ecologia culturale. ”

Di qui a passare a parlare alla speculazione che oggi sembra diffondersi nel settore agroalimentare di qualità, il passo è stato breve, e Nossiter l’ha fatto senza peli sulla lingua: “La questione del prezzo è fondamentale. Io trovo tragico il modello di Eataly: di certo lì non faranno vedere questo film. Certo che sono felice se anche la grande industria smette di inquinare o se si vendono prodotti di qualità al grande pubblico, ma mi indigna che un prodotto contadino diventi di lusso, il vendere una marmellata da 3 euro a 14. Allora si tratta di Venditaly, non Eataly: e si vende un'italietta, non l’Italia sana. Chi produce vino naturale pensa all'ecologia della terra ma anche all'ecologia antropologica, tiene i ricarichi bassi quel tanto che gli permette di vivere senza arricchirsi come banchieri. E questo li rende bersagli di un sistema che mira all'espulsione di questo ordine sovversivo, attira le ire dell'industria che li mette sotto scacco con la politica, con la paura delle multe. Il problema è che bisogna stimolare un circolo virtuoso: continuare il gesto etico iniziato dal contadino e farlo diventare un gesto urbano.”

Jonathan Nossiter, però, non è pessimista riguardo il futuro, nemmeno per quanto riguarda il nostro paese. “Si potrebbe fare un film simile al mio anche in altri paesi,” dice. “Lasciando il Brasile, con la mia famiglia, abbiamo scelto di venire a vivere in 'Italia perché, nonostante il crollo totale in tanti settori, in questo paese si insegna ancora la tenerezza umana, c'è solidarietà, c'è civiltà. In Italia c'è ancora quel legame della cultura contadina di una volta, molto più forte di quello che c'è in moltissimi altri paesi europei. A me farebbe molto piacere che questo film fosse visto dai bambini,e dai giovani in generale. Il ritorno alla terra è auspicabile, io spero che questo film diventi uno spunto per discutere. Perché la creatività può esprimersi in tanto un campo o in una vigna come davanti allo schermo di un computer.”

 


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